Il fact-checking è considerato il principale strumento per combattere la disinformazione. Ma che cos’è di preciso? E, soprattutto, è davvero efficace? Quando si parla di fact-checking si intende “la verifica puntigliosa dei fatti e delle fonti, tesa anche a valutare la fondatezza di notizie o affermazioni riguardanti istituzioni o persone di rilievo pubblico, con particolare riferimento a quanto viene diffuso mediante la Rete.”
( https://www.treccani.it/vocabolario/fact-checking_(Neologismi)/#google_vignette )
Il fact-checking è molto importante per smascherare le fake news, tuttavia, ha i suoi limiti. Sul piano pratico, il limite principale è la sua lentezza rispetto alla viralità con cui si diffondono le fake news su Internet; sul piano sociale, il limite è costituito dai pregiudizi cognitivi, ovvero dei meccanismi psicologici che ci spingono a difendere le nostre convinzioni a tutti i costi. A tutto ciò si aggiungono gli algoritmi dei social network e dei motori di ricerca (come Google), che in base alle nostre preferenze filtrano le notizie che vediamo, dando vita al fenomeno che Eli Parisier chiama “informational determinism”: ciò su cui clicchiamo adesso determina ciò che troveremo in futuro sulla nostra bacheca delle notizie. (Eli Parisier, The filter bubble, 2011). Dunque, quando navighiamo nel Web, ci ritroviamo confinati nella nostra “bolla” di preferenze, la filter bubbble, che filtra il reale e crea un effetto eco. “Quando sulle preferenze iniziano a definirsi i fatti, le notizie, gli eventi rilevanti, la deformazione del reale diventa un rischio altamente probabile”. (Annamaria Lorusso, Postverità, 2018)
Come spiega Parisier, all’interno delle filter bubbbles le convinzioni diventano assolute, perché le realtà contrastanti (o anche solo diverse) non possono entrare in questi spazi digitali chiusi, che privano gli utenti di qualsiasi metro di paragone con altre realtà possibili. Per questo, alcune persone non sono disposte ad accettare che una propria convinzione sia sbagliata, anche se gli vengono fornite prove che lo dimostrano.
A volte accade che, se una persona si trova di fronte a delle prove che confutano una sua convinzione ben radicata, invece di ricredersi, rafforzi ancora di più la propria credenza, sostenendo che tali evidenze siano state create a tavolino proprio per screditarla. Questo meccanismo psicologico, noto come “effetto ritorno di fiamma” (backfire effect), è stato scoperto nel 2010 dagli scienziati politici americani Brendan Nyhan e Jason Reifler. I due scienziati hanno osservato che , quando a dei militanti politici venivano fornite delle prove che confutavano una loro convinzione, essi non ricredevano affatto, anzi: alcuni di loro si convincevano sempre più di avere ragione. Nyhan e Reifler avevano condotto uno studio, in cui avevano fornito a dei militanti di diversi orientamenti politici dei falsi articoli di giornale. Nel primo articolo si leggeva che l’Iraq disponesse di armi di distruzione di massa prima della guerra, mentre nel secondo si riportava che il presidente Bush avesse vietato la ricerca sulle cellule staminali. Quando sono state fornite loro le prove che attestavano la falsità delle suddette notizie, i soggetti hanno avuto reazioni diverse a seconda del loro credo politico. Nel caso delle armi, i progressisti e i centristi hanno accettato l’evidenza, mentre i conservatori sono rimasti convinti che la notizia fosse vera, anzi: alcuni di loro ne erano ancora più sicuri di prima. Nel caso del veto di Bush sulla ricerca sulle staminali, invece, sono stati i conservatori e i centristi ad accettare le evidenze correttive, mentre i progressisti le hanno rifiutate, ma senza avere un ritorno di fiamma. (Brendan Nyhan e Jason Reifler When Corrections Fail: The Persistence of Political Misperceptions, in Politocal Behaviour 32, n.2, giugno 2010)
Dunque, pare che i pregiudizi cognitivi abbiano effetti diversi a seconda dell’orientamento politico delle persone; in ogni caso, questi meccanismi psicologici riguardano tutti noi, non possiamo scegliere se averli o meno perché fanno parte del nostro patrimonio umano.
