parte prima
Diari Toscani incontra la dottoressa Paola Lorenzini, pronipote di Carlo Lorenzini, Collodi. Lavora a Firenze, città nella quale è nata, presso la CNA dove si occupa sostanzialmente di turismo e aziende più strutturate che hanno rapporti prevalentemente internazionali.
Dottoressa Paola Lorenzini, ci troviamo a Firenze, città famosa in tutto il mondo, meta di un enorme flusso di turisti e conosciuta anche perché ha dato i natali a Carlo Lorenzini, con il quale lei ha un legame di consanguineità e del quale parleremo durante la nostra conversazione...
Certamente. Intanto voglio dirle che non mi piace parlare di over-tourism, ma di gestione dei flussi, anche la tecnologia ci potrebbe essere di grandissimo aiuto: se adottassimo delle soluzioni digitali, avremmo la possibilità di gestire il flusso dei turisti su tutto il territorio di Firenze, in quanto è ricchissima di tantissime location. Abbiamo molte collezioni private e anche molti musei privati, abbiamo fondazioni che possono essere visitate, senza dimenticare tutti i percorsi dell’artigianato che possiamo fare di là e di qua d’Arno. Tantissimi di questi laboratori offrono anche l’opportunità di fare esperienze, non vedo perché non dovremmo concentrare maggiori sforzi in questo senso.
Lorenzini è un cognome cha a Firenze è conosciuto, ma Collodi è maggiormente conosciuto, questo fa riflettere…
Forse qualcuno ricorda che Collodi si chiamava Carlo Lorenzini, ma i più non lo ricordano, oppure non lo sanno proprio. Bisogna aver studiato, purtroppo molti non hanno studiato e, forse, specialmente tra i giovani, troppi non conoscono, e questo significa non conoscere la propria identità. Non voglio fare la parte della patriota, ma potrei farlo, dal momento che ho un avo patriota: Carlo Lorenzini, che ha ‘fatto’ anche lui l’Italia, partecipando ai moti d’indipendenza, alle battaglie di Curtatone, di Montanara, di Motteggiana, insieme al fratello Paolo, che era il direttore generale della Manifattura Ginori di Doccia. Le confesso che in questo momento ho lo spirito di chi sta giocando in casa.

Ḗ mio desiderio che lei giochi in casa, in quanto la sua testimonianza fa parte della nostra storia, della nostra identità...
Bisognerebbe essere un po’ meno tifosi di calcio, sebbene io tifi Viola e Italia, ed essere più tifosi e più attaccati alla nostra identità, all’Italia, un paese bellissimo che tutti ci invidiano per il cibo, per la cordialità e per la possibilità di vivere liberi Questo non è scontato e non lo si deve dare per scontato. La maggior parte dei nostri giovani sono bravi, si applicano, si impegnano, sono pronti a dare un aiuto quando ce ne è la necessità, però il mio desiderio è che abbiano la capacità di apprezzare e di vivere con la voglia di sognare. I ragazzi hanno il dovere di sognare e devono sognare. Mi riferisco ai più piccoli, i più grandi hanno il loro lavoro quotidiano che è quello della cartella sulle spalle, noi ci siamo già passate, anche se ogni tanto ci vorrei ritornare.
Carlo Lorenzini, suo avo: come arriva a lui?
È lui che arriva a me! Non esiste una discendenza diretta con Carlo Lorenzini, ma solo ed esclusivamente collaterale da parte del mio bis-nonno Ippolito che era suo fratello più piccolo. In tutto erano dieci fratelli, il periodo non era dei più semplici, fra malattie ed altro furono decimati e ne rimasero in vita quattro: tre maschi e una femmina. Carlo, il primogenito, a seguire: Paolo, Adele e Ippolito. Tra Carlo e Ippolito c’erano venti anni di differenza. Purtroppo Adele morì di parto e con lei morì anche il bambino. Paolo si sposò in età adulta con una vedova che non poteva più avere figli, Carlo non si sposò mai, anche se ebbe tante donne. Doveva essere una persona di tale fascino che se lo avessi conosciuto mi sarei innamorata perdutamente di lui.
Perché definisce Carlo Lorenzini una persona di fascino? Collodi, da tutti è conosciuto principlamente come il ‘babbo’ di Pinocchio…
Lo zio Carlo, in famiglia lo chiamiamo così, era una persona infinitamente curiosa, con un grande desiderio di comprendere e di donarsi agli altri. Una delle sue preoccupazioni era creare l’Italia in un periodo in cui l’Italia non esisteva, ancora divisa tra regni, ducati e lo stato della Chiesa spesso in conflitto gli uni con gli altri. Era una persona colta, amava il teatro, il giornalismo, aveva studiato e aveva evitato di diventare prete!

Se non ricordo male scappò dal seminario…
Esattamente: scappò nel 1842, dopodiché proseguì gli studi presso gli Scolopi, altra struttura religiosa. Prima di allora, dal 1837 fino 1842, aveva vissuto in seminario a Colle Val d’Elsa, dove venivano avviati i giovani a diventare preti. Un giorno, mentre giocava con dei ragazzi, prese la tunica, la gettò via e scappò. Probabilmente aveva già elaborato bene che quello non poteva essere il suo ‘domani’. Questo episodio è ben descritto nella biografia di Collodi scritta dal mio nonno, Paolo Lorenzini, nato nel 1876, figlio maggiore di Ippolito, oltretutto lui stesso autore: il suo capolavoro per la letteratura infantile fu ‘Sussi e Biribissi’. Quando morì Collodi, il mio nonno aveva quattordici anni, e all’epoca, a quella età non erano più bambini, erano ‘ometti’, l’anno successivo morì anche lo zio Paolo e il nonno Paolo dovette interrompere gli studi al collegio e diventare uomo a tutti gli effetti. Si dette molto da fare, arrivò perfino in Argentina dove guidava i carri sui quali venivano trasportati medicinali.

continua…
