Che cosa significa davvero libertà? E che volto ha la giustizia quando attraversa le mura di una prigione? A queste e a molte altre domande cerca di rispondere Francesca Ghezzani, giornalista e conduttrice radio-televisiva, con il suo nuovo e atteso libro-inchiesta “Il silenzio dentro – Quando raccontare diventa un atto di giustizia” (Swanbook Edizioni), disponibile in libreria dal 15 ottobre. Frutto di un’indagine intensa e plurale, l’opera è un viaggio tra le pieghe spesso invisibili del sistema penitenziario italiano. Con uno sguardo lucido, ma mai cinico, Ghezzani raccoglie testimonianze, storie di vita, riflessioni e numeri che parlano chiaro: sovraffollamento, suicidi, carenza di personale e reinserimento spesso solo sulla carta. Un racconto che diventa strumento di denuncia, ma anche di costruzione, nel solco di un giornalismo narrativo e costruttivo che interroga senza giudicare e accende la luce dove troppo spesso si sceglie di non guardare. Tra le voci autorevoli coinvolte figurano esponenti del mondo istituzionale, del volontariato, della cultura e della comunicazione, uniti dal comune obiettivo di restituire umanità e senso di responsabilità collettiva al discorso sulla giustizia e sulla detenzione.

Francesca, da dove nasce l’idea di questo libro-inchiesta? C’è stato un momento preciso che ha acceso questa urgenza narrativa e civile?
Questo libro nasce dall’esigenza di dare voce a un tema sociale che raramente attira la nostra attenzione se non quando capitano eventi che richiamano l’eco mediatica. Mi riferisco, per esempio, a evasioni, suicidi, rivolte. Il resto della quotidianità all’interno delle mura di un carcere è qualcosa che solitamente cade nell’oblio. Il momento preciso, o meglio ancora direi decisivo, è avvenuto nell’aprile 2023, quando nelle vesti di giornalista ho varcato i cancelli di una casa di reclusione.
Il titolo “Il silenzio dentro” è molto evocativo. A cosa si riferisce esattamente questo “silenzio”?
Il silenzio qui ha molteplici significati: è quello che la società rivolge al mondo penitenziario, è quello interiore, è quello dentro a una cella.
Nel libro racconta il suo viaggio tra le carceri italiane. Che cosa l’ ha colpito di più, in positivo o in negativo, durante questo percorso?
In positivo le storie di coloro che, scontata la pena, hanno ricucito i propri strappi esistenziali e ora lavorano al servizio del prossimo, di negativo o, quanto meno, di negativamente sorprendente, la correlazione tra suicidio e gate anxiety. La mancanza di libertà e autodeterminazione – spiega Antigone – porta a questo aspetto non trascurabile e che difficilmente è immaginabile da fuori, dando per scontato che il ritorno alla libertà sia il desiderio più sentito da chi sta finendo la pena.
Ha raccolto testimonianze di detenuti, ex detenuti, esperti, volontari, istituzioni. Come è riuscita a creare questo dialogo tra voci così diverse? E quanto è stato difficile?
Ho cercato di pensare su larga scala a tutti gli attori che ogni giorno vivono il carcere nei diversi ruoli, sicuramente incappando in qualche involontaria mancanza. Mi sono messa così a cercare i nomi più giusti e rappresentativi, ho studiato a lungo i numeri nei rapporti stilati e preso in mano telefono e indirizzi mail per arrivare a intervistare la lista che avevo steso. Nessuno si è tirato indietro, la difficoltà maggiore è stata nelle tempistiche, talvolta, con alcune figure istituzionali alle prese con agende fittissime, ma la pazienza e la perseveranza mi hanno premiata.
Lei parla spesso della necessità di una giustizia “rieducativa” e non solo punitiva. In che modo il sistema attuale sta fallendo – o riuscendo – in questo compito?
Il sistema penitenziario è estremamente complesso. Sono venuta in contatto con realtà e individui che ogni giorno si impegnano con tutte le loro forze per farlo funzionare, ma devono fare i conti con problemi di sovraffollamento, carenza di personale, suicidi tra carcerati e non solo, episodi di violenza, tossicodipendenze, alfabetizzazione. Diciamo che ci sono degli esempi maggiormente virtuosi che potrebbero essere fonte di ispirazione per quelli che versano in situazioni peggiori.
Ha scelto di non cedere alla retorica del “buonismo”. Come si può, secondo lei, parlare di carcere in modo onesto e costruttivo allo stesso tempo?
Semplicemente non polarizzando l’informazione e cercando di analizzare il problema a tutto tondo, non solo da una parte. Ci sono detenuti che non vogliono cambiare e mai lo faranno, poi ci sono altri che hanno bisogno di un aiuto per uscire dalla spirale del reato e proprio con loro quanto previsto dall’Art. 27 della nostra Costituzione deve agire al meglio.
Tra le testimonianze raccolte ce n’è una che la ha particolarmente colpita o che porta dentro con più forza?
Tutte hanno un loro peso specifico e tutte hanno conferito valore al libro. Diciamo che aver parlato di carcere e tossicodipendenze mi ha più volte fatto accapponare la pelle.
Nel libro lei affronta anche temi attuali come l’economia carceraria, la finanza sociale, l’IA applicata alla giustizia. Come si intrecciano con il tema della detenzione?
Credo che oggi parlare di carcere senza parlare di economia e tecnologia significhi ignorare una parte fondamentale della realtà. L’economia carceraria, la finanza sociale e perfino l’intelligenza artificiale non sono mondi separati: entrano, in modi diversi, nella quotidianità della detenzione e nella possibilità stessa di immaginare un sistema più giusto, snello e umano.
Che tipo di reazione spera possa suscitare questo libro nei lettori e, più in generale, nell’opinione pubblica?
“Il silenzio dentro” non nasce per giudicare o giustificare, nasce per far capire che occorre interrogarsi su quanto non si conosce al fine di comprendere meglio e non far finta di niente. La giustizia e la sicurezza riguardano tutti e vanno preservate, inoltre il carcere è uno specchio: in esso si riflette il grado di civiltà di una società, la sua capacità di accogliere, di educare, di dare una seconda possibilità laddove ve ne sia davvero desiderio.
Lei ha parlato della libertà come qualcosa che, per alcuni, può far più paura del carcere. Cosa intende con questa riflessione?
È il concetto di gate anxiety di cui parlavo prima, ovvero l’ansia che molti detenuti provano prima della scarcerazione: la paura del “fuori”, della solitudine e del giudizio sociale. È il paradosso della libertà che spaventa, perché uscire significa perdere i punti fermi del carcere. Se non gestita, può portare a gravi crisi emotive o comportamenti autolesivi.
Ha già in mente un seguito o un nuovo progetto legato al mondo penitenziario o a tematiche sociali?
Sì, in realtà più di uno, ma quello che bussa più forte è sempre un tema sociale di stringente attualità.
Cosa si augura che resti ai lettori dopo l’ultima pagina de “Il silenzio dentro”?
Che resti la sensazione di aver fatto una lettura costruttiva e di conoscere all’ultima pagina qualcosa in più di quanto si sapesse alla prima.
