Attrice, narratrice e anima del progetto “LibriSì”, Piera De Angeli ci racconta come un albo illustrato possa trasformarsi in un’esperienza tridimensionale capace di unire generazioni diverse. C’è un filo rosso che lega il teatro, la parola e l’infanzia nella vita di Piera De Angeli. Si definisce “un’attrice al servizio dei libri” ed ha trasformato la lettura ad alta voce in una missione civile e artistica. Dai primi passi come volontaria nel programma Nati per Leggere alla creazione di progetti di comunità come LibriSì, la sua voce è diventata un ponte tra le pagine e il cuore dei lettori di ogni età. In questa intervista ci svela il potere ancestrale del racconto e la magia che scatta quando un libro, da oggetto piatto, si fa vibrazione e vita.
Piera, lei si definisce “attrice e narratrice al servizio dei libri e delle storie”: quando ha capito che la lettura ad alta voce sarebbe diventata la sua vocazione?
Non c’è stato un momento preciso. Ripensandoci, l’arte ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia vita: prima le poesie, poi i brevi racconti, il canto e infine il teatro. Ogni volta cercavo un modo per esprimermi, per comunicare, cercando una risposta in cui riconoscermi. Oggi sento di aver trovato quella risposta: c’è un “fil rouge” che unisce tutto il mio percorso.

L’incontro con gli albi illustrati dopo la nascita di sua figlia Teresa è stato determinante: cosa hanno acceso in lei questi libri rispetto ad altre forme di narrazione?
Ci sono diversi aspetti che mi hanno legata all’albo in modo unico. Il più forte è la straordinaria potenza comunicativa che l’albo offre attraverso l’equilibrio tra contenuti, cioè il testo e forme, l’illustrazione e grafica. Un buon albo riesce a far vibrare le corde dell’anima con pochissimi elementi. Per questo l’ho scelto, o forse è lui che ha scelto me: le nostre frequenze sono sulla stessa lunghezza d’onda.
La sua esperienza come volontaria nel programma “Nati per Leggere” ha segnato profondamente il suo percorso: quali competenze e consapevolezze le ha lasciato nel tempo?
Nati per Leggere è stata, e rimane, la vera palestra di questa avventura iniziata nel 2017. Tutto è partito da lì: l’approccio al mondo della letteratura per l’infanzia, la scoperta della genialità creativa dell’albo e il confronto diretto con il pubblico di famiglie e bambini. È un percorso di competenze che crescono passo dopo passo. Devo ringraziare Olivia Ratti, responsabile della sezione ragazzi della Biblioteca di Massa: è stata lei a propormi di diventare lettrice volontaria. Chissà se io, da sola, ci avrei mai pensato.
Il progetto “LibriSì, Leggere mette le ali” nasce come proposta di comunità: che tipo di relazione si crea tra chi legge e chi ascolta durante i suoi incontri?
Quando penso a LibriSì, vedo l’immagine di una “micro-comunità”. Per un’ora, persone di età diverse si incontrano per ascoltare storie. In quel momento, la relazione è di pura condivisione e scambio, non solo culturale ma profondamente umano. È un dare e ricevere che si mescola e si confronta; non rimane mai sterile come due linee rette che viaggiano parallele senza incontrarsi. Questa relazione inizia subito, ben prima di prendere il libro in mano.
Le sue letture drammatizzate uniscono teatro, suoni e interazione: quanto la formazione teatrale influenza il suo modo di dare voce alle pagine degli albi?
Il teatro mi ha fornito gli strumenti tecnici necessari per dare carattere e profondità alla lettura. Il libro è apparentemente un oggetto piatto, ma una volta aperto può assumere una forma tridimensionale fatta di suoni, gesti, rumori, espressioni, ritmi e pause. Diventa una cosa viva a tutti gli effetti. Questo mio approccio nasce interamente dalla mia formazione teatrale.

Collabora con scuole, biblioteche e realtà culturali del territorio: come cambia il suo approccio quando si rivolge a bambini, famiglie o adulti?
In realtà l’approccio non cambia drasticamente. Cambia piuttosto la scelta dell’albo a seconda del tema e del pubblico. Tratto argomenti come il lutto, l’abbandono, l’amore o l’identità: l’intensità resta la stessa, ma calibro i contenuti e il mio intervento in base all’età. C’è però una costante: quando sono con i bambini mi viene spontaneo relazionarmi a loro come uno studente farebbe con il maestro. Sento che c’è moltissimo da imparare da loro, quindi mi metto prima di tutto in ascolto.
Con la rubrica “La Biblioteca si racconta”, realizzata con la Biblioteca civica di Massa, porta i libri anche sui social: che valore ha oggi la lettura digitale rispetto all’esperienza dal vivo?
Il digitale ha il vantaggio di poter raggiungere più persone e far conoscere il proprio lavoro in modo massivo attraverso video e reel. Tuttavia, l’esperienza dal vivo rimane la più significativa e rispettosa del ruolo di lettrice. Senza il pubblico e senza il contatto fisico, riesci a esprimere solo un quarto di ciò che vorresti. Lo stesso vale per l’albo: tutto ritorna alla relazione e allo scambio umano, parti ancestrali della nostra storia che non dobbiamo dimenticare.
Lei sostiene una visione della lettura “0-99 anni”: in un’epoca veloce e digitale, perché leggere ad alta voce resta un gesto così potente e necessario per tutte le età?
Per ciò che riesce a creare. La parola raccontata accompagna lo sviluppo dell’essere umano da sempre: dai racconti popolari alle leggende, dalle fiabe alle filastrocche dei nonni. Portare la parola “fuori” significa tenere aperti i canali dell’immaginazione, del desiderio e della tradizione. La parola è vibrazione e, quando vibra, crea. Siamo qui per creare, e la lettura ad alta voce è il punto di partenza perfetto. L’ albo illustrato pone l’ attenzione sul nostro rapporto parola-immagine, nei libri ma anche nel quotidiano, nella realtà del fare, nel nostro rapporto con l’ infanzia, nel modo di pensare all’ educazione, nell’ importanza di saper guardare.
