Se ne è andato, nella notte del 19 settembre, Sandro Mazzola, figura storica del calcio italiano, centrocampista dell’Inter e della nazionale negli anni ’60 e ’70. Alessandro Mazzola, detto Sandro, nacque nel 1942 a Torino, figlio della leggenda del grande Torino Valentino Mazzola, scomparso quando il piccolo Sandro doveva ancora compiere sette anni. Aveva un fratello minore, Ferruccio, che è stato un calciatore professionista, anche se con meno fortuna del padre e del fratello.
Quando morì suo padre nel tragico incidente che vide la fine del Grande Torino, la madre di Sandrino, come lo chiamava Valentino, lo portò dai nonni materni, in un mulino vicino a Torino e lo tenne nascosto da tutto il clamore della tragedia che li aveva coinvolti. La donna era separata dal campione granata, che si era risposato ed aveva avuto un altro figlio dalla moglie. Il piccolo Sandro restò lontano dai riflettori e dalla battaglia legale tra sua madre e la nuova moglie di Valentino per la sua custodia. Sandro Mazzola crebbe in gravi difficoltà economiche fino a quando Benito “Veleno” Lorenzi, attaccante dell’Inter e amico del padre portò i due fratelli Mazzola a Milano per farli giocare nel settore giovanile dell’Inter. Il leggendario attaccante diventò per Sandro una figura di riferimento, un secondo padre, e il ponte per la sua salvezza. In quel periodo infatti i due fratelli Mazzola vendevano sigarette di contrabbando nel loro paesino e si ritrovavano avviati per la strada della criminalità, l’approdo nelle giovanili dei nerazzurri li portò via per sempre da quelle brutte abitudini.
Fondamentale fu l’incontro con il mago Herrera che gli fece capire cosa gli serviva per diventare un leader: oltre alla tecnica che aveva, anche il duro lavoro fisico e la disciplina. Sandro diventò il leader silenzioso e composto della Grande Inter, un idolo per tanti bambini e finalmente imparò ad essere Sandro Mazzola e non più il figlio di Valentino.
Spiegare cosa è stato Sandro Mazzola è quasi impossibile per una persona che non l’ha potuto vivere: la sua carriera cominciò il 16 aprile del 1961 quando, a soli 19 anni fece il proprio esordio in Serie A in una pesante sconfitta 9-1 contro la Juventus. L’esordio però fu fortunato nella sfortuna, perché l’unico gol di giornata nerazzurro lo siglò proprio il giovanissimo Mazzola. Inevitabile per il giovane Sandrino essere paragonato al padre, che con la maglia numero 10 granata aveva lasciato un segno indelebile nel calcio italiano, ma anche essere messo a confronto con un calciatore che, all’epoca, era stato appena naturalizzato italiano, pur essendo nato in Brasile e che per la somiglianza fisica e nel gioco, era soprannominato ‘Mazzola’ in omaggio al grande Valentino. Stiamo parlando di Joseè Altafini.
Il calcio italiano, al momento in cui sulla scena si affaccia Sandro Mazzola, stava vivendo un periodo di rande crisi collezionando una figuraccia dietro l’altra. La Nazionale italiana, che aveva all’attivo due campionati del mondo vinti nel 1934 e nel 1938, era stata eliminata sia nell’edizione del ’50, sia in quella del ’54 e nel 1958 non era riuscita neppure a qualificarsi a causa della sconfitta rimediata con l’Irlanda agli spareggi.
Nemmeno l’Inter di quegli anni se la stva, la squadra in cui approda il giovane Mazzola, se la stava passando benissimo: l’ultimo scudetto risaliva alla stagione ’53-’54 e l’Inter sembrava non riuscire ad andare oltre al terzo posto in campionato. Le prime due stagioni di Mazzola da giocatore dei nerazzurri furono prive di grandi emozioni, a parte il gol segnato alla Juventus, ma dalla sua terza stagione le cose cambiarono: dopo sette giornate l’Inter si trovò ad aver vinto solo due gare e la dirigenza fece pressioni sull’allenatore, il mago Helenio Herrera, che ebbe un’intuizione e decise di lanciare stabilmente tra i titolari Sandro Mazzola e un altro giovanissimo: Giacinto Facchetti. Il risultato si vide fin da subito: la squadra giocava un grandissimo calcio, tanto da riescire a recuperare terreno sulla Juventus che, battuta alla quartultima giornata proprio da un gol di Mazzola, dovette lasciare la vetta alla Beneamata e accontentarsi di guardare i nerazzurri tornare a vincere lo scudetto, con conseguente qualificazione alla Coppa dei Campioni.
