Dalla formazione negli Studi di Cinecittà all’esperienza negli Stati Uniti, fino alle produzioni internazionali: Daniele Gramiccia racconta il suo percorso, il rapporto tra arte e industria e la trasformazione del cinema contemporaneo.
Ci sono passioni che rimangono tali e altre che, quasi senza un momento preciso in cui accorgersene, finiscono per diventare una professione, una direzione e, infine, una parte della propria identità. Per Daniele Gramiccia, produttore cinematografico romano classe 1979, il cinema appartiene alla seconda categoria.
Il suo percorso nasce dalla fascinazione per il grande schermo e prende forma professionalmente negli Studi di Cinecittà, dove si forma alla NUCT. Un luogo che porta con sé il peso e il fascino della storia del cinema italiano e che rappresenta soltanto il primo capitolo di una carriera destinata presto ad attraversare l’Atlantico. A un certo punto, infatti, Gramiccia sceglie di lasciare Roma e partire per gli Stati Uniti. Arriva in Florida da solo, senza conoscere ancora l’inglese e con la volontà di misurarsi con un sistema profondamente diverso da quello nel quale era cresciuto. È una scelta che cambierà il suo modo di concepire il mestiere e, soprattutto, il ruolo del produttore: non semplicemente colui che rende economicamente possibile un film, ma il punto d’incontro tra visione creativa, organizzazione, mercato e capacità di trasformare un’idea in un’opera concreta.

Tra Italia e Stati Uniti, la sua esperienza si estende progressivamente dal cinema alla televisione e alle produzioni internazionali. Nel suo percorso compaiono progetti come Two Days, la serie Game On per Disney Channel Italia, On Air – Storia di un successo e numerose produzioni legate anche a quel cinema di genere che rappresenta una delle sue passioni più profonde.
Ma raccontare Gramiccia soltanto attraverso una filmografia significherebbe lasciare fuori forse la parte più interessante della sua storia.
Dietro il produttore c’è infatti un uomo che ha conosciuto due culture cinematografiche differenti e che proprio dal confronto tra il modello italiano e quello americano ha costruito una propria idea di cinema. Da una parte, la struttura industriale, la pianificazione, il rispetto rigoroso di tempi e budget appresi negli Stati Uniti; dall’altra, quella che lui stesso definisce l’“anima” del cinema italiano, fatta di sensibilità, capacità artigianale e creatività delle nostre maestranze.

È in questo incontro tra due mondi che si inserisce anche la sua visione del futuro. In un momento storico nel quale piattaforme, streaming, social media e intelligenza artificiale stanno modificando produzione e consumo dell’audiovisivo, Gramiccia non parla della fine del cinema, ma di una sua trasformazione epocale. Una trasformazione che richiede nuovi strumenti e nuovi modelli senza, però, rinunciare a ciò che nessuna tecnologia può sostituire: un’idea capace di distinguersi e una storia che valga la pena raccontare.
Lo abbiamo incontrato per ripercorrere la sua storia partendo proprio dall’origine: da quel bambino seduto nel buio di una sala cinematografica che, prima ancora di sapere cosa significasse produrre un film, aveva già scoperto la magia di entrarci dentro.

Daniele, prima del produttore cinematografico c’era semplicemente un ragazzo appassionato di cinema. Qual è il tuo primo ricordo legato a questo mondo? Da dove nasce questa passione?
Nasce dalla meraviglia del buio in sala, da quell’illusione perfetta dove le luci si spengono e per due ore entri in un altro mondo. Da bambino non analizzavo la tecnica, vivevo le storie. Ricordo la sensazione fisica di essere trasportato altrove: è lì che è scattata la scintilla.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il cinema non sarebbe rimasto soltanto una passione, ma sarebbe diventato la tua vita professionale?
Non c’è stato un vero “lampo di genio”, ma piuttosto la presa di coscienza che non riuscivo a immaginarmi a fare altro. Quando ho capito che la mia testa continuava a pensare a come si realizzassero quelle storie, ho capito che non poteva rimanere solo un hobby. Doveva diventare la mia quotidianità.

