Visitando i siti storici della Lunigiana spesso ci sentiamo raccontare che i signori locali costruivano i loro castelli lungo le vie di commercio per assicurarsi, non solo il controllo delle vie di comunicazione, ma anche le rotte commerciali, che, tradotto in parole povere, significa che esercitavano un potere di tassazione su tutto che circolava in un senso o nell’altro. La Lunigiana è un territorio che si distende dalle coste tirreniche comprese, all’incirca, tra l’antica Luni, Sarzana e l’inizio della Versilia e le montagne che delimitano il confine appenninico tra Toscana ed Emilia Romagna. In pratica le vie di commercio andavano dal mare fino all’entroterra poi, svalicando i passi appenninici, raggiungevano la pianura padana. Così mentre dalle zone interne viaggiava verso il mare, il marmo che serviva per abbellire i palazzi signorili e le chiese di tutta Italia, dalla costa risaliva un bene assai più leggero ma altrettanto remunerativo come il sale.
Il sale, oltre che per l’alimentazione quotidiana, era fondamentale per la conservazione degli alimenti, così come potevano esserlo le spezie che si usavano per evitare che la carne animale andasse in putrefazione. Questa cosa era ben chiara sia ai semplici cittadini, sia ai governanti che imponevano ai sudditi di acquistare un quantitativo minimo della preziosa risorsa per poter garantire un’entrata sicura alle casse dello stato. Lo faceva il granducato di Toscana, è probabile che lo facessero un po’ tutti lungo lo stivale, lo faceva anche Genova, che nel 1798, regnava sulla città di Santo Stefano di Magra. Proprio in quella data, tale Giacomo Calmi, a nome della municipalità del paese, sfidava l’ira della Repubblica ligure, protestando contro gli aumenti di quella odiata gabella. “Permetteteci, o cittadino ministro, che vi presentiamo il grido universale di questo Comune” comincia in questo modo la lettera inviata che elenca tutti i doveri economici ed amministrativi adempiuti per onorare la sudditanza, cioè il pagamento delle tasse sulle imposte, la cessione di argenti provenienti dalla chiesa e quindi appartenenti al culto cittadino, l’imposizione di una tassa su case e proprietà, come descritto dall’allora costituzione. La tassa sul sale però no: su quella non si può star zitti “…quando all’udir le tasse, ossia l’aumento del sale, non ha saputo contenersi” un modo abbastanza garbato per dire che, alla notizia dell’aumento di quella tassa, la gente deve aver perso la pazienza! “È questa una pillola troppo amara, e da non digerirsi, perchè quotidiana.” E ancora più in la “Un miserabile operaio adunque, che dalla mattina alla sera suda ansante sotto il peso di grave zappa, dovrà impiegare nel sale una notabile porzione di suo sudore che destino alla sua famelica famiglia?”
Una preghiera che nascondeva una certa pressione da parte della popolazione che vedeva con questa ulteriore tassa un sopruso bello e buono e che poneva lo scrittore tra il martello del popolo e l’incudine del governo, tant’è che dopo aver sciorinato una lunga preghiera, ricordando i doveri di entrambe le parti, Cesare Calmi, timoroso di aver fatto irritare troppo il suo corrispondente, scrisse quella che oggi verrebbe definita una sviolinata bella e buona: “Perdonate o cittadino Ministro, se v’abbiamo parlato col linguaggio del cuore. Ciò è un effetto di quella Repubblicana sicurtà e franchezza che c’ispira l’acquistata libertà. Salute e fratellanza”. Come sia finita questa storia non è dato saperlo, la speranza è che qualche storico, lèggendo queste righe, ci chiami per dirci che alla fine la tassa non fu alzata o almeno che il redattore della lettera non fu linciato dal popolo, perchè incapace di toccare le corde giuste del governatore, o peggio ancora, che Genova non abbia rincarato la dose per vendicarsi di tale gesto di ribellione. Chi lo sa! Un particolare però salta all’occhio, nel leggere questa lettera, quando all’inizio, parlando delle tasse regolarmente pagate dice: “Soccorse in seguito la cassa della Nazione, pagando scrupolosamente la tassa sulle finestre”. Ma cos’era questa tassa sulle finestre?
Oggi per pagare la tassa sull’immondizia si suppone che un proprietario debba pagare, erroneamente a mio parere, in base alla superficie dell’abitazione. Più è grande e più paga, anche se all’interno ci abita una sola persona. In passato, per stabilire chi dovesse pagare più tasse sulla proprietà della casa, non essendoci un catasto vero e proprio che tenesse conto della superficie delle case, si contavano le finestre. Più finestre aver una casa o un palazzo, più si supponeva fosse grande per cui più tasse doveva pagare. Questo è il motivo per cui da quel momento in poi, anche grandi palazzi, si mostravano con finestre murate o ancora con finestre solo disegnate sul muro; una scelta decorativa che manteneva l’equilibrio stilistico della costruzione e che abbassava di molto le tasse da pagare.
Se questa ultima notizia vi ha fatto pensare un pochino, ora potrete ben capire perchè in certi posti d’Italia, specie in Liguria, le persiane alle finestre si chiamano imposte.