Quella stagione fu speciale per Mazzola: in occasione del derby della Madonnina del 24 febbraio, segnò un gol dopo appena 13 secondi dall’inizio della partita, diventando il marcatore di un derby più veloce di sempre, record che resiste ancora oggi. Sul finire di quell’annata, il giovanissimo campione neroazzurro ricevette la prima chiamata in nazionale. L’esordio andò nel modo migliore possibile: 3-0 ai campioni del mondo in carica del Brasile, con gol proprio di Mazzola, tutto questo davanti agli occhi del miglior calciatore del mondo, che in quel periodo stava sgomitando per diventare il migliore della storia: Edson Arantes do Nascimento, detto Pelè.
Quando Baffo – il soprannome di Sandro Mazzola dovuto ai baffi che lo hanno caratterizzato fin da giovane – entro nei titolari cominciò il periodo d’oro del calcio nerazzurro: il periodo della Grande Inter. Cinque stagioni magiche in cui l’Inter, con Sandro Mazzola fulcro offensivo della squadra, si portò a casa praticamente tutto ciò che c’era da vincere: lo scudetto (nelle stagioni ’62/’63, ’64/’65 e ’65/’66), due Coppe dei Campioni consecutive (’63/’64 e ’64/’65, con un’ulteriore finale però persa nella stagione ’66/’67) e nelle stagioni ’64/’65 e ’65/’66 due coppe Intercontinentali. Mazzola era il fulcro offensivo della squadra e in quelle cinque annate segnò a profusione: 93 gol tra tutte le competizioni. Da ricordare la doppietta nella finale di Coppa Campioni ’64 vinta 3-1 contro il Real Madrid.
Proprio quella partita fu una sfida particolare per il calciatore nerazzurro. Mazzola più volte raccontò che nel tunnel, prima di entrare in campo, gli tremavano le gambe per l’emozione di affrontare il suo idolo calcistico, l’attaccante dei merengues Alfredo di Stefano. Inoltre, a fine gara, il leggendario centravanti ungherese Ferenc Puskas gli si avvicinò e gli disse: “Una volta ho giocato contro tuo padre. Complimenti, hai onorato la sua memoria” e gli regalò la propria maglia.
Mazzola giocò nell’Inter fino al 1977, scendendo in campo in più di 500 gare e segnando 162 reti. L’esordio avvenne nell’edizione dei mondiali 1066, che non vide ancora brillare la squadra azzurra, ma che aprì la strada alla conquista, due anni dopo, del primo titolo Europeo nel quale Mazzola fu tra i protagonisti. L’impresa più grande in Nazionale arrivò con i mondiali del 1970 a Città del Messico che arrivò – e perse – la finale contro il Brasile di Pelè, dopo aver disputato “la partita del secolo contro la Germania in semifinale finita con la vittoria degli azzurri per 4 a 3. Mazzola giocò anche nei mondiali del 1974 in Germani, dove gli azzurri vennero eliminati al primo turno. In totale giocò 70 partite segnando 22 reti, grazie alle quali è all’undicesimo posto nella classifica dei marcatori di tutti i tempi.
Mazzola si ritirò dal calcio nel 1977 e in seguito fu dirigente per Inter, Genoa e Torino. Fu anche commentatore televisivo come seconda voce in tante telecronache, specialmente a fianco di Luigi Colombo a Telemontecarlo nel 1982, a Bruno Pizzul a Italia 90 e a Marco Civoli alla RAI in vista dei mondiali 2006. Due mondiali vinti e un terzo posto con Mazzola come seconda voce dei telecronisti: un vero e proprio talismano.
Una delle vicende che più hanno caratterizzato la carriera sportiva di Mazzola è stata la staffetta con Gianni Rivera, il golden boy italiano con cui condivideva il palcoscenico del derby milanese e nella nazionale italiana. Due giocatori completamente diversi, Rivera elegante e riservato, Mazzola più grintoso, che la stampa ha sempre cercato di dividere e di dipingere come nemici anche se nemici non lo sono mai stati. Proprio Mazzola ha raccontato come lui e l’amico Rivera ridessero quando, visti insieme in giro per Milano, i tifosi di una o dell’altra sponda li invitavano a non confrontarsi con il nemico, come se davvero i due giocatori non fossero grandi amici. L’unico a non vedere l’inimicizia era l’allenatore del Milan, il leggendario Nereo Rocco, che sognava il dualismo Rivera-Mazzola nel suo Milan, sogno rimasto tale.
Sandro Mazzola se ne è andato a 83 anni, portando con sè un altro pezzo del calcio degli anni ’60 e ’70, un calcio che non esiste più. Credo che sia giusto ricordarlo con una sua celebre citazione che oggi è più attuale che mai, soprattutto in Italia, sia nel mondo del calcio, sia in quello di un’Italia che vede i propri giovani andare via in quella che oramai non è più una fuga di cervelli ma un vero e proprio esodo:
“Ai giovani dico: abbiate sogni, credeteci e sacrificatevi. E agli adulti: date le opportunità che furono date a me da ragazzo”.
Ciao Sandro.
