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Sappiamo come i fenomeni sociali moderni si manifestino spesso su aree vastissime — pensiamo al problema della tossicodipendenza, per esempio, che interessa in modo più o meno grave quasi tutte le nazioni del pianeta. Ma all’interno di questa ampia distribuzione, qualche volta, essi presentano concentrazioni per le quali gli indicatori classici delle scienze sociali non riescono a fornire una spiegazione esaustiva. È il caso della scuola primaria Regine-Hildebrandt, a Cottbus, in Germania.
Anche la violenza fra studenti e contro gli studenti è un dramma geograficamente trasversale. Facciamo qualche esempio: in Indonesia e nelle Filippine l’84 per cento degli studenti dichiara di essere stato vittima di molestie, violenza fisica, violenza verbale e bullismo; gli Stati Uniti detengono il triste primato di 288 sparatorie o attacchi di rilievo con armi da fuoco nelle scuole in soli dieci anni, mentre in Europa Russia e Lettonia si dividono il poco invidiabile record degli studenti tra i 13 e i 15 anni che hanno subito atti di bullismo (47 per cento). Gli altri paesi europei — Italia compresa — non sono immuni al fenomeno, ma presentano percentuali di rilevazione infinitamente più basse.
A Cottbus, però, le cose vanno diversamente.
Per il solo 2025 — non sono disponibili dati anteriori, in quanto la rilevazione è iniziata in quell’anno — una squadra speciale della polizia della città ha registrato 178 procedimenti penali in 28 scuole. Venticinque di essi — alcuni particolarmente rilevanti per numero e gravità — solo alla Regine-Hildebrandt. È una concentrazione statistica davvero inusuale. Ricordiamo che si tratta di episodi di violenza scolastica, i cui protagonisti — assaliti e assalitori — sono bambini sotto i dieci anni. I genitori, preoccupati ed esasperati, non si affidano alla struttura scolastica per chiarire e risolvere quanto accaduto ai propri figli vittime di violenza, bensì passano direttamente alla denuncia, pur sapendo che la legge tedesca non considera penalmente perseguibili i minori di 14 anni. Quattordici procedimenti si sono conclusi con un’incriminazione formale. I reati contestati comprendono aggressione, minacce, insulti, incitamento all’odio razziale, frasi razziste e di estrema destra. Verso la fine del 2025 una lettera aperta di otto pagine — scritta dai rappresentanti dei genitori della scuola e spedita alla direzione scolastica dell’istituto, ai servizi sociali e al sindacato — è stata intercettata e rilanciata dai mezzi d’informazione di tutto il paese, diventando immediatamente un caso di rilevanza nazionale. La strumentalizzazione politica è stata immediata. A seconda delle posizioni politiche dei media che hanno trattato la notizia, questa impennata di violenza è dovuta a un insieme di fattori socio-culturali, oppure al fatto che i bambini coinvolti sono quasi tutti figli di migranti. A suffragio della tesi identitaria ci sono alcuni dati inconfutabili: negli ultimi dieci anni il numero di bambini stranieri è aumentato di sei volte. Dei 464 alunni iscritti quest’anno, centottanta non hanno la cittadinanza tedesca e provengono principalmente da Siria, Afghanistan e Russia. I programmi scolastici, così come tutti gli avvisi o cartelli all’interno della scuola, sono redatti in tedesco, inglese e arabo. Anche la distribuzione degli indagati sembra avvalorare la tesi per la quale la causa principale della violenza è la presenza preponderante di bambini che vengono da famiglie di rifugiati o richiedenti asilo, in fuga da paesi dove la situazione è drammatica. Infatti, degli indagati per le violenze commesse alla Regine-Hildebrandt, sette sono siriani, tre libanesi, tre russi e “solo” tre tedeschi. La maggior parte delle violenze, almeno quelle denunciate, provien da bambini i cui genitori sono arrivati nel paese da poco tempo, ma ci sono anche casi che coinvolgono bambini di famiglie di immigrati che vivono a Cottbus da anni. C’è chi sostiene che a scatenare la violenza nei bambini sia soprattutto l’insicurezza sociale. Quest’ultima è alimentata da un insieme di fattori — la povertà, la difficoltà linguistica, la provenienza da famiglie numerosissime che i genitori, nel nuovo contesto, non riescono a gestire, le terribili esperienze che molti di loro hanno vissuto nei paesi di provenienza e durante il viaggio migratorio — che renderebbero i bambini più inclini alla violenza.
