foto di Silvia Meacci
Quella che in passato era definita pazzia, è spesso andata a braccetto con la creatività, travalicando confini, attraversando ogni tecnica e raggiungendo il cuore di un vasto pubblico. Ha scavato dentro l’animo, spinto gli artisti ad esprimersi, dato adito a riverberi che altrimenti sarebbero rimasti oscuri.

Un lavoro potente che tramite l’arte fotografica racconta la relazione tra corpo e malattia mentale è il progetto di Mohamed Hassan “Our hidden Room”, vincitore dello “Star Photobook Dummy Award” nel 2024 e in mostra fino al 13 luglio a Rifugio Digitale, spazio espositivo fiorentino dedicato alla fotografia contemporanea. È la ricostruzione della vita del padre nell’Egitto degli anni ’50 e ’70 quando le malattie mentali erano viste con estrema diffidenza e rappresentavano un vero e proprio tabù.

L’uomo, affetto da un disturbo bipolare, con una storia di abusi alle spalle, ha trasmesso la passione della fotografia al figlio. Mohamed ha riunito le tessere della vita del genitore in un puzzle fotografico. Lo ha fatto solo dopo essersi trasferito all’estero e dopo la morte della madre che sempre aveva ostacolato la passione del figlio per la fotografia, arte per lei responsabile della malattia del marito. Ben scalfiti nella mente di Mohamed dettagli ed episodi spiacevoli o tragici. Il tentato suicidio, i ricoveri, le mani del padre immerse nei chimici per sviluppare le foto nella sua camera oscura nascosta a casa, nella loro stanza proibita. Dal padre, scomparso nel 2010, Mohamed ha imparato anche la resilienza, la sua capacità di resistere e superare i reiterati traumi.

Henri Cartier-Bresson diceva che fare un buono scatto significava allineare la testa, l’occhio e il cuore, ecco che per la storia di Mohamed l’arte della fotografia si è rivelata mezzo assoluto di ricucitura, appartenenza, verità, denuncia sociale. Nelle immagini esposte, decise, aspre, dirette, c’è l’Egitto: il suolo del deserto, le pietre, l’aridità, le trame e i tessuti caratteristici, i simboli delle antiche civiltà, la città moderna, il territorio di conflitti e catalizzatore di tensioni sociali. C’è l’essere umano: mani che spuntano da un maglione slabbrato, mani con i calli, foto tessera della madre, ritratti del padre, un bambino che si staglia fiero come un guerriero in un paesaggio brullo dominato dalle ciminiere, un uomo con un falcone. C’è il contrasto. Scatti in bianco e nero e scatti saturi dai vividi colori che si alternano in una ossessionante bipolarità metaforica.
Per il ciclo “Il corpo che abito”: “Our Hidden Room”
A cura di Irene Alison e Paolo Cagnacci
Fino al 13 luglio 2025
www.rifugiodigitale.it
