seconda parte
Diari Toscani incontra la dottoressa Paola Lorenzini, pronipote di Carlo Lorenzini, Collodi. Lavora a Firenze, città nella quale è nata, presso la CNA dove si occupa sostanzialmente di turismo e aziende più strutturate che hanno rapporti prevalentemente internazionali.
Al Caffè Michelangiolo di Firenze si respirava un’aria ‘rivoluzionaria’: era lì, in quel luogo che Carlo Lorenzini poteva dare agio alla sua apertura mentale?
Certamente, i Macchiaioli erano un movimento che ribaltava quelli che erano i canoni pittorici tradizionali. Dobbiamo perciò pensare al nuovo modo di vedere la pittura, di dipingere materialmente con tecniche nuove. Ecco, lei poc’anzi mi ha chiesto perché sarei stata affascinata da Carlo Lorenzini, è per questo, per la sua poliedricità, perché io stessa lo sono. Mi paragono all’acqua, che si infila ovunque e che è difficile trattenere. Diciamo che questa caratteristica talvolta mi ha creato dei problemi relazionali perché divento, per alcuni, imprevedibile. Talvolta suscito curiosità e questo può essere affascinante. Sono una sorgente di idee continue.
Possiamo dire che i cromosomi del suo bis-zio, in questo caso sono arrivati con forza?
Indubbiamente! Volente o nolente attraggo persone che sono simili a me e quindi mi trovo in una cerchia di persone estremamente divertenti e interessanti.

Quanto ha inciso nel suo percorso formativo il personaggio Carlo Lorenzini?
Un conto è l’uomo, un conto è Pinocchio. Per me Carlo è sempre stato lo zio, la persona che è sempre stata vicina a noi, lo zio genio, colui che era ‘sopra le righe’, ovvero: uno che riusciva a vedere oltre e comunque sempre vicina, e questo grazie a mio padre, Mario, classe 1909 e a sua sorella maggiorem mia zia Mariuccia, classe 1905, e anche grazie a mia madre, Tina, che era ‘innamoratissima’ di Collodi la quale, proprio attraverso i racconti in famiglia, aveva sviluppato per lui una vera passione.
E Pinocchio invece? Che ruolo ha avuto nella sua vita?
L’ho subìto, letteralmente. Nei primi anni dell’infanzia, se per un verso era un prestigio essere consanguinea di Collodi, – il ‘babbo’ di Pinocchio – dall’altra era un peso notevole. Io volevo il mio spazio, ho lottato tutta la vita al di là del burattino, per una questione di personalità. Sono una donna che si ama, e che si è amata fin da bambina, però non in maniera presuntuosa, questo lo voglio specificare. Mi divertivo con gli amici, nella mia vita ho cercato di fare ciò che mi piaceva, ovviamente rispettando le regole del vivere civile. In famiglia, sia a mio fratello, sia a me, hanno dato l’opportunità di crescere e di studiare anche all’estero, e questo è stato importante.
Quando è arrivato il momento in cui la sua relazione con Pinocchio è cambiata?
Nel momento in cui ho capito e accettato le avventure di Pinocchio e tutto il peso di questo personaggio, cioè quando è iniziato il mio percorso universitario a Firenze. Il caso volle che avessi come docente di lingua inglese la professoressa Gloria Italiano Anzillotti che era la moglie del professor Rolando Anzillotti, colui che fondò il Parco di Pinocchio a Collodi. Purtroppo sono mancati entrambi, ma io sono sempre in contatto con Cristina, loro figlia, donna, peraltro, straordinaria. Quando conobbi la professoressa Anzillotti fu come se fosse giunto il momento di riabbracciare il legame che in qualche modo avevo con il burattino: lo percepii proprio come un dovere. Però, quando il professor Piero Roggi, con il quale ho collaborato per un certo periodo in storia delle dottrine economiche alla facoltà di economia e commercio, mi chiese di fare la tesi di natura politico-economica su Collodi, mi rifiutai: era troppo per me. La tesi doveva essere mia.
Oggi lei è testimone di quel periodo, del passato, che responsabilità sente?
Questa è una bella domanda! Ho cercato di fare la mia parte, anche in altri contesti, nei quali non entrerò nel merito. Sicuramente mi gioco la mia maternità responsabile: non ho figli, così come non li aveva Collodi, però ho relazioni con tante famiglie e in ambito di queste relazioni mi metto in gioco, non soltanto con i giovani, ma anche con persone adulte che in alcuni momenti vivono, come tutti noi, delle fasi particolari dell’esistenza, quindi posso essere madre responsabile anche nei loro confronti.
Quando le ho chiesto questo incontro lei si è resa disponibile, anche questo è mettersi in gioco, oltre a essere generosi con il prossimo. Il ‘tempo’ è prezioso per tutti, ma lei non me lo ha negato, nuovamente mi viene da fare una corrispondenza con il suo avo...
