Diari Toscani incontra Raffaello Bocciolini, guida turistica fiorentina. Il suo desiderio di diventare guida turistica è nato durante una giornata d’agosto del 1974. Aveva dodici anni e per trovare un po’ di refrigerio dal caldo, il babbo Carlo lo portò nella Basilica di Santa Croce, a Firenze. Fu lì che la bellezza dell’arte lo conquistò per la prima volta.
Raffaello Bocciolini, partiamo dai primi passi che hai mosso nel mondo dell’arte.
Il giorno in cui uscii da Santa Croce chiesi al mio babbo se ci fossero altre chiese da visitare a Firenze. La sua risposta mi entusiasmò: ‘Hai voglia te!’ e io gli dissi: ‘Portamici’. Da quel giorno iniziammo a visitare tante altre chiese: San Lorenzo, Santa Maria Novella, Battistero, San Miniato, Duomo, Santa Trinita. E poi anche nei dintorni di Firenze: Fiesole, Prato, Pistoia, Lucca, Pisa, Arezzo, Sansepolcro, Siena, San Gimignano… mi sono fatto portare dappertutto!

Cos’è che ti affascinava delle chiese?
La bellezza. Quando entrai in Santa Croce la prima volta non sapevo che fosse una Basilica Francescana, non sapevo niente di quello che era la sua storia e il suo stile, vedevo però come fosse tutto bello.
Il ricordo più vivo di quella prima volta nella chiesa di Santa Croce
Le pietre tombali sul pavimento, se non ricordo male sono 274. Avevo paura a pestarle, le scansavo per rispetto anche se non capivo niente di quello che stavo vedendo, per me era solo qualcosa di assolutamente bello.
E da quel momento cosa avvenne?
Avvenne che volevo sapere di più, volevo conoscere e capire chi fossero coloro che avevano creato bellezza con la loro arte, così ogni volta che con il babbo andavamo in questi luoghi chiedevo sempre che mi comprasse un libro, una guida turistica per capire ‘quella’ bellezza. Anche il nonno materno, Giuseppe Ammavuta, ogni tanto mi regalava dei libri di storia dell’arte. Leggendo ho compreso i motivi per i quali ne restavo affascinato e questo, successivamente, mi ha consentito di spiegarla anche ad altri.
A chi, dato che eri un ragazzo?
Ho iniziato con i miei compagni di classe, già dalla terza media inferiore. Facevo loro da guida, mi chiamavano il loro Cicerone.
Finiti gli studi però hai fatto un lavoro diverso…
Sì, avevo frequentato l’Istituto Tecnico per il Turismo. Teoricamente dovevo essere un agente di viaggio. Essendo particolarmente bravo nelle lingue trovai lavoro in un albergo al ricevimento. Quello è stato il mio lavoro per oltre venti anni.
Nel frattempo il tuo amore per l’arte hai continuato a coltivarlo?
Ho continuato a leggere tanto, anzi, il lavorare mi consentiva di avere più disponibilità economiche e poter comprare più libri, e concedermi pure delle ‘pazzie’ acquistando anche quelli che avevano costi elevati. Questo mi dava tanta soddisfazione. Inoltre, fare i turni notturni mi permetteva di avere molto tempo per leggere.
Passano gli anni e cosa succede?
Succede che, mentre lavoravo in albergo, trovai un lavoro occasionale in una scuola di italiano per stranieri. Una conoscente mi chiese se avessi potuto dare la mia disponibilità per insegnare storia dell’arte agli stranieri. Quella è stata la mia gavetta.
Quale fu il passo che ti portò a lasciare il lavoro in albergo per dedicarti a quello attuale?
Un manifesto letto per caso, per strada: ‘Corsi per guida turistica’. Fu in quel momento che decisi. Feci un sacrificio: continuai a lavorare e ricominciai a studiare all’età di 45 anni. Nel 2008 divenni guida turistica ufficiale, iscritto all’Albo Nazionale, dopodiché entrai in contatto con alcune agenzie e proseguii anche con la scuola.
Che tipo di persone accompagni nelle tue visite?
Le persone che mi trovo davanti sono quanto di più eterogeneo possa esserci.

Le tue guide, quindi, sono ‘tagliate su misura’, come un abito di alta sartoria. Prima di cucire è necessario prendere le misure. Come fai a capire cosa cerca chi ti sta davanti?
L’abilità della brava guida turistica comprende, oltre alla preparazione che è necessario avere e alle competenze specifiche della lingua nella quale stiamo lavorando, capire cosa vogliono quelle persone e quali siano le loro conoscenze e i loro interessi, per cercare di intuire cosa stanno cercando a Firenze e riuscire a coinvolgerle.
Un esempio?
Quando parlo dei palazzi fiorentini, devo necessariamente parlare della storia dei Signori di Firenze che volevano primeggiare l’uno sull’altro costruendo palazzi più grandi e imponenti. Per rendere l’idea, riconduco la storia alla nostra realtà: “È come se lei acquistasse una Porsche e io comprassi una Ferrari.”
E nel caso di un dipinto?
Per esempio un affresco del Ghirlandaio dove sono rappresentate signore ingioiellate e riccamente vestite che vanno a visitare Sant’Anna che ha appena dato alla luce Maria, dico: “A Savonarola non piacevano questo tipo di raffigurazioni: anziché la nascita della Madonna gli sembrava più una rappresentazione di Beautiful, con tutte quelle signore che si mettono in mostra.” Un americano sa già di cosa stia parlando. Questo lo faccio anche con altre persone provenienti da altri Paesi.