La Regine-Hildebrandt sorge nel quartiere di Sachsendorf, uno dei più poveri di Cottbus. Qui, un quarto della popolazione vive di sussidi sociali in enormi palazzi di edilizia popolare in stile sovietico, costruiti negli anni ’50 e ’60 per ospitare gli operai della vicina miniera di carbone, quando la città faceva parte della Germania Est, sotto il controllo dell’URSS. Il processo di integrazione, già faticoso di per sé, dovrebbe essere aiutato attraverso l’inserimento in contesti urbanistici non ghettizzanti, ma questa sembra essere, al momento, una cosa impossibile da realizzare. Infatti, le soluzioni adottate dalle istituzioni per far fronte al fenomeno di Cottbus sono ispirate ad una visione completamente diversa delle sue cause. Il ministro del Brandemburgo — uno dei tredici stati federali (i Länder) che insieme alle tre città-stato di Berlino, Amburgo e Brema formano lo stato tedesco — ha attribuito all’eccessiva concentrazione di richiedenti asilo in uno stesso luogo, la responsabilità delle difficoltà di integrazione e del buon funzionamento della società. Questo comporterà un cambio di rotta nelle politiche migratorie della regione, dove verrà introdotto un obbligo di residenza per distretto: gli stranieri con permesso di soggiorno o i richiedenti asilo dovranno risiedere per almeno tre anni nel distretto che gli è stato assegnato, senza potersi trasferire in un altro. Questo dovrebbe aiutare a costruire un senso comunitario in grado di attutire le spinte anti-sociali, ma per i bambini che manifestano tratti violenti saranno istituite classi speciali, dove dovranno imparare a comportarsi in modo pacifico, e quelli provenienti da famiglie in cui il comportamento violento dei figli è accettato e promosso, saranno affidati ai servizi sociali. Alcuni genitori di bambini accusati, invece, parlano apertamente di razzismo e di odio verso gli immigrati che, secondo loro, fa scattare nei figli la reazione violenta.
Dall’altra parte, fra la popolazione tedesca che risiede a Sachsendorf, è comune la convinzione populista che la colpa di questa situazione risieda esclusivamente nel processo di “sostituzione etnica” in corso a Cottbus, come in tutto il paese. Dal lato opposto di questo ampio e diversificato ventaglio di prese di posizione, ci sono gli operatori dei servizi sociali che lavorano a stretto contatto con le famiglie coinvolte, e che denunciano una drastica riduzione dei servizi sociali per i migranti, a fronte di un costante e massiccio aumento del loro numero. Questo avrebbe provocato una perdita di contatto con le famiglie, contatto che invece è ritenuto fondamentale ai fini dell’integrazione dei nuovi arrivati. La conseguenza di questo “scollamento” è che i migranti si sentono abbandonati e tendono a vedere le istituzioni come nemiche. Da qui la scelta di denunciare senza passare da un confronto con le istituzioni scolastiche e, infine, la lettera che ha reso il problema di dominio pubblico. Anche l’istituzione di classi speciali, naturalmente, è una decisione a dir poco divisiva, ma all’orizzonte non sembrano esserci soluzioni diverse per porre un freno al fenomeno.
Alla Regine-Hildebrand, più che in ogni altra scuola tedesca, s’impara in classe e ci si mena a ricreazione. Una singolarità sociale che, qualunque sia la spiegazione più convincente, ci obbliga ad affrontare un problema più generale: quando la violenza diventa linguaggio quotidiano dell’infanzia, il problema non riguarda più soltanto una scuola, ma il futuro della società che quei bambini saranno chiamati a costruire.
