Fino al 19 ottobre, presso la biblioteca civica E.Gerini di Fivizzano è possibile ammirare la mostra dal titolo: “In Human, viaggio al termine della coscienza” ad opera di sette giovani artisti locali il cui scopo è quello di mostrare la loro personale visione dell’essere umano, luci e ombre di una specie. Nel presentarsi, Silvia Lombardi e Martina Basile di Monti di Licciana Nardi, Lorenzo Genelli di Fivizzano, Simone Leone e Daniel Fontana di Comano, Sofia Poli e Annalisa Biancardi di Pontremoli danno un’interpretazione del loro lavoro.

“Tutto ciò che è “Umano” può essere mostrato – dicono gli artisti – di questo universo vengono coagulati singoli aspetti isolati, frammenti, di una più ampia e non definibile unità. Un frammento può essere una caratteristica, una domanda, una risposta, può essere una sensazione appena sfiorata, un sentimento, una sfaccettatura invisibile della vita. Che volto ha una malattia? Quanti anni ha la felicità? I ricordi sono densi? Quanto a fondo ci conosciamo e quanto in realtà vogliamo spingerci a fondo dentro di noi? In human simula questa immersione nell’Io, una discesa che penetra la superficie delle apparenze fino ai più reconditi anfratti della mente e della bestialità. A cercare quella linea che separa l’uomo dalla bestia, l’autoinganno dalla bruta realtà, a cerci fino in fondo per poi rifluire in superficie, per tornare alla luce dal buio dell’abisso della nostra mente fino alla realtà”. Ogni artista ha analizzato le tematiche, ognuno dal proprio punto di vista, lasciando allo spettatore la facoltà di interpretare o reinterpretare le loro opere, senza essere condizionati dalla idea primordiale che le ha generate. Abbiamo incontrato Lorenzo Genelli che ci ha fatto da guida lungo i portici della biblioteca dove sono esposte tele, sculture, disegni, rappresentazioni.
Lorenzo, parlaci di In human…
In human è la nostra mostra, e già dal nome vuole essere una contraddizione viva: si può leggere come “inumano” o come dentro l’umano. Il titolo è nato quasi per caso, ma ci ha convinti perché rispecchia bene quello che facciamo. Ma è meglio se prima ti fai la tua idea, poi, se vuoi, te la spiego: l’arte va vissuta personalmente, il racconto dell’artista arriva dopo.

Quali sono le sfide principali che avete affrontato?
Tre principalmente. La prima è stata il luogo, ad Aulla, nella nostra precedente mostra, ognuno di noi aveva un suo spazio, in cui poteva mostrare il suo percorso personale. In questa bellissima biblioteca del Settecento non è stato possibile ripetere quello schema, perchè qui non si tratta solo di appoggiare le opere da qualche parte, ma di farle respirare, far vedere la progressione dal sogno alla pelle, poi ai traumi e allo strato profondo.

La seconda?
La lettura del pubblico. Noi diamo un filone: l’umano visto da sette sguardi, ma le persone portano la loro biografia. C’è chi vede un manga, chi un grottesco, chi un esercizio di stile, chi un pugno nello stomaco. È giusto così, ma spesso la nostra idea va spiegata, altrimenti uno si fa un’altra idea, completamente.

Fammi un esempio…
Martina, che è tatuatrice, lavora sulla pelle come superficie dell’umano. Alcune sue opere, molto cartoonesche, sembrano leggere, quasi pop; altre , penso alla signora con la faccia rosa, l’alveare e le api che piangono, aprono una fenditura emotiva più profonda. In una disposizione compressa, può passare più il “segno” che il “senso”, e devi intervenire con il racconto, altrimenti non arriva.

La terza sfida?
Far convivere stili diversi sotto un unico filo conduttore. Annalisa ti porta in un onirico surrealista, Simone lavora con installazioni visive che indagano l’astratto dell’essere, Daniel usa un realismo quasi grottesco, con natura e anatomie che si mescolano; Silvio entra nelle sfumature più profonde del sentire. Io innesto le patologie e i timori sulla percezione. Mettere tutto insieme senza che sembri un mercato è complicato.

In che modo sta cambiando secondo te la percezione del pubblico riguardo all’arte?
Negli ultimi anni vedo meno reverenza e più curiosità. Si passa dall’immaginario della “Madonna col Bambino” o della natura morta, che sono codici sicuri, a un confronto con immagini più destabilizzanti: una mano che ti fa un gesto, un avvertimento o uno sguardo che non sai se ti accoglie o ti giudica. Di primo impatto molti restano perplessi, ma poi si aprono. C’è un pubblico giovane che non chiede di capire subito: vuole sentire qualcosa. E c’è un pubblico adulto che magari inizialmente cerca il riferimento, poi decide di lasciarsi portare.

C’è chi sostiene che collettive così eterogenee confondano il messaggio: si rischia di non capire “che cosa state dicendo”. Come rispondie a questa critica?
Capisco la preoccupazione, però, per noi ,la pluralità è il punto. L’umano non è un monologo. Abbiamo un filo chiaro: dall’onirico al superficiale, poi alle turbe, ai traumi, alle profondità. Se lo spazio non aiuta, qualche pezzo può sembrare fuori registro, lo riconosco, ma in condizioni ottimali la sequenza tiene. Poi, non cerco obbedienza interpretativa. Non voglio che il pubblico esegua la nostra lettura: voglio sapere cosa prova. Quando qualcuno dice “questo non coincide con il tema”, gli chiedo di camminare il percorso completo, non di fermarsi al primo sguardo. Se “In human” suscita emozioni contrastanti, sta facendo la cosa giusta.