Un altro trucco per tenere alta l’attenzione?
Dipende con chi mi sto relazionando. Se mi trovo con dei turisti francesi, mentre parlo loro della facciata mi piace sfidarli un po’, mi piace essere ‘challenging’, e chiedo quale stile sia. Ovviamente sbagliano, in quanto è sì uno stile gotico ma non è affatto il gotico che conoscono loro. Allora cerco di fargli capire le differenze. In altri casi, se mi trovo con persone che non hanno molto interesse per la storia dell’arte ricorro a qualche aneddoto, a qualche storia amena. Il Vasari con le sue ‘Vite’ è una fonte inesauribile di aneddoti e di gossip.

Il primo pensiero che hai quando incontri le persone che dovrai accompagnare?
Una delle prime cose che mi viene in mente è ciò che scriveva Cicerone nel suo ‘De oratore’ in cui parlava proprio della ‘varietas’ e della ‘gravitas’, tutti concetti che potrei definire ingredienti necessari per tenere alta l’attenzione: dare solennità al discorso e renderlo credibile, oltre ad alleggerire con qualche battuta che è sicuramente efficace.
Tu hai iniziato a dodici anni a nutrire questa passione per la bellezza che si è estesa anche ad altre forme di arte, quali?
Dai diciotto anni ho letto molti classici. Il poema Hero and Leander di Christopher Marlowe mi affascinò al punto che decisi: se avessi avuto un figlio, lo avrei chiamato Leandro. E così è stato.

Quanto il passato continua a influenzare la nostra vita quotidiana e l’arte contemporanea? Quanto di questo ci rimane dentro?
Rimane in coloro che hanno la sensibilità per apprezzarlo. Noi oggi siamo il risultato del passato, sia personale sia dell’evoluzione della storia del mondo. Per quanto riguarda l’arte ti faccio un esempio: Jackson Pollock, forse il massimo esponente di quella corrente americana chiamata la action painting, può sembrare quanto di più lontano possa esserci dalla nostra sensibilità, eppure se vai a vedere alcuni suoi disegni giovanili sono molto michelangioleschi, sembrano quasi di Baccio Bandinelli o di Michelangelo stesso.
Che relazione hai con l’arte contemporanea?
Ho avuto la fortuna di vivere e formarmi a Firenze, questo però, in qualche modo, ha lasciato un segno. Quando ho fatto il corso per guida turistica ho dovuto estendere le mie conoscenze e affacciarmi anche ad altri spicchi di realtà artistiche che non fossero nella forbice fra il 1000 e il 1600. Quindi ho studiato il 1700, poi il Realismo e l’Impressionismo. Con le Avanguardie ho fatto un po’ di fatica, ed ho iniziato ad apprezzare Modigliani quando ho visto alcuni suoi lavori in cui dipingeva in maniera più ‘convenzionale’. Solo in seguito mi hanno conquistato i suoi colli lunghi.

La domanda adesso è dovuta: e Picasso?
Picasso. Ho visitato un paio di musei interessanti, uno si trova a Barcellona, il Museu Picasso e quello mi ha destato interesse, in altre occasioni alcune sue opere che ho visto non mi hanno suscitato niente di particolare. Forse una delle sue opere più belle, per me, si trova nel Museo di Arte Moderna di Céret, nei Pirenei francesi. È una serie di piccole tazze in terracotta, coupelles, che riproducono scene della corrida. Ne rimasi affascinato.

Raffaello tu hai vissuto tanti anni all’estero: Messico, Canada, Repubblica Dominicana, Australia, ti è mancato il nostro Rinascimento?
Tanto, anche se qualcosa della nostra arte l’ho trovata in alcuni musei. Ho vissuto in Australia undici anni e ti posso dire che le bellezze che ho ammirato sono quelle create dalla natura e poche quelle create dagli esseri umani.
Foto di San Miniato, fatta da me ieri!
Da turista, arrivo a Firenze solo per una mattinata, dove mi porti?
Troppo poco tempo! Ti porto al Piazzale Michelangelo, e lì ti faccio visitare San Miniato al Monte e San Salvatore al Monte: una chiesa romanica e una tardo rinascimentale. Poi, da lassù, ti indico Fiesole e ti racconto che la storia di Firenze inizia proprio in mezzo a quelle due colline e che Firenze, nel periodo etrusco, era il porto fluviale della città di Fiesole.

Prima però devo contattarti!
Sulla mia pagina Facebook: Raffaello Bocciolini, e per curiosare la pagina Scrissi d’arte.
