Di Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi, ideatore e condottiero dell’impresa dei Mille, tra i padri dell’Unità di Italia, conosciamo quasi tutto, grazie ai ai libri che sono stati scritti sulle sue gesta, anche da lui stesso. Alcuni particolari, assai meno noti, vengono, però, rivelati solo andando a frugare tra gli eventi considerati di minore importanza, che rimangono comunque impressi nel grande libro della Storia, collegati ai luoghi che il generale toccò con piede o con i quali, per un motivo o l’altro, venne a contatto. Verso la metà dell’800 secolo in Italia, forse su imitazione delle inglesi friendly societies, già operanti da qualche secolo prima, per sopperire alle falle delle politiche sociali del neonato Regno d’Italia, nacquero un po’ dappertutto le Società operaie di mutuo soccorso. Erano delle libere associazioni autofinanziate di operai, che mettevano a disposizione piccoli capitali per poter andare incontro a quei lavoratori che, sfortunatamente, andavano incontro a incidenti sul lavoro, malattie o perdita del posto di lavoro.

Uno dei promotori di questa iniziativa, almeno idealmente, fu Gottardo Calvi che vedeva in questo tipo di associazionismo un fattore di pace ed ordine sociale, a patto che venissero riformulate alcune regole fondamentali come la libera e volontaria partecipazione che si sarebbe trasformata in obbligo una volta entrati a farne parte. Lo scopo, oltre che di aiuto, doveva essere anche quello di instillare nel partecipante una sorta di insegnamento morale, che avrebbe dovuto far intendere il valore del denaro risparmiato, spingendolo ad avere un regime di vita morigerato e non dispendioso. Gottardo Calvi era amico del fivizzanese Odoardo Turchetti, medico insignito della medaglia d’oro al valore civile dal Granduca di Toscana per l’impegno svolto a contrastare l’epidemia di colera. I due, insieme a Bertoli Teofilo, insegnante, cesellatore e capo di un piccolo gruppo di operai fivizzanesi, fondarono la società di mutuo soccorso di Fivizzano. Questa nuova realtà del territorio, aiutata anche dal movimento repubblicano e dalle due logge massoniche presenti in paese, denominate Libando e Unione e forza, nel 1864, scrisse una lettera a Giuseppe Garibaldi con la quale lo informavano di averlo insignito della presidenza onoraria. Questa onorificenza avvenne quasi in contemporanea con la nomina del generale a Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, principale ordine massonico italiano dell’epoca. Garibaldi comunicò la sua decisione con una lettera autografa che così recitava: “Amici carissimi, accetto riconoscente l’onore che mi fate di essere vostro presidente Onorario e ve ne ringrazio di cuore. Gradite una parola d’affetto dal sempre vostro G.Garibaldi, Caprera li 30 agosto 1864”. Pochi mesi prima della sua elezione e deputato dello stato italiano, il 14 marzo del 1875 scrisse ancora alla Società fivizzanese con queste parole autografe: “Alla Società di M.S. fra gli operai di Fivizzano. Grazie per il dono gentile delle lire venti. Abbiatevi u. Fraterno saluto dal Vostro G.Garibaldi. Roma 14-03-75” indirizzato a Teofilo Bertoli Presente della Società. La conservazione delle lettere e la divulgazione di questa piccola, ma significativa corrispondenza tra Fivizzano e Garibaldi è stata resa grazie a un piccolo opuscolo redatto in sole cento copie dal direttivo della sempre esistente Società Operaia Fivzzanese.

Una nota di curiosità: Garibaldi, sebbene si pensa fosse cristiano, non fu un acceso sostenitore della chiesa intesa come istituzione ecclesiastica. La sua avversione al clero la si può facilmente dedurre dal quanto si può leggere nel suo testamento nel quale, oltre a chiedere espressamente di non voler ricevere i sacramenti finali recita: “non voglio accettare, in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada”. Ebbene la società operaia Fivizzanese è praticamente adiacente alla chiesa dei Santissimi Antonio e Jacopo, ma il busto del generale, è rivolto da un’altra parte, chissà che non sia stato fatto apposta per accontentarlo per l’eternità.