Qual è la composizione del gruppo e i diversi ruoli?
Siamo sette. Io e Silvio siamo autodidatti: lui ha sempre avuto la necessità di riversare sulla tela ciò che prova — sfumature profonde dell’umano, opere che fanno reagire, anche male. Martina, Daniel e Annalisa si sono diplomati all’Accademia di Belle Arti di Carrara; di Martina abbiamo già detto: nei suoi tatuaggi pratica un realismo “sporchino”, vivo; Daniel insegna storia dell’arte e porta un realismo grottesco dove natura e anatomia si intrecciano; Annalisa rappresenta l’onirico con un surrealismo che apre spiragli. Simone è appassionato di botanica e con le sue installazioni visive indaga l’astratto dell’essere. Io, come dicevo, uso il 3D per materializzare i timori sulla percezione.

Pensi che il progetto abbia futuro? State immaginando un tour?
Sì. Volevamo chiudere il “tour lunigianese”: dopo Aulla e Fivizzano, portarlo a Pontremoli e poi muoverci verso zone con più visibilità: Sarzana, La Spezia. Non è una cattiva idea, anzi. È un progetto che nasce da un desiderio condiviso: io ho buttato la proposta, gli altri avevano la stessa voglia di esporre i propri pensieri. Ci siamo guardati e abbiamo detto: facciamolo insieme.

Si può vivere di arte, oppure deve essere considerata un’attività parallela?
È parte integrante, non so se la chiamerei “mestiere” nel senso tradizionale. È un modo di esprimersi e di insegnare a esprimersi. Per me, che insegno, l’arte è un esercizio di estrazione: tirar fuori un concetto e metterlo davanti a te. Ripeto: prima vivila, poi te la spiego. E su quello che “arriva”, non cerco coincidenza totale. Ognuno ci vede quello che ha vissuto, che ha passato, che pensa di volere, che già porta dentro. Se entri con tre persone, avrai tre mostre diverse. È il bello. Se una cosa non ti fa provare ciò che ha provato un altro, va benissimo: l’obiettivo è raggiunto se hai provato qualcosa.

Ti rifaccio la domanda ma in un’altra maniera: si può vivere di arte non tanto per il fattore economico, ma a livello emotivo? Ovvero faccio arte perché mi aiuta a vivere, mi aiuta a esprimermi, mi aiuta a comunicare col mondo?
Sì, penso che sia anche una forma abbastanza sana di vita, nel senso che tenersi le cose dentro non è mai una cosa buona fondamentalmente. Bisogna sempre trovare uno sfogo, che poi si trovi nello sport, o magari nella comunicazione, al bar o facendo comunque dei disegni, delle sculture aiuta a cercare di esprimersi con più forza.
Correndo anche il rischio di fare delle cose che gli altri non riescono a capire?
Ma ovviamente, senza ombra di dubbio. Cioè, è una cosa normale. Io sfido chiunque ad andare in un qualunque museo di arte moderna, entrare, fare un giro e dire “ho capito tutto”. No, ovviamente ognuno capisce quello che vuole.
Avete riscontrato letture molto distanti dal vostro intento originario?
Sì, spesso. Ti dico la verità: è difficile avere sempre riscontro sull’idea che abbiamo pensato. A volte la cornice va raccontata, altrimenti uno si costruisce un’altra narrazione. Mi hai chiesto differenze? Ti giro la domanda come ho fatto a un visitatore ma sul serio: preferisco che me le dica chi guarda. Per me è più interessante.
Cosa ti ha risposto quel visitatore?
Ha guardato le pelli sintetiche tatuate di Martina che sono una bellissima trasposizione del suo mestiere e ha detto: “Questo non coincide col tema.” Poi ha visto la donna col volto rosa e l’alveare che piange, e ha cambiato tono: “Qui mi dice qualcosa.” È la prova che serve andare avanti nel percorso
Cosa vorreste che chi visata la vostra mostra si portasse a casa, una volta uscito?
Per prima cosa la consapevolezza che ci sono dei ragazzi che hanno la voglia di proporre qualcosa, senza nessuna richiesta, senza nessuna pretesa e poi visti i diversi modi di esprimersi almeno una riflessione. Una semplice riflessione, cioè una di queste opere, non due, non tutte, una, ne basta una. Una che ti faccia nascere una domanda, una che magari la guardi e ti chiedi qualcosa, ti interessa, ci vedi un qualcosa di più. Fondamentalmente quello che ti piace è uno specchio di quello che sei, oppure quello che ti interessa, oppure quello che ti fa paura.
Quali sono i vostri dati anagrafici, giusto per dare un’idea del gruppo?
Siamo intorno ai trent’anni di media. Martina è la più giovane. Daniel alza un po’ la media, poco più di quaranta
Vuoi lasciare un messaggio diretto ai nostri lettori per invogliarli a venire a vedere la mostra In Human?
Entrate senza fretta. Lasciate che un’opera vi piaccia o vi respinga, non è un problema. L’umanità non è un’immagine singola: è un percorso. Prima vivetelo, poi, se volete, ve lo spieghiamo. L’importante è che abbiate provato qualcosa.