Ti sei formato alla NUCT, dentro gli Studi di Cinecittà. Che cosa significava per un giovane che voleva fare cinema studiare proprio in un luogo con una storia così importante alle spalle?
Camminare ogni giorno tra i viali di Cinecittà ti dà una responsabilità enorme, ma anche un’ispirazione costante. Respiri la storia: pensi a Fellini, alla Hollywood sul Tevere, alle maestranze che hanno reso grande il nostro cinema. Per un ragazzo giovane è una palestra d’umiltà e d’ambizione al tempo stesso.
Che ragazzo eri allora? Avevi già immaginato di diventare produttore oppure pensavi che il tuo posto nel cinema sarebbe stato altrove?
Ero un ragazzo estremamente curioso e con tanta fame di fare. All’inizio esplori, cerchi di capire dove si colloca il tuo talento. Ma ho capito presto che la mia vocazione non era stare dietro la macchina da presa a dirigere un’inquadratura, ma far sì che tutta quella macchina complessa potesse mettersi in moto.
A trent’anni avevi già iniziato a produrre. Cosa ti ha attirato proprio dal ruolo del produttore?
Il produttore è l’architetto del sogno. È colui che vede il film quando è ancora solo una pagina scritta o un’idea e lavora per trasformarlo in realtà. Mi affascinava l’unione tra visione artistica e senso del business: proteggere il talento del regista dandogli però i mezzi fisici, finanziari e strutturali per esprimersi.

A un certo punto lasci Roma e parti da solo per gli Stati Uniti. Cosa stavi cercando in America che sentivi di non riuscire a trovare in Italia?
Cercavo il confronto con un’industria pura ma anche con una realtà diversa da quella in cui ero cresciuto. Nuovi pensieri, nuovi modi di interagire, e non parlavo nemmeno l’inglese. L’Italia mi ha dato le basi e la passione, ma sentivo il bisogno di mettermi alla prova in un sistema dove la meritocrazia e la capacità di esecuzione e di ottimizzazione sono tutto. Volevo capire se le mie idee e la mia operatività potevano reggere il mercato mondiale.
Quanto coraggio e quanta incoscienza ci sono stati in quella decisione? Cosa ricordi del tuo arrivo in Florida?
C’era una buona dose di incoscienza, indispensabile quando fai scelte del genere. Quando atterri e ti ritrovi da solo con la tua valigia e le tue idee, capisci che le parole non contano più. Ricordo la sensazione vivida di smarrimento iniziale trasformata subito in adrenalina: “Ok, adesso si fa sul serio, bisogna rimboccarsi le maniche”. Ma la cosa che non dimenticherò mai è il profumo di arance appena varcata la soglia dell’aeroporto di Orlando, Florida. Era un profumo non solo sensoriale, era qualcosa che mi stava dicendo: “Benvenuto a casa”.
Nella tua biografia compare anche un’esperienza legata agli Universal Studios di Orlando. Quanto ha inciso sulla tua formazione professionale?
È stata una scuola fondamentale. Lavorare a contatto o all’interno di realtà come gli Universal Studios ti insegna la precisione millimetrica della macchina intrattenimento americana. Lì capisci la scala industriale del cinema, l’attenzione maniacale per il dettaglio e il rispetto sacro per il pubblico. Capisci che il tuo posto professionale è proprio dove te lo crei. La cosa più divertente e che forse mi ha caratterizzato di più come italiano risolutore è aver prodotto una serie Disney proprio negli stage e nel parco Universal Studios. Un’esperienza che mi ha formato moltissimo e che mi ha lanciato.
Qual è stata la difficoltà più grande nell’entrare nell’industria cinematografica americana da italiano?
La credibilità. Negli Stati Uniti non importa da dove vieni o chi conosci: vogliono sapere cosa sai fare, quali garanzie porti e qual è il tuo piano. Conquistare la fiducia di un sistema altamente competitivo ed efficiente è stata la scalata più ripida, ma anche la più gratificante.
E cosa ti ha insegnato l’America che ancora oggi influenza il tuo modo di produrre?
Il pragmatismo e il rispetto per i tempi e i budget. In America si pianifica tutto nei minimi dettagli prima di battere il primo ciak. Mi ha insegnato a guardare al film come a un’opera artistica che deve però avere un mercato chiaro e una sostenibilità finanziaria.
Hai detto che negli Stati Uniti il cinema viene considerato maggiormente come un’industria. Lo pensi ancora? Cosa manca oggi al cinema italiano?
Lo penso ancora, anche se le cose stanno evolvendo. Negli USA il cinema è un’industria strutturata; in Italia spesso abbiamo fatto affidamento sull’assistenzialismo o su logiche di nicchia. All’Italia manca ancora un po’ di mentalità industriale a lungo termine e il coraggio di produrre cinema di genere capace di viaggiare all’estero.

