Quando si pensa agli effetti positivi della globalizzazione nel mondo del calcio, l’esempio perfetto è la Francia campione del mondo nel 1998: una macchina perfetta composta da giocatori delle origini più disparate, che domina il mondo trionfando nel mondiale giocato incasa sua. Una squadra che rispecchiava perfettamente il melting pot francese che negli anni ’90 era sempre più evidente: insieme ai vari Fabien Barthez, Laurent Blanc, Didier Deschamps e a tutti gli altri giocatori bianchi convocati dal CT Jaquet, cominciano a figurare nella lista della squadra i rappresentanti delle due grandi minoranze della Francia, i blacks e i beurs.
Black, pronunciato alla francese e non all’inglese, era il termine utilizzato per chiamare tutti i francesi di seconda generazione figli di immigrati provenienti dalle ex colonie dell’Africa Subsahariana, mentre con il termine beurs si indicavano i figli degli immigrati provenienti dal Nordafrica.
Quella nazionale ne è ricca, era un black, Desailly che avrà fortuna anche in Italia, Thierry Henry e Lilian Thuram provenivano originariamente dalle Antille, David Trezeguet addirittura dal Sudamerica e a rappresentare i beurs c’era il giocatore più forte di quella nazionale, vera e propria poesia in movimento con il pallone tra i piedi: Monsieur Zinedine Zidane.
Il successo di quella squadra è derivato proprio dalla sua multiculturalità, dalla rappresentanza che dava a tutti i francesi, dal primo dei blanc (nome gergale utilizzato per indicare i francesi bianchi) all’ultimo dei beurs passando per ogni singolo black. La nazionale dei black-blanc-beur ha reso la multiculturalità la propria arma più potente. Quando nel 1998 la Francia si laurea campione del mondo in realtà arrivava da una storia in cui si era tolta ben poche soddisfazioni: solo un Europeo vinto con Platini nel 1984 e qualche partecipazione ai mondiali, ma mai una vittoria.
Una situazione che rispecchia gli ultimi 20 anni italiani: un europeo vinto e, dopo il trionfo nel 2006, poco e nulla sul palcoscenico della vecchia Coppa Rimet. Gli azzurri hanno, oggi, la possibilità di replicare questa macchina perfetta: il paese è più che mai composto da tantissime culture diverse provenienti da tutto il mondo profondamente radicate sul suolo italiano e con l’espressione “italiani di seconda generazione” si parla di un grandissimo gruppo di ragazzi nati in Italia dalle origini più variegate. Come nella Francia di trent’anni fa, ci sono grandissime comunità di origini nordafricane e subsahariane ma non solo, l’Italia ha infatti un’arma in più: le comunità provengono anche dall’Asia e dal Sudamerica, dove si trovano anche numerosissime famiglie che hanno le proprie radici impiantate nel Bel paese. Le convocazioni di Roberto Mancini raccolgono una buona lista di giocatori che rappresentano queste comunità:
Honest Ahanor, difensore 2008 del Crystal Palace in prestito dall’Atalanta, ma già promesso sposo del Chelsea, nato ad Aversa in Campania da genitori nigeriani. Cresce nelle giovanili del Genoa con cui esordisce in A passando dopo solo una stagione all’Atalanta. La prossima estate i londinesi del Chelsea spenderanno quasi 50 milioni di euro per averlo tra le proprie fila.
Michael Kayode, terzino nato a Borgomanero in provincia di Novara, cresciuto tra Juventus, Gozzano e Fiorentina, con cui ha esordito in Serie A. Oggi gioca in Premier con il Brentford. Per lui già una decina di partite con l’U21.
Eddy Kouadio, classe 2006 nato a Prato da famiglia ivoriana, oggi gioca in Serie A in prestito al Monza dopo aver esordito lo scorso anno con la maglia della Fiorentina.
Issa Doumbia, centrocampista nato a Treviglio da genitori ivoriani, ha impressionato negli anni scorsi con le maglie di Albinoleffe e Venezia e in estate lo Sporting Lisbona ha speso ben 20 milioni per averlo.
Alessandro Romano, nato in Svizzera e naturalizzato italiano, gioca in A con il Cagliari in prestito dalla Roma.
Samuele Inacio, figlio e nipote d’arte (il padre è Piá ex attaccante italo-brasiliano e ha giocato in italia per quasi vent’anni tra Serie A, Serie B, C1 e dilettanti, lo zio invece Joelson anch’esso italo-brasiliano), è nato a Bergamo e gioca per il Borussia Dortmund in Germania.
Mohamed Alì Zoma, la vera sorpresa delle convocazioni, nato a Merate e cresciuto nell’Albinoleffe gioca ora in Germania con il Norimberga con cui sta vivendo due stagioni da sogno, 15 gol l’anno scorso e 5 in 5 gare di campionato quest’anno.
Tutti questi giocatori che Roberto Mancini ha convocato per poterli naturalizzare secondo le regole FIFA (per i quali un giocatore non può più cambiare nazionale dopo aver giocato, in questo caso con l’Italia, almeno tre gare ufficiali con una nazionale maggiore) potrebbero con ogni probabilità rappresentare lo zoccolo duro della nazionale del futuro. In conclusione, in una situazione come quella che vive l’Italia calcistica in questi ultimi anni la multiculturalità e i giocatori di seconda generazione, insieme agli oriundi come Samuele Inacio, possono rappresentare un’ancora di salvezza e un modo di innalzare il livello e la competitività degli azzurri. Anche il futuro della nazionale italiana potrebbe essere un azzurro che rappresenta l’unione di black, blanc e beurs.