Eugenio Giani, il presidente della Regione Toscana, una volta mi disse: “Potresti essere in tv un giorno sì e l’altro pure, anzi dovresti esserci”. Io l’ho guardato e gli ho detto: “Non mi interessa, non sono fatta per questo: mi piace parlare in pubblico, rilascio interviste, ma non è quello il mio mondo, io amo il mio lavoro”. La mia essenza è come quella dell’angelo custode che si mette dietro la spalla destra di un imprenditore per suggerirgli nell’orecchio quello che deve fare. Questa sono io. Che c’entri con Collodi o no, questo non lo so, so che questa sono io. Posso mettermi in gioco anche in altro, ad esempio per una questione di famiglia.
Perciò sempre legata a Carlo Lorenzini?
Sì, e mi sono già messa in gioco con la cappella di famiglia. All’interno del cimitero delle Porte Sante di Firenze, sopra al Piazzale Michelangelo, sono stati eseguiti lavori di ristrutturazione, non solo nella nostra cappella, ma anche in tantissime altre cappelle del muraglione e di altre zone del cimitero. A seguito di scavi profondi, effettuati per inserire delle griglie di ferro trattenute da tondini in diagonale e in parallelo rispetto al terreno, sono state perforate tutte le pareti e il pavimento marmoreo della cripta, non solo: hanno bucato le teche di zinco dove sono sepolti Collodi, il fratello e la cognata e dove ci sono le bare di mia zia, di mio nonno e di mio padre. Siamo entrati in causa con il comune, ma ancora non siamo arrivati a niente: io desidero che sia nominato un perito del tribunale. Una volta rimossa la lastra di marmo e i pietroni, sotto di essi si apre il vaso di Pandora e si possono vedere questi tondini di ferro che hanno sfondato quello che le dicevo prima. È tutto documentato fotograficamente.
Al di là del danno materiale c’è anche un danno morale?
Sì: abbiamo scoperto quello era successo quando, nel novembre del 2022, andammo a seppellire nostra madre. Ho i testimoni: mi dissero che se avessimo fatto scoppiare uno scandalo non avremmo mai potuto seppellire nostra madre lì. L’abbiamo comunque dovuta seppellire altrove dopo che ci erano state fatte delle proposte inaccettabili. Quindi capisce ciò che ha provocato a livello psicologico, a me e a mio fratello, vedere quella devastazione: quello è sangue del nostro sangue, pelle della nostra pelle, lì ci sono coloro che ci hanno messo al mondo. Chi non ha una storia di famiglia non può capire il nostro sentimento, ma quella non è solo la storia della nostra famiglia e la storia dell’Italia e chi non capisce questo non dà valore a niente, è una persona ignorante. Nostro padre ci disse che avremmo dovuto avere cura della cappella e noi non abbiamo mai disatteso questa sua volontà. Successivamente a forza di vibrazioni si sono staccati ulteriormente altri pezzi, e questo è inaccettabile.
A questo proposito, l’amministrazione fiorentina, che relazione ha con la storia di Collodi?
Strumentale e molto parziale perché Collodi, nella storia di Firenze, non è mai stato valorizzato tanto quanto avrebbe dovuto esserlo. E’ strumentale perché, per esempio, al Castello si sono inventati che la villa ‘Il Bel risposo’, che si trova di fronte a Villa Corsini, proprio in via di Castello, era stata di proprietà della famiglia di Lorenzini. Un grandissimo imprenditore acquistò quella villa da un avvocato, ormai morto, e fu proprio colui che si inventò questa storia. Le dico: magari fosse stata nostra, ma non lo è mai stata. Ho fatto una ricerca al catasto e risulta che né Carlo né Paolo Lorenzini abbiano mai posseduto alcun immobile. Carlo Lorenzini viveva fra Collodi e casa del fratello Paolo, il quale aveva una bella disponibilità economica e abitava nella casa dei marchesi Ginori Lisci in via de’ Rondinelli, che era la sede della Manifattura. È vero che la villa ‘Il Bel Riposo’ ha visto la presenza dei due fratelli, ma ribadisco: non era di loro proprietà.

Ha un aneddoto legato a questo luogo?
Sì, c’è un racconto carino nella biografia scritta dal nonno Paolo, che delinea anche il carattere dello zio Carlo. Lo zio Paolo trascorreva lunghi periodi a Doccia, dove c’era la manifattura, e dove, durante il periodo estivo, stavano anche la nonna e Collodi. Quando era l’ora di andare a pranzo dovevano sempre aspettare che lui si liberasse dagli impegni lavorativi, cosa che creava fastidio allo zio Carlo. Altre volte invece l’attesa era a Villa ‘Il Bel Riposo’ dove lo zio Carlo, oltre alla noia di dover aspettare lo zio Paolo, che arrivava sempre tardi dal lavoro, doveva sorbirsi la ‘tradotta’ in carrozza da Firenze a Castello, e regolarmente si impolverava in quanto, come sappiamo, all’epoca le strade non erano asfaltate. Appena vedeva arrivare il lontananza la carrozza, con le mani messe a ventaglio ai lati della bocca, urlava: “Paolinooo, Paolinooo!”.
continua…