Cosa possiede invece il cinema italiano che gli americani potrebbero imparare da noi?
L’anima, il cuore e una flessibilità artigianale unica. Le maestranze italiane sanno risolvere problemi impossibili sul set con una creatività che gli americani spesso si sognano. Il nostro cinema ha un calore e una sensibilità umana inimitabili.
Hai lavorato su Two Days, scritto dai fratelli D’Innocenzo prima della loro affermazione. Come riconosci un talento su cui vale la pena scommettere?
Lo senti dalla fame e dalla chiarezza della visione. Quando Fabio e Damiano mi hanno mostrato il loro mondo, c’era un’urgenza narrativa viscerale e uno sguardo originale sulla realtà. Non cercavano di scimmiottare nessuno. Il talento puro lo riconosci perché ti mette disagio, ti spiazza.
L’horror è una delle tue grandi passioni. Cosa riesce a raccontare questo genere che altri non riescono a fare allo stesso modo?
L’horror è il genere più puro ed eversivo del cinema. Nasce dalla mia passione per la reazione emotiva viscerale che riesce a suscitare. È una metafora straordinaria delle paure della società: attraverso la paura puoi affrontare temi sociali, psicologici e umani con una libertà che il dramma borghese non ti concederà mai.
Qual è il film che ha influenzato maggiormente il tuo modo di vedere il cinema? E quale avresti voluto produrre?
I grandi classici del cinema di genere anni ’70 e ’80, capaci di coniugare grande intrattenimento e visione d’autore. Penso a Carpenter o Ridley Scott. Un film che avrei voluto produrre io? Alien: un capolavoro assoluto di tensione, design, produzione e intuizione commerciale.
Streaming, piattaforme, intelligenza artificiale e social stanno trasformando l’audiovisivo. Il cinema è in crisi o sta semplicemente cambiando?
È una trasformazione epocale. Le crisi capitano quando ci si ostina a usare modelli vecchi per un pubblico nuovo. Le piattaforme e l’AI sono strumenti: non bisogna temere la tecnologia, ma imparare a governarla. Il cinema inteso come esperienza in sala soffre solo se le storie offerte sono pigre.
Cosa ti entusiasma del cinema contemporaneo e cosa temi che stiamo perdendo?
Mi entusiasma l’accessibilità: oggi hai strumenti incredibili per realizzare visioni visive complesse. Temo però che si stia perdendo il senso dell’attesa e il coraggio del rischio, appiattendo spesso i contenuti su formule d’algoritmo tutte uguali.
Oggi chiunque può girare, montare e distribuire immagini con strumenti impensabili vent’anni fa. È una democratizzazione del cinema o è diventato più difficile riconoscere il talento?
Entrambe le cose. Ha azzerato le barriere d’ingresso, il che è fantastico. Ma se tutti possono fare un film, il mare si riempie di rumore di fondo. Oggi il vero valore non è avere la cinepresa, ma avere un’idea originale e la capacità di farla emergere sopra il caos.
Dopo una carriera costruita tra Italia e Stati Uniti, cosa significa oggi per te avere successo?
All’inizio il successo era la conquista, l’affermazione, il dimostrare di farcela. Oggi per me successo significa libertà: la libertà di scegliere i progetti in cui credo davvero, di farli con le persone giuste e di continuare a fare questo mestiere alle mie condizioni.
Se potessi parlare al Daniele che arrivava per la prima volta negli Stati Uniti, cosa gli diresti?
Gli direi: “Preparati, perché sarà dura, cadrai molte volte, ma abbi fiducia. Non snaturarti e continua a spingere, perché ogni no ti sta solo avvicinando al sì giusto”.
C’è ancora un film nel cassetto?
Tutti i produttori hanno un film nel cassetto. Per me è un grande progetto di genere ambientato in Italia ma concepito per il mercato internazionale: una storia radicata nella nostra cultura ma con il respiro di una grande produzione d’oltreoceano.
Su cosa stai lavorando oggi?
Stiamo sviluppando nuove produzioni internazionali, continuando a puntare molto sul cinema di genere e sulle collaborazioni transatlantiche. L’obiettivo rimane sempre lo stesso: storie forti, alta qualità produttiva e respiro globale.
Dopo tanti anni, tanti set e tanti film, che cosa riesce ancora a emozionarti del cinema come la prima volta?
Quel momento esatto in cui, dopo mesi o anni di scrittura, budget, contratti e problemi, gridi “Azione!” sul set e vedi l’idea prendere vita davanti ai tuoi occhi. Lì capisci che la magia esiste ancora.
