
Nell’immaginario collettivo stratificato di molte persone, Bruxelles significa essenzialmente l’omonimo ortaggio di forma rotonda, dall’inconfondibile sapore di cavolo. Il fatto che Bruxelles – la capitale del Belgio – divida con Strasburgo la titolarità di sede di tutte le istituzioni dell’Unione Europea, è un aspetto marginale, non considerato dai più. Oltre a queste due caratteristiche peculiarissime, da qualche anno a questa parte, Bruxelles, cioè la città, è assurta ad un ruolo di assoluta centralità in fatto di violenza e aumento della criminalità. È di pochi giorni fa la notizia di una sparatoria nei pressi di una fermata della metro, che ha lasciato sull’asfalto due morti e almeno tre feriti. E non si tratta di un episodio isolato, purtroppo. Nella medesima settimana si sono registrati altri tre conflitti a fuoco, di cui due nella stessa zona e l’altro vicino al quartiere europeo, anche in questo caso con morti e feriti. Una scia di sangue e terrore urbano che rimanda più alla situazione di Haiti, che ad una sonnacchiosa città mitteleuropea, che fa meno di 200mila abitanti. Anche la Svezia è diventata un paese dove non è così remota la possibilità di uscire di casa per fare la spesa, e trovarsi al centro di una sparatoria in perfetto stile western. L’ultimo episodio, due settimane fa. I lettori più assidui di questa rubrica ricorderanno che – già nel 2024, in tempi non sospetti – avevamo trattato i segnali di un disagio giovanile in pericolosa deriva, che andavano susseguendosi in seno al grande paese scandinavo, patria di Ikea. Ma a differenza della Svezia, in pochi anni, il Belgio è diventato uno degli snodi più importanti dello smercio europeo di cocaina e altri stupefacenti, che arrivano in quantità enormi e sempre maggiori nel suo antico porto medioevale: Anversa. La presenza nel paese di folte schiere di ragazzi giovanissimi, spesso minorenni ed emarginati, ha creato un bacino di manodopera al quale la grande criminalità organizzata non ha tardato molto ad attingere a piene mani, e che inevitabilmente è arrivata a turbare anche le tranquille e ordinate strade di Bruxelles. Letteralmente assediati da una società improntata alla violenza, che ne esalta l’aspetto atletico e “cool”, è comprensibile come un ragazzo di sedici anni, che non vede alcun futuro per sé, non abbia alcuna remora ad imbracciare un’arma per trovare, finalmente, il suo posto nel mondo. Il Belgio si trova, così, ad affrontare due crisi particolarmente gravose. La prima di carattere meramente giudiziario e di sicurezza, è la lotta contro il traffico internazionale di droga: un nemico globalizzato, radicato, che è in possesso di risorse pressoché infinite, e che sa riconfigurarsi e adattarsi rapidamente anche a scenari particolarmente mutevoli. La seconda, con caratteristiche completamente diverse, è un problema sociale e non è non meno spinosa: come rendere il paese più inclusivo e dare una prospettiva alle nuove generazioni emarginate, alla luce del fatto che le strutture di sostegno giovanile sembrano essere completamente sopraffatte dalla situazione.
Siamo abituati a pensare al Belgio come ad un paese benestante, multiculturale, tollerante e con un alto senso civico, estraneo ai problemi politici e sociali che affliggono la quasi totalità degli altri membri dell’UE. In realtà, questo minuscolo stato è più turbolento di quanto non si possa mai immaginare. Le tre comunità linguistiche che formano la sua popolazione – seppur amministrate in autonomia – generano istanze divisive che rendono la guida del paese un’attività non esattamente semplicissima. Basti pensare che ci sono voluti quasi otto mesi di estenuanti trattative per arrivare alla formazione dell’attuale governo, che è un improbabile patchwork di partiti fiamminghi di destra e sinistra, e di formazioni vallone dell’area cristiano centro-liberale. Il nuovo governo dovrà affrontare le delicate sfide della legalità e della sicurezza, come abbiamo visto, ma anche quella della stabilità sociale, visto che qualche crepa, in quello che fino a qualche anno fa era considerato un modello di integrazione, comincia ad apparire. Il caso più eclatante, in tal senso, risale al 2023. Il 7 settembre è stata approvata dal governo dello Stato Vallonia-Bruxelles una legge che rendeva obbligatorio il corso di educazione sessuale, chiamato Evras (Educazione alla vita di relazione, affettiva e sessuale), in tutte le scuole francofone, per gli alunni dai 12 ai 16 anni. Il corso era stato introdotto già nel 2012, ma la sua frequenza era facoltativa. Di durata variabile a seconda di due fasce d’età, esso constava di un’animazione video che tocca argomenti come il consenso, la salute sessuale e riproduttiva, la violenza, i sentimenti e l’affettività tra i giovani. Al tempo aveva suscitato un po’ di scalpore, ma niente di più. Ma in dieci anni le cose e le persone sono cambiate. E, soprattutto, nel 2012, i social networks non avevano il potere che hanno oggi. Subito dopo l’approvazione dell’obbligatorietà, i social sono stati invasi da post deliranti che accusavano il programma di “insegnare la pornografia a scuola”, “di spingere i giovani ad intraprendere terapie ormonali per cambiare sesso”, di parlare di “onanismo e orgasmo già a nove anni”, di fomentare “un’iper-sessualizzazione dei bambini”, di essere “non eteronormativo”, di dedicare troppa attenzione al cambio di sesso e alle relazioni omossessuali, normalizzandole oltre il dovuto. La necessità di trovare un nemico contro cui scagliarsi, e addosso al quale riversare tutta la colpa di quello che non piace o su cui non si è d’accordo, ha trovato terreno fertile in questa iniziativa del governo, che è stata giudicata un’ingerenza inaccettabile da parte della politica nella complessa sfera della sessualità giovanile, la cui gestione è sempre stata tradizionalmente appannaggio della famiglia, riuscendo ad allineare dietro il vessillo dell’indignazione, una variegata schiera di soggetti sociali: no-wax e relativi teorici del complotto, associazioni islamiche con centinaia di migliaia di iscritti nel paese, la destra cattolica populista e reazionaria, influencer anti-lgbt+ e anti gender-fluid.
L’uso dei social al fine di produrre disinformazione mirata non è certo nuovo, ma la particolarità dell’argomento ha facilitato l’abuso di toni particolarmente sensazionalistici, facendo aumentare la tensione al punto che in pochissimo tempo si è formato un ampio fronte comune di protesta, che è sfociato dapprima in una manifestazione pacifica davanti al parlamento vallone, e poi nella violenza vera e propria, con diversi incendi appiccati nelle scuole di Charleroi e di altre località vallone. Una tale deriva terroristica in un movimento di opinione che riguarda un tema non strettamente legato alle politiche sociali o internazionali, ha pochi precedenti ed è un chiaro segnale d’allarme.
Se un tempo c’era del marcio in Danimarca, oggi il vicino Belgio non sta certo meglio, e la colpa non è dell’odore dei cavoletti di Bruxelles.
