• Dom. Gen 16th, 2022

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I colpi, il cenone dentro al Politeama, i piatti lanciati dalle finestre: ricordi del capodanno carrarino

Il 31 dicembre è il giorno che chiude il ciclo dei 12 mesi in cui è stato diviso l’anno solare, secondo il calendario adottato il 4 ottobre 1582 per volontà di Papa Gregorio XIII, da lui detto, appunto, gregoriano, ormai condiviso in quasi tutti i paesi del mondo. Fino ad allora era in vigore il calendario Giuliano voluto da Giulio Cesare il quale, avvalendosi di esperti astronomi, aveva stabilito l’inizio del nuovo anno il primo Gennaio, il mese dedicato al dio Giano e non più il primo del mese di Marzo, dedicato a Marte e precedentemente considerato primo mese dell’anno. I festeggiamenti per il dio Giano, prevedevano l’accensione di grandi fuochi propiziatori, tradizione che nel tempo si è mantenuta con i botti di Capodanno, fuochi artificiali sparati nel cielo a illuminare la notte. Dall’entrata in vigore del calendario gregoriano il Capodanno, in Italia, è sempre stato festeggiato il primo Gennaio, con la sola eccezione della parentesi fascista che aveva imposto il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, come nuovo Capodanno e associando una numerazione degli anni parallela a quella tradizionale che contava gli anni dell’Era Fascista a partire dal primo che era il 1922.

Ai Carrarini, noti per il loro spirito libero, la novità della data fascista non piacque molto, per cui nelle case continuarono a festeggiare secondo tradizione facendo i botti la notte del 31 dicembre e costringendo la milizia fascista a un superlavoro per controllare i ragazzi, che, armati di pasticche di potassio e zolfo “ I fev’n i colpi”( facevano i colpi).

Solo nel 1945 si tornò a festeggiare normalmente il Capodanno: il Politeama Verdi aprì le sue porte, offrendo lo spazio della platea sgombrata dalle poltrone come pista da ballo. I palchi e la piccionaia vennero occupati da intere famiglie, riunite finalmente in allegria. Ognuno portò ciò che poteva: bevande, cibo, e tutto fu condiviso con ritrovata fratellanza.

Chi rimase a casa, festeggiò con il cibo tradizionale, zuppa di fagioline piattele e cavolo nero e verza, identica a quella quella che si prepara a Natale, cotechino o zampone lenticchie, che simili a delle piccole monete d’oro propiziavano benessere e abbondanza. Lo spumante non si era ancora affrancato su larga scala, e il brindisi veniva fatto con un buon vino di Moneta, Candia o Corvenale.

Ad addolcire l’evento, il nostro dolce tradizionale: “la fugaza” (la focaccia) e, in conclusione il ponce al mandarino. Il 31 dicembre a Carrara, sin dalle prime ore del mattino, l’aria aveva un forte odore di zolfo a causa dei ripetuti e forti colpi che facevano i ragazzi mettendo le pasticche di potassio e di zolfo tra due lastre di marmo e colpendole con un grosso sasso per farle detonare con un colpo assordante. Le pasticche di potassio si compravano in farmacia e nei giorni precedenti l’ultimo dell’anno era tutto un viavai di ragazzini che dichiaravano al farmacista di aver bisogno delle pasticche di potassio per il nonno malato d’asma, cosa che scatenava l’ilarità di tutti.

Quando mancavano pochi minuti alla mezzanotte era usanza aprire le finestre e gettare in strada piatti scheggiati, casseruole di terracotta fessurate, bricchi sbrecciati, bicchieri rovinati e, a volte, anche seggiole, e altre suppellettili. Buttare le cose vecchie era un rito che simboleggiava la volontà di cacciar via le cose brutte e negative vissute durante l’anno appena trascorso. La mattina del primo dell’anno i netturbini, costretti a ripulire tutto quel disastro, imprecavano e inveivano contro gli autori dei lanci.

Dalla metà degli anni sessanta in poi, i ragazzi cominciarono a voler essere indipendenti e in tanti, iniziarono a festeggiare il Capodanno non più in famiglia, ma nei locali della zona, in feste private ospiti di amici, o al Germinal che in quell’occasione ospitava tutti coloro che volevano passare insieme quella festa. Oggi tutti aspettiamo con speranza il nuovo anno, mantenendo legami con le antiche tradizioni e accogliendone di nuove, come quella di indossare qualcosa di rosso in segno bene augurante.

Il colore rosso fin dai tempi più remoti, è il simbolo della vita perché rappresenta come il sangue che scorre nelle nostre vene, quindi il calore e l’amore. Il rosso significa anche comando e potenza, non a caso nelle caverne del paleolitico, si sono ritrovati i corpi dei capi clan o principi, cosparsi di ocra rossa, e ancora di rosso sono stai dipinti anche i palazzi dei potenti, e quelli che ospitano il potere civile.

Il primo giorno dell’anno a Carrara, veniva festeggiato con il menù tradizionale: crostini di fegatini di pollo, sottaceti, olive, coppa e salame. Il prosciutto crudo era ancora un sogno. Di primo c’erano i cappelletti in brodo, di secondo la gallina bollita accompagnata da salsa verde, l’agnello e le barbe di prete fritti e di dolce la focaccia, la frutta secca, accompagnate da vino in abbondanza fino alla chiusura del pranzo con il ponce al mandarino.

Dopo gli anni ’60, arrivarono prepotentemente sul mercato il panettone, il pandoro, il torrone, il panforte e tutto ciò che l’industria dolciaria mette in campo per le feste che, oggi, ormai è diventato tradizionale ma che ha un’origine molto più recente.

© Foto Archivio Michelino