Quando si visita un castello – e in Lunigiana, dove vivo, ce ne sono tanti – ci si aspetta sempre di ascoltare storie di dignitari poco illuminati, di sfruttatori o di genitori degeneri di figlie a cui viene negata la possibilità di amare persone che spesso provengono da ceti sociali più bassi. È il caso di Biancamaria, la sventurata marchesina del castello di Fosdinovo che, per colpa della sua ribellione nei confronti del padre, venne condannata ad una morte lenta ed atroce, murata viva nelle segrete del maniero, in compagnia di un cane e di un cinghiale. Una storia che ho raccontato e che è facile ritrovare anche come cliché di centinaia di altre storie simili. La storia che vi racconto oggi è tratta da un bel libro, scritto da un autore del XIX secolo che, a dorso d’asino attraversò la Lunigiana raccogliendo e raccontando le storie che ogni borgo conserva tra le sue vie. Carlo Caselli ci ha riconsegnato tracce di un passato a volte dimenticato che però riemerge tra le righe dei suoi scritti. Da lui sappiamo di un certo don Francesco Finali che, fattosi prete, si recò a Milano, ma a causa della febbre terzana, ovvero febbre malarica, dovette tornare a Treschietto, una frazione di Bagnone per guarire e, in seguito, una volta ristabilitosi, non la lasciò mai più. “Appassionato di cose antiche” ritrovò delle carte nell’archivio di Treschietto e Malgrate e si mise a trascriverlo per renderlo accessibile a tutti, nonostante l’ostracismo da parte degli eredi dei marchesi Malaspina. Ne venne fuori una raccolta di più di seicento pagine manoscritte. Ma cosa narravano di tanto scandaloso da turbare la quiete dei marchesi? Ecco la storia che emerse.

Morto il marchese Pompeo Malaspina, non potendo ancora governare il giovane figlio Giovan Gasparo, la reggenza cadde sulle spalle della vedova Maria Clelia di Tresana. Nel 1637 il castello di Treschietto dovette assumere un aspetto molto lugubre, dato che l’austerità della reggente aveva coperto di drappi neri le mura, mentre lei stessa, dipinta come un “perenne salice piangente”, sempre accompagnata dal suo fido confessore, era solita passeggiare per le vie dei suoi possedimenti richiamando all’ordine ed alla più rigida moralità i sudditi, non dimenticando di esigere quanto dovuto alle nobili casse. Mentre la vita scorreva triste e morigerata, in quel di Mantova il giovane marchese imparava l’arte del vivere e del governare alla corte del reggente locale, arrivando a sposare Ottavia, una ragazza tanto giovane e bella, quanto religiosa e caritatevole, figlia del cavalier Riboli di Mantova. Nel 1640, a soli 27 anni, insieme alla consorte ed al figlio piccolo si insediò nel castello di Treschietto. Subito portò una ventata di aria nuova, sostituendo i drappi neri con quelli rossi e rianimando le strade con nuovi canti e danze. I contadini, però, che saranno anche stati storicamente rozzi e ignoranti, avevano intuito che questo nuovo arrivo nascondeva qualcosa di poco sano. Si erano diffuse infatti voci che descrivevano il marchese come un essere insaziabile e perverso, che amava sguazzare nel sangue di giovani contadinelle, cosicché allo scendere delle tenebre tutti si assicuravano di aver messo a dormire le giovani figlie. A Parma, in effetti, il marchese Giovan Gasparo Malaspina non poteva più far ritorno, per aver violato le sacre mura di un monastero dove aveva saziato le sue brame con un paio di novizie. In Toscana, non si sa bene dove, si era guadagnato una condanna a morte con taglio della testa per aver ucciso un uomo e successivamente per aver rapito e poi violentato una nobile giovinetta. Ma ai nobili tutto era concesso, per cui era stato graziato a patto di non vederlo più per quelle strade. La domenica poi, sempre accompagnato da alcuni suoi scagnozzi era solito percorrere a cavallo le piazze dei suoi villaggi per adocchiare le paesane più belle, agghindate a festa da portare poi nel suo castello.

Il Finali nel raccontare questa storia dice anche di aver visto un suo ritratto e così ce lo descrive, affibbiandogli il titolo di mostro: “Di statura non tanto eminente, di colorito bruno tendente al rossiccio quasi smorto, polputo e quasi generalmente di pelo terso, irsuto e nero con basette l’uso spagnolo, mento tondo, bocca ordinaria, naso largo, occhio nero con guardata tetra e severa, fronte bassa, ciglia lunghe e nere, vestiva alla foggia dei suoi tempi”. Non una persona con la quale tentare di intavolare un discorso pacifico, evidentemente. Ogni settimana al castello si ballava e le giovani ragazze dovevano sottostare all’invito a partecipare, per evitare guai seri per le proprie famiglie. I balli che iniziavano in costume, velocemente mutavano tenore diventando sempre più lascivi fino a trasformarsi in baccanali dove tutti si denudavano, dando il via a orge o a raffigurazioni di quadri vivi, alla stregua del famoso “Gioco delle castagne” ideato alla corte papale dei Borgia nel XVI secolo. Scene non del tutto nuove ai lunigianesi, dato che simili eventi, si narra accadessero anche nel castello Malaspina di Pallerone, oggi frazione del comune di Aulla. Un giorno, le tre giovani figlie di un onesto legnaiolo chiamato Pierin d’Antonio Malatesta ricevettero l’invito a recarsi al castello. Il padre si oppose, ma un po’ con la forza, un po’ con l’inganno fu portato via da alcuni bravi, mentre le figlie furono introdotte ai mali costumi del Marchese in compagnia di altre ragazze che non dovevano essere nuove a quegli eventi. Al termine del festino le sventurate tornarono a casa e sulla via conobbero il fato occorso al padre. Condotto a Iera, un borgo oggi distante pochi minuti da Treschietto, era stato calato vivo nell’ ossario della chiesa di san Biagio dove aveva passato tutta la notte al buio tra le ossa e i resti putrefatti dei cadaveri lì sepolti. Il mattino dopo, attratti dalle grida di aiuto, alcuni pastori avevano dato l’allarme, in modo che i familiari ed il fratello si muovessero per accorrere in suo aiuto. Il marchese però, battendo tutti sul tempo, inviò due suoi fidati che finsero di aiutarlo nel tirarlo fuori da quel buco, calandogli una pertica, ma quando il poveretto fu a metà arrampicata gli spaccarono la testa con una lapide mettendo fine alla sua vita.
La marchesa Ottavia, incredibilmente all’oscuro di tutte queste vicende, saputo dell’accaduto si ritirò in preghiera e disperazione davanti all’icona della Madonna nella selva di Vallo e tanto insistenti furono le sue orazioni che riuscì a scappare da Treschietto senza mai farvi più ritorno.

Leggenda vuole che dopo la sua morte del marchese Giovan Gasparo, avvenuta nel 1678, il suo fantasma abbia continuato ad aggirarsi tra le mura del castello e mentre si narra della presenza di una statua rappresentante un vitello d’oro nascosta nei sotterranei, la tradizione vuole che la rinomata cipolla di Treschietto, coltivata intorno al castello serva a tenere l’anima irrequieta prigioniera del suo destino in quelle stanze.
Come dicevamo all’inizio, castello che vai, leggenda che trovi e quanto ci sia di vero in tutto ciò lo sanno solo i mattoni che da secoli, muti osservano il borgo di Treschietto.
