• Gio. Feb 2nd, 2023

Giornale di cultura, viaggi, enogastronomia e società

Rubare la sabbia a Hobor

DiGianni Ammavuta

Gen 22, 2023

OLTRE|FRONTIERA

Questa settimana andiamo a: Hobor, Accra, Ghana

Coordinate: 5°33’N 0°12’O

Distanza da Firenze: 6.697,9 Km

Tutto. Ci stiamo accaparrando tutto quanto. Come un branco di lupi rabbiosi, che non sanno placare la loro fame, non c’è risorsa naturale che sfugga a questa nostra incessante azione predatoria. La lista è angosciosamente lunga: acqua, gas, petrolio, carbone, legno, minerali, metalli, e sabbia. Sì, anche la sabbia. Generalmente considerata una materia prima inesauribile, in realtà, siamo riusciti a rendere scarsa anche quella. Giova ricordare che la sabbia, dopo l’acqua, è la materia prima più commerciata al mondo. La sabbia è indispensabile nelle costruzioni, e il suo componente principale – il silicio – è l’elemento base dei microprocessori. Nonostante la sua rilevanza strategica, nessuna organizzazione ne monitora il commercio e, soprattutto, l’estrazione. Questa singolare alienazione dai sistemi di controllo e di regolamentazione, unita ad una relativa facilità di approvvigionamento, hanno favorito la nascita di una fiorente attività estrattiva illegale in più di settanta paesi nel mondo.

La sabbia fluviale – in quanto già lavata e priva di impurità – è di qualità migliore, e per questo è prediletta dall’industria delle costruzioni. Gli esperti ammoniscono, però, che essa sta già diventando insufficiente, perché il fabbisogno di sabbia di qualità è sempre maggiore, soprattutto a causa dei ritmi impressionanti di urbanizzazione in atto nei paesi in via di sviluppo.

In Ghana la sabbia si trova sottoterra. A differenza dei fondali lacustri o fluviali, che non appartengono a nessuno – o meglio, che appartengono alla collettività in quanto proprietà dello stato per definizione – la terra, qui come altrove, appartiene alla povera gente: tanti piccoli agricoltori che l’affittano, o della quale sono proprietari, magari da generazioni. Questa terra è il loro sostentamento, il loro presente e il loro futuro. La terra è tutto quello che hanno. Ebbene, in Ghana, questa piccola grande ricchezza non è messa a rischio dalla speculazione edilizia, o dalle grandi multinazionali, bensì da decine di bande criminali che, con le buone o le cattive, la distruggono per prendersi la sabbia sottostante e rivenderla. A riprova del fatto che l’estrazione illegale della sabbia è riconosciuto dal Ghana come un problema di carattere nazionale, è stata istituita una Commissione Nazionale per i Minerali, tra i cui compiti ci sarebbe anche quello di vigilare sull’attività dei cosiddetti “cercatori di sabbia”, o “imprenditori della sabbia”, come alcuni di loro, generosamente, si autodefiniscono.

In pratica, quello che fanno è girare per il territorio fino a quando non trovano un pezzo di terra promettente e iniziano a scavare, normalmente armati solo di una semplice vanga. Se, smosso il terreno, appare la sabbia, allora devono presentare una segnalazione ufficiale alla Commissione, la quale deve avvertire il proprietario o l’affittuario del terreno, che ha trenta giorni di tempo per decidere se accettare il denaro per lo sfruttamento del terreno o meno. Ma le cose non vanno mai così. Riavvolgiamo il nastro e torniamo a quando il cercatore incontra il proprietario. A questo punto, il primo presenta un’offerta, solitamente qualche centinaio di euro per ogni quarto di ettaro, l’agricoltore accetta, il cercatore chiama la squadra e si comincia a scavare. Molto semplice e diretto.

I piccoli agricoltori hanno sempre bisogno di soldi, per cui è assai raro che l’offerta venga rifiutata. Ma quando questo accade, il cercatore sveste i panni dell’imprenditore e indossa quelli del criminale: prima o poi le ruspe e i camion arriveranno di notte nel suo campo e, dopo otto ore filate di lavoro, se ne andranno con la sabbia rubata, lasciandosi alle spalle solo distruzione. Un terreno che ha subito un dissodamento indiscriminato come quello, infatti, può rimanere improduttivo per anni.

In teoria, per chi subisce il furto, è previsto un indennizzo da parte del governo, ma raramente esso viene erogato e, in ogni caso, non copre mai per intero il valore del raccolto perduto. Per tacere del danno economico causato dai raccolti che non potranno avere luogo negli anni a venire: per quello, che è di gran lunga il danno più grave, non è previsto alcun risarcimento.

Il numero degli attori in questo scenario di illegalità diffusa è ignoto. A volte agiscono legalmente e a volte no. Dipende. Da cosa non si sa. Quasi tutti i cercatori girano armati, in quello che sembra un vero e proprio far west. Il problema è noto alle autorità, e infatti le strade secondarie sono piene di posti di blocco della polizia che fermano i camion che trasportano la sabbia, e nei siti estrattivi non è raro trovare funzionari della Commissione, spediti lì a tutela della liceità delle operazioni di scavo. Se è tutto in regola, per il cercatore a capo dell’estrazione e del trasporto non ci sono problemi. In caso contrario, si “unge” il poliziotto o il funzionario di turno con una mazzetta, e il lavoro può proseguire. I primi si corrompono con una manciata di euro, per i secondi l’esborso è più pesante. Sebbene gravato di questi costi extra gestionali, se così possiamo definirli, il furto della sabbia è un’attività relativamente semplice, poco rischiosa, e basta un po’ di conoscenza del territorio per poterla portare avanti con successo.

La distruzione dell’ambiente, causata dallo sfruttamento delle risorse naturali, rafforza le diseguaglianze. I danni generati dal cambiamento climatico in corso, a sua volta conseguenza delle emissioni prodotte dai paesi ricchi per sostenere il loro sistema di vita e il loro livello di agiatezza, ricadono drammaticamente sui paesi poveri, che non sono in grado di difendersi e non hanno le risorse per affrontare tali danni. Le catastrofiche alluvioni che hanno colpito il Pakistan l’anno scorso, sono solo l’ultimo esempio di tale tendenza. Nel caso dell’estrazione della sabbia in Ghana, questa spirale distruttiva genera conseguenze ancor più disarmanti, se mai fosse possibile, in quanto è fautrice di diseguaglianze endogene. Non importa se la mano che distrugge i raccolti non è poi così diversa da quella che li semina. Qui, vittime e carnefici non vivono in continenti separati, bensì sono fratelli della stessa terra, figli sofferti dell’Africa, impegnati in una lotta per la sopravvivenza che dura da secoli. Ciò nondimeno, i primi non esitano a levare il pugno contro i secondi, loro simili e pari. Interrogati su come si sentissero a depredare il lavoro, e quindi la vita, dei loro concittadini, alcuni autisti di camion e conduttori di ruspe hanno risposto di provare dispiacere per il dolore che infliggono ai loro connazionali, ma hanno anche aggiunto che, in fondo, questo è un lavoro come un altro. I cercatori li pagano per scavare e trasportare sabbia, e loro lo fanno, senza porre o porsi tante domande, perseguendo, così, l’egoistica ambizione di poter accedere ad un posto nel mondo, che sia migliore di quello a cui sono destinate le persone che stanno contribuendo a rovinare.

Non vi suona familiare?

Fonte: Internazionale, Wikipedia