A soli dieci anni Ezequiel percorre le strade di Camagüey vendendo aglio e pane. Ha perso il padre, vive con la madre e i fratelli in un garage decadente che non appartiene alla famiglia e deve contribuire a procurare il cibo. La sua storia si inserisce in un quadro più ampio di crisi alimentare, energetica e abitativa che sta mettendo sotto pressione le famiglie più vulnerabili dell’isola. A dieci anni, le giornate di Ezequiel dovrebbero essere scandite dalla scuola, dai giochi e dalla spensieratezza dell’infanzia. Invece, il bambino esce per le strade di Camagüey e cammina per ore cercando di vendere aglio e pane. Non lo fa per comprarsi un giocattolo o per mettere da parte qualche soldo, ma il denaro che riesce a raccogliere serve ad aiutare la madre e i suoi fratelli a procurarsi il cibo. Ezequiel è uno dei figli di una famiglia che vive in condizioni estremamente precarie. È una storia individuale, ma racconta una realtà che negli ultimi anni è diventata sempre più visibile sulle strade cubane.
Dietro ogni prodotto venduto da un bambino cubano c’è dunque una necessità molto più grande: quella di mettere qualcosa in tavola. La scena è semplice e, proprio per questo, difficile da ignorare. Un bambino cammina per la città portando con sé alimenti da vendere. Ogni vendita significa qualche peso in più per la famiglia e le ore e ore trascorse per strada sono ore sottratte alla normale esperienza dell’infanzia.Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite descrive una situazione di crescente difficoltà per la sicurezza alimentare a Cuba. Secondo il WFP, il Paese ha attraversato una contrazione del prodotto interno lordo negli ultimi anni, accompagnata da inflazione persistente, riduzione del potere d’acquisto, carenza di carburante e difficoltà nell’accesso alla valuta estera. Questi fattori hanno ridotto la disponibilità e l’accessibilità economica degli alimenti, che si è ulteriormente aggravata con l’inasprimento dell’embargo, durante l’attuale governo di Trump. Bisogna dire però, che il problema non riguarda soltanto la quantità di cibo disponibile. Riguarda anche la possibilità concreta, per una famiglia di acquistarlo.
Jennifer Raymer, direttrice dell’organizzazione umanitaria canadese Together For Cuba, ha raccontato durante una missione sull’isola di aver incontrato bambini che vendevano avocado per procurarsi denaro destinato all’acquisto di cibo. Ha inoltre riferito di aver incontrato una famiglia nella parte orientale del Paese nella quale un ragazzo di 14 anni contribuiva a prendersi cura dei fratelli più piccoli.
Le testimonianze di questo tipo non dimostrano da sole l’esistenza di un fenomeno quantitativamente definito di lavoro minorile in tutta Cuba, mostrano però come, nelle famiglie più povere, i minori possano essere esposti a responsabilità economiche e familiari che normalmente dovrebbero ricadere sugli adulti.
Essendo cubana, da Cuba continuo a ricevere notizie, ho ancora familiari stretti là, e posso dire con certezza e descrivere come molte famiglie vivono in abitazioni in condizioni precarie, ci sono famiglie rimaste senza elettricità per mesi e persone anziane praticamente sole. Ci sono bambini di sei e sette anni che trasportano per chilometri dei secchi d’acqua, perché l’acqua senza elettricità fa fatica ad arrivare nelle case.
Così quello che racconta l’attivista non mi stupisce affatto. In un caso, ha raccontato di aver trovato tre bambini che vivevano sotto un tetto le cui pareti erano prossime al crollo. Poi ha raccontato altre storie che i cubani, dopo tanta sofferenza, stanno perfino normalizzando.
In pratica, la crisi energetica cubana non produce soltanto disagi legati all’illuminazione. I blackout compromettono la conservazione degli alimenti, la distribuzione delle merci, la possibilità di cucinare e il funzionamento di numerosi servizi e la somministrazione di acqua potabile.
Per una famiglia povera, il blackout non significa soltanto rimanere al buio, significa anche non poter utilizzare normalmente frigoriferi, fornelli elettrici o altri apparecchi. E senza il gas, il problema diventa ancora più grave.
