Ci sono storie talmente incredibili, che, a volte, passano nel dimenticatoio, pur essendo storie di uomini che hanno fatto un’epoca. Audaci, brillanti e coraggiosi, riaffiorano con le loro vicende per ricordarci della loro esistenza. Il loro nome, spesso, è davanti agli occhi di tutti, ma nessuno se li ricorda più. Pietro Paolo Savorgnan di Brazzà, faceva parte della una numerosa famiglia del conte friulano Ascanio Savorgnan di Brazzà e da Giacinta Simonetti dei marchesi di Gavignano. Decimo di tredici figli, crebbe a Roma, ma a quattordici anni si trasferì a Parigi per studiare presso il “Lycée privé Sainte-Geneviève” di Parigi. Terminati gli studi, intraprese la carriera militare, diplomandosi alla scuola militare di Brest nel 1870. Acquisita anche la nazionalità francese nel 1874, l’anno seguente fu protagonista di una spedizione, ne condurrà altre due, in Africa equatoriale, per soddisfare quel senso di avventura e quella voglia di esplorare che fin da bambino lo avevano affascinato. I risultati ottenuti sul versante antropologico, geografico e naturalistico convinsero il governo francese a impegnarlo in un’altra missione nella misteriosa Africa, anche con l’intento di contrapporsi all’egemonia belga che, sotto la guida del famigerato Leopoldo II, sfruttava il territorio ed i suoi abitanti nella raccolta e nella commercializzazione del caucciù. Nel 1880 raggiunse il fiume Congo, allacciando rapporti cordiali con il re Makoko di Mbe dei Bateke e grazie ai suoi modi gentili e rispettosi, stipulò un accordo con il quale metteva il suo regno sotto la protezione della Francia: questo comportò, non solo dei vantaggi commerciali per entrambe i paesi, ma anche la possibilità, da parte degli indigeni, di mettersi al riparo dalle mire espansionistiche belghe. Il re Makoko permise anche di instaurare un insediamento francese in una località chiama Nkuna, sulle rive del fiume Congo. Nella ricerca di una strada per raggiungere l’oceano, partendo da Franceville, Brazzà fece casualmente la scoperta che gli diede la meritata notorietà, trovando le sorgenti dell’Ogouè, il principale fiume dell’odierno Gabon. Tornato in Francia, nel 1882 il governo ratificò il trattato ottenuto dall’esploratore italiano, finanziando un’ulteriore missione nel 1887, mentre già due anni prima, nel 1885, era stato nominato governatore del Congo francese. Le sue gesta e soprattutto i suoi modi di agire gli portarono notorietà e fama ma, come è facile immaginare, cominciarono ad attirare anche alcune critiche, facendo crescere malumori e sentimenti di rivalsa. In quell’epoca, un altro esploratore faceva parlare di sé: si trattava di Henry Morton Stanley, statunitense di origine gallese, passato alla storia sia per il suo impegno a favore di re Leopoldo II, sia per essere riuscito a rintracciare un altro esploratore inglese dato per disperso, il dottor David Livingstone, pronunciando la famosissima frase “Il dottor Livingstone, presumo”.

Brazzà si discostava molto da quel modello di esplorazione, la cui funzione era quello di sfruttare commercialmente le colonie acquisite, senza alcun rispetto per le popolazioni locali, utilizzando spesso metodi violenti e coercitivi. Con questa sua visione moderna dei rapporti umani da tenere con le popolazioni locali, non fece altro che provocare la reazione dei più puri colonialisti francesi che, all’improvviso, riuscirono a farlo destituire dalla carica di governatore nel 1898, inducendolo ad andare a stabilirsi ad Algeri, dove si sposò ed ebbe tre figli. Nel 1901, dopo aver letto un libro che, con tono entusiasti ed apologetici, esaltava i meriti ed i risultati del colonialismo francese, decise di produrre una relazione per denunciare l’esatto contrario, ovvero gli orrori dello sfruttamento umano ed in generale tutti gli errori commessi dalla politica colonialista europea in Africa. Questo documento venne velocemente insabbiato, ma due anni più tardi, le voci sui disastri commessi dagli europei arrivarono sulle prime pagine dei giornali francesi, costringendo Parigi a richiamare Brazzà per affidargli una relazione che avrebbe dovuto scrivere direttamente sul posto. L’esploratore accettò l’incarico, conscio dei pericoli a cui, soprattutto, in Francia andava incontro, vista l’avversione dei funzionari coloniali. Giunto sul posto, durante un ballo cerimoniale tenutosi in suo onore, uno stregone Tekè, a gesti gli indicò i luoghi dove poteva documentare le stragi e gli orrori menzionate dalle testate francesi. In pochi mesi l’esploratore scrisse dei rapimenti e della riduzione in schiavitù degli indigeni per consentire il commercio del caucciù. Terminata la sua opera, si imbarcò per la Francia ma, forse per colpa della malaria, forse a causa di un avvelenamento, morì improvvisamente a soli 53 anni, il 14 settembre del 1905. Nemmeno a dirlo, cinque mesi dopo, il governo francese decise di sopprimere la sua relazione.

Brazzà, su espressa volontà della moglie che rifiutò la sepoltura nel Pantheon, fu sepolto ad Algeri e sulla sua lapide fu scritto: “La sua memoria è pura di sangue umano”.Quel piccolo insediamento di Nkuna, concesso dal re Makoko, fu chiamato Brazzaville ed oggi è la capitale dello stato del Congo, dove è stato costruito un mausoleo nel quale, dopo una solenne cerimonia a cui hanno partecipato re, tribù e capi di stato, nel 2006 è stata traslata la salma di Pietro di Brazzà Savorgnan.
