
Quando un paese è in guerra, qualsiasi altra questione che non sia relativa all’andamento del conflitto, non è una priorità. Nello specifico della questione ucraina, a prescindere dai macabri resoconti provenienti dal fronte, per i primi due anni l’attenzione internazionale e dei media è stata sviata dal protagonismo mediatico del presidente Zelens’kyj e dalla sua instancabile attività di ricerca di aiuti finanziari e militari; mentre dall’insediamento di Trump in poi, nel gennaio del 2025, la scena è stata interamente presa dal litigioso triangolo relazionale Putin-Trump-Zelens’kyj, con il suo assurdo corollario di dichiarazioni d’intenti riguardo la disponibilità da parte dei belligeranti nel trovare un accordo di pace, regolarmente smentite da nuovi bombardamenti ed atrocità. Così, i problemi interni dell’Ucraina sono stati completamente dimenticati: non si parla di cultura, di lavoro, non si parla di economia e meno che mai di politica interna. Ma alcune tensioni, adesso, stanno venendo alla luce. La società civile, fino a pochi mesi fa graniticamente compattata dallo slancio patriottico, sta perdendo coesione. Il paese è al limite. La violenza della guerra non è più l’unico tipo di violenza che minaccia l’Ucraina.
Secondo uno studio sovvenzionato dalle Nazioni Unite sulla violenza di genere (sessuale, fisica o verbale) nelle zone di guerra, la situazione in Ucraina è particolarmente drammatica. I dati raccolti, d’altronde, non lasciano spazio a dubbi: nel 2023 i casi di violenza sotto lo stesso tetto sono stati ben 291mila, con un incremento senza precedenti del 20 per cento rispetto al 2022, l’anno dell’invasione russa. Ma i numeri, probabilmente, sono più alti. Già in condizioni normali, molte donne rinunciano a denunciare le violenze che subiscono dai loro mariti a causa di un potente mix di stati d’animo fatto di senso di colpa, paura e vergogna, i fattori “classici” che garantiscono l’impunità al compagno o marito violento. Ma, con il paese impegnato in guerra, le difficoltà nel rompere il muro del silenzio sono ancora maggiori. In queste donne prevale la considerazione che, in fondo, sono delle privilegiate, e che non hanno diritto di ribellarsi e di denunciare gli abusi del marito o compagno violento, perché altrove – cioè nei territori occupati – ci sono donne che soffrono più di loro, e, soprattutto, perché hanno la fortuna di essere nate donne, e quindi esentate dalla chiamata alle armi. In tempo di guerra, l’uomo che combatte incarna il difensore della patria, eroe per definizione. Come si può denunciare un eroe? Che diritto ha una donna, anche se maltrattata, di svelarne il lato oscuro? Quanta ingratitudine bisogna covare per vilipendere la sua reputazione? In questo momento – e chissà per quanto tempo ancora – l’immaginario collettivo ucraino è saturo di un’unica visione: la Russia è l’aggressore, il nemico, l’orco cattivo delle favole, il male fatto sostanza. Si fa fatica a pensare che il concetto di aggressore si possa applicare agli uomini ucraini. È chiaro che, per una donna, in questo contesto, risulta oltremodo straziante realizzare che il proprio marito/compagno combattente, o ex-combattente, l’uomo che ha amato e che magari è anche padre dei suoi figli, si è trasformato egli stesso nel nemico, nella minaccia, nel mostro di cui si debba aver paura, fino a ieri identificato con qualcuno o qualcosa di orribile, ma comunque distante, ed ora invece libero di aggirarsi per la casa. Le donne che hanno provato ad uscire allo scoperto, denunciando il marito o chiedendo il divorzio, hanno ricevuto insulti e minacce sui social – nel migliore dei casi – o hanno perso l’appoggio della famiglia e degli amici, che le hanno tacciate di tradimento e di egoismo, per aver abbandonato il marito impegnato in guerra oppure reduce.