Nel marzo 2025, una trasmissione della televisione cubana aveva affrontato la crescente difficoltà di reperire carbone e combustibili per cucinare. Alcune famiglie erano arrivate a utilizzare legna e perfino parti di porte e finestre della propria casa come combustibile. È un dettaglio particolarmente significativo. Pensate, la porta e la finestra rappresentano normalmente la protezione minima di una casa: separano l’interno dall’esterno, proteggono dalla pioggia, dal vento e dalle intrusioni. In condizioni estreme, però, possono diventare combustibile.
Non è quindi soltanto una metafora della povertà, questa è una testimonianza concreta di come la scarsità energetica possa spingere alcune famiglie a smontare ciò che possiedono per riuscire a preparare un pasto.
La crisi non riguarda soltanto il cibo e l’energia. Anche la casa, per molte famiglie cubane, è diventata una delle principali emergenze. Secondo la Commissione interamericana dei diritti umani, nel 2025 il governo cubano indicava un deficit abitativo di oltre 805.000 unità. La stessa relazione riferisce che circa il 35% del patrimonio abitativo era considerato in cattive condizioni o deteriorato.
Nel luglio 2026, anche l’agenzia EFE ha riportato un deficit abitativo superiore alle 800.000 unità, descrivendo edifici dell’Avana costruiti oltre un secolo fa, con crolli parziali o a rischio di collasso, nei quali continuano a vivere persone.
Human Rights Watch, in un reportage pubblicato nel luglio 2026, ha documentato a sua volta famiglie che vivono in edifici abbandonati o parzialmente crollati. L’organizzazione ha descritto persone che hanno perso la propria abitazione e che si sono trasferite in strutture improvvisate perché non avevano alternative.
Il problema, dunque, può assumere forme diverse: una casa che cade a pezzi, una famiglia che non riesce più a mantenerla, una vendita dettata dalla necessità economica, oppure un’abitazione abbandonata che diventa un rifugio per chi non ha più dove andare. Infatti, negli ultimi anni le strade delle città cubane si sono riempite di cartelli con la scritta «Se vende», «Vendesi».
Un recente studio accademico dedicato alla situazione abitativa nella parte orientale dell’isola ha analizzato proprio la diffusione dei cartelli di vendita delle case a Santiago de Cuba tra il 2023 e il 2025. Gli autori descrivono un mercato immobiliare profondamente condizionato dalla crisi economica e migratoria e osservano che molte delle abitazioni messe in vendita appartengono a persone che stanno cercando di lasciare il Paese. In alcuni casi, le abitazioni vengono offerte «con tutto dentro»: mobili e oggetti personali compresi. È una formula che racconta qualcosa di più di una semplice compravendita immobiliare. Può significare che chi vende non immagina un ritorno.
Camminando per le strade di Cuba, è ben visibile che non sono poche le persone che vivono in edifici senza porte e finestre, trasformati in rifugi di fortuna. Poi fa male vedere quante persone sono costrette a rovistare nei cassonetti o a chiedere denaro per riuscire a procurarsi il necessario per vivere.Tutto questo fa davvero male, soprattutto se si pensa che, spesso, sono persone anziane che hanno studiato e hanno lavorato tutta la vita per poi arrivare a mangiare quello che trovano nell’immondizia.
La crisi cubana, poi, si misura soprattutto nella cucina di casa. Quando mancano gas ed elettricità, preparare un pasto diventa un’impresa. Quando il cibo è costoso o difficile da trovare, la famiglia deve decidere cosa comprare e cosa sacrificare. Il WFP afferma che l’alimentazione media delle famiglie cubane è spesso insufficiente sia dal punto di vista energetico sia sotto il profilo della qualità e della varietà. L’organizzazione segnala, inoltre, carenze di micronutrienti e identifica come particolarmente vulnerabili alcuni gruppi, tra cui i bambini piccoli e le donne in gravidanza o in allattamento.
La povertà non si limita a sottrarre denaro a una famiglia, può sottrarre tempo ai bambini. Tempo per studiare, per giocare, per riposare, per vivere senza preoccuparsi di ciò che mangeranno la sera.
Per quanto riguarda Cuba, i dati internazionali disponibili non consentono di descrivere con precisione quanti bambini siano oggi coinvolti in attività di vendita informale o di lavoro per strada. La storia di Ezequiel mostra il volto umano di questo processo.
«Ci sono foto che non posso condividere» questa è la frase più frequente pronunciata da Jennifer Raymer, dopo le visite alle famiglie cubane, ha scritto che quello avrebbe potuto essere il post più difficile del suo viaggio e che alcune immagini non potevano essere condivise.