È per questo che gli psicologi specializzati in violenza di genere hanno visto aumentare esponenzialmente le loro pazienti, e che sono moltiplicate le aperture di centri di accoglienza dedicati alle vittime di violenza domestica. Il fenomeno si sta diffondendo un po’ dovunque, ma è a Kiev, naturalmente, che si ha la maggior concentrazione di professionisti e di strutture dedicati al problema. I centri di accoglienza, poi, svolgono un ruolo fondamentale nell’aiutare le vittime. Quest’ultime sono particolarmente importanti in quanto offrono un luogo sicuro da cui ripartire per rifarsi una vita lontano dal proprio aggressore. Quando un paese è interessato da un conflitto armato, i primi soggetti a perdere il lavoro sono le donne, che così vedono svanire la loro indipendenza e lo status sociale raggiunto, rendendo il distacco dal marito/compagno tremendamente complesso. Nei centri, oltre al supporto psicologico e un posto dove dormire e mangiare, si offrono corsi di specializzazione, workshops e altre attività di formazione, il cui scopo è quello di “normalizzare” la vita delle ospiti, anche se i frequenti allarmi aerei sulla capitale non mancano di riportare tutti alla dura realtà del conflitto in corso. Duranti gli incontri emergono storie raccapriccianti, che si stenta a localizzare in un contesto sociale evoluto e civilizzato come quello europeo; sembrano piuttosto racconti provenienti dalle zone di guerra africane, tristemente note per questo tipo di fenomeno. Fra compagni d’arme si beve molto, e non è raro assumere droghe e ansiolitici per stemperare la pressione e la paura. Poi c’è lo scontro a fuoco e l’adrenalina che va alle stelle, lo shock di compagno che muore accanto a te, e il senso di onnipotenza che si installa nel tuo subconscio quando si sopravvive all’inferno. Molti uomini tornano del tutto trasfigurati, sopraffatti dal loro lato oscuro, e finiscono per avvelenare chi gli sta intorno. Prendiamo Olga, 37 anni, responsabile di un centro di accoglienza, attivo a Kiev da una decina d’anni. Nel 2022, all’indomani dell’invasione russa, il marito si arruola volontario, seguendo l’esempio di amici e conoscenti, tutti spinti dalla nobile volontà di difendere il paese. Non aveva mai sparato, neanche alla Playstation, amava pescare e passeggiare nei boschi. Torna dal fronte un anno dopo. Sembra l’uomo di sempre. Ma una sera – messa a letto la figlia – chiede a sua moglie di chiudere gli occhi e di seguirlo in bagno. È una richiesta inusuale, ma lei lo asseconda, immaginando qualche gioco erotico. Una cosa del tutto normale, no? Perché non avrebbe dovuto? D’altronde è suo marito, l’uomo ritornato da lei, sano e salvo, per darle – ancora e per sempre – tutto l’amore di cui lei e la loro figlia ormai quindicenne avrebbero avuto bisogno. Una volta in bagno, le dice di restare ad occhi chiusi e di aprire una mano. Olga obbedisce. A quel punto lui le mette in mano un oggetto pesante, dicendole che adesso può aprire gli occhi. Olga ci mette un paio di secondi per realizzare compiutamente che la cosa che stringe è una granata senza la sicura. Alla sua comprensibile reazione terrorizzata, lui si mette a ridere sguaiatamente – con la figlia nella stanza accanto – ma subito dopo si fa serio, e in tono sprezzante le dice: “Questo ti spaventa? Ma se non è neanche carica…”. Il giorno dopo Olga ha chiesto il divorzio. Così, nello spazio di due ore, da aiutante delle vittime di abusi, è diventata vittima lei stessa.
Ma anche chi non ha partecipato direttamente alla guerra può subire un qualche tipo di trauma e trasformarsi nella versione peggiore di se stesso. È il caso del compagno di Olena, 40 anni, anche lei ospite di un centro di accoglienza di Kiev. La sua vita è cambiata in meno di due mesi. Stimata professionista impiegata in una banca d’affari, ha perso quasi subito il lavoro, per poi diventare vittima del suo compagno poche settimane dopo. Quest’ultimo aveva una casa di famiglia, e davanti all’avanzata russa aveva invitato molti suoi parenti a trasferirsi lì, considerandola un luogo sicuro. Si sbagliava. Un bombardamento li ha uccisi tutti e il marito di Olena è caduto in una profonda depressione. Da qui la decisione di mandare Olena – all’epoca incinta – e la figlia che Olena aveva avuto da una precedente relazione, lontanissimo dalla guerra, nell’ovest del paese. Ma poco dopo ha chiamato la compagna chiedendole di tornare, per stargli vicino e sostenerlo. Olena non se l’è sentita di dirgli di no e l’ha assecondato senza esitare. Gli episodi di violenza sono cominciati qualche giorno dopo, aumentando rapidamente in intensità e frequenza. Non avendo un lavoro e nessuno a cui chiedere asilo, Olena è rimasta. Il figlio è nato alla fine del 2022. Per impedirle di scappare, lui le aveva sequestrato i documenti ed era arrivato a chiuderla in casa a chiave. Un giorno, mentre il compagno si era allontanato per comprare qualcosa al figlio piccolo, Olena è riuscita a scappare insieme alla figlia. Ma il prezzo che Olena ha dovuto pagare per la sua libertà e per la fine delle violenze, è altissimo. Il figlio è rimasto con il padre e lui lo usa per ricattarla: se vuole rivederlo, Olena deve tornare da lui.
In Ucraina, come in tanti altri paesi, si è ancora legati all’ancestrale considerazione che il sopruso da parte del marito nei confronti della donna debba essere tollerato, come se fosse un qualcosa di connaturato, in qualche modo endemico all’istituto familiare, che le donne sono tenute a sopportare per il bene e l’unità famigliari. Alcune di esse, come abbiamo visto, sono riuscite a liberarsi dal giogo dell’abuso, della paura, della vergogna, e stanno cercando di trovare una nuova normalità lontane dal posto che fino a poco tempo fa consideravano sicuro. Altre non ce l’hanno fatta, e altre invece hanno scelto di non farlo, di restare accanto al nemico. È il caso di Irina, 60 anni. Lei e il marito sono proprietari di un negozio di alimentari nel sud del paese da ben 35 anni. Una vita di sacrifici, dunque, al servizio di un’attività impossibile da portare avanti senza un incrollabile affiatamento. Ma nel 2023, in una mattina di primavera, una violenza cieca e bruta – come solo una guerra fratricida come questa può generare – ha fatto irruzione nella loro vita, cambiandola per sempre. Un manipolo di soldati russi – ragazzotti dai volti imberbi che sembravano usciti dall’ultimo anno di un collegio russo per rampolli dell’alta società – ha abusato di lei a turno, sotto gli occhi del marito rassegnato. A differenza di quest’ultimo, però, Irina ha lottato con tutte le sue forze, tanto che a un certo punto, per convincerla a desistere, hanno puntato un fucile alla testa dell’uomo, minacciando di fargli saltare il cervello. A quel punto, Irina si è arresa e ha lasciato che tutta quella rabbia, tutto quel desiderio di annientamento, tutto quel delirio di onnipotenza facessero il loro corso a scapito del suo corpo. Nei giorni immediatamente successivi al dramma, il marito si è reso protagonista di una metamorfosi raccapricciante: da uomo premuroso e amorevole, quale si era sempre dimostrato, a bruto dispensatore di violenze fisiche e verbali. Ha cominciato ad accusarla di essere stata la causa dello stupro, di non aver lottato abbastanza, e che il suo comportamento l’aveva messo in pericolo di vita. Il marito stava elaborando il trauma in modo inverso, scaricando sulla vera vittima il suo rancore e i suoi rimorsi. La verità – continua Irina – è che lui non aveva mosso un dito in sua difesa, non aveva fatto nulla per impedire lo stupro di gruppo. L’aveva osservata tutto il tempo, in un avvilente e rassegnato silenzio, mentre i giovani soldati abusavano di lei in tutti i modi possibili, violando la sua dignità di donna e di essere umano. La cosa peggiore è che il marito non si è mai scusato con lei per il suo comportamento pavido, non le ha mai chiesto di raccontargli il suo stato d’animo, oppure che cosa avesse passato in quei momenti. Il suo silenzio, di adesso e di allora, è la cosa che la ferisce di più. Irina è costretta a condividere ancora il tetto e l’attività col marito, non avendo alcuna possibilità di fare diversamente. Una delle accuse più umilianti e spregevoli che le riserva nei suoi accessi d’ira, è di non valere niente, di essere una nullità, una donna finita e senza alcun futuro, come se questa parola – a 60 anni e dopo aver subito uno stupro di gruppo – potesse ancora avere un qualche tipo di significato per lei.
A distanza di due anni, nulla è cambiato. Il nemico – quello esterno e quello interno – è ancora libero di agire: la fame di violenza gratuita dell’occupante russo nei confronti di chissà quante altre donne, e la frustrazione irrisolta che innesca l’ira del marito, sono facce non così dissimili della stessa, identica medaglia. Ma Irina è diventata insensibile sia al dolore del ricordo, sia alle violenze del suo uomo, alle sue umiliazioni, alle sue minacce. Perché quel giorno Irina è morta due volte, e niente la riporterà indietro.
Queste sono solo tre delle tante storie che si possono raccogliere in uno dei centri di accoglienza di Kiev. Non è difficile immaginare che tutte, più o meno, si assomiglino tra loro. Molto più difficile è invece quantificare l’entità reale del problema. L’attualità, purtroppo, ci racconta di una guerra che non sembra destinata a finire presto. E finché la contingenza bellica, con il suo corollario di morte e distruzione, occuperà il pensiero del paese e del mondo, non ci sarà abbastanza tempo e spazio per affrontare adeguatamente le ragioni e le conseguenze sociali della violenza domestica subita dalle donne ucraine; una violenza endogena meno appariscente di un bombardamento di droni, certo, ma che può risultare altrettanto devastante, proprio perché più sordida e protetta dal più incrollabile di muri costruiti dall’uomo: il muro del silenzio.
