Non è più la fiera di una volta. Uhhh…quanto sa di decrepito questa affermazione, peraltro trasversale ai decenni: anche venti o trent’anni fa, e pure più indietro, ad ogni 30 novembre c’erano persone, ovviamente avanti negli anni, che criticavano la fiera di Sant’Andrea a Carrara, ricordando con rimpianto usanze dei loro tempi. Le “mie” fiere – quelle dei miei ricordi dorati – erano quelle degli anni settanta e ottanta. E allora anch’io dico oggi che ricordo la folla disumana, l’impossibilità di passare per le strade, tutte, del centro di Carrara, senza, praticamente, incastrarsi tra i corpi degli altri passanti, la scuola che finiva in anticipo per permettere ai bambini di andare alla fiera, la variegata e insolita moltitudine di banchi con le merci più disparate e i maledetti petardi gettati tra i piedi della gente, che mi costringevano a fare il “giretto alla fiera” in orari meno soliti, tipo all’ora di pranzo, da lì poi la tradizione di pranzare alla fiera con il panino con la porchetta o con la salsiccia e il cartoccio di patatine fritte che imperversò negli anni ’90 e all’inizio del 2000. Ma anche allora c’era chi rimpiangeva la semplicità dei prodotti offerti, e, forse anche a ragione, la straordinarietà di un evento ancora non inglobato in una visione consumistica, che rendeva la fiera pieno di fascino. Lo scorrere del tempo è, tuttavia, una messa a fuoco al ribasso: anch’io oggi, come molti della mia generazione, scopro che le fiere della mia fanciullezza e della mia gioventù, per quanto sicuramente impostate già sulla logica pubblicitaria del commercio – le marche di giocattoli, di abiti, di elettrodomestici (sì, si vendevano anche quelli sui banchi della fiera)- avevano ancora un fascino particolare che, mi pare, oggi, sia scomparso.

Chi era bambino negli anni ’70 è cresciuto con la televisione: i gusti di blocchi sempre più grandi di persone erano guidati dalle “reclame”, all’epoca veri e propri minicapolavori cinematografici che arrivavano allo scopo. Tutte le bambine volevano Cicciobello, tutti i bambini volevano la pista elettrica con le macchinine, tutti, maschi e femmine, volevamo i Kinder, più latte, meno cacao, del Gigante pensaci tu. Era un’assaggio, un anticipo, di quella globalizzazione che internet avrebbe portato due o tre decenni dopo. Forse avremmo dovuto leggerla meglio, ma ripeterlo ora non serve a nulla. La realtà è che, se negli ultimi decenni del ‘900, le fiere patronali in generale, e quella di Sant’Andrea a Carrara in particolare, erano ancora percepite come “eventi dell’anno”: appuntamenti in cui vedevi, compravi, mangiavi cose che trovavi solo lì, in quell’occasione speciale, oggi, non c’è più nulla di originale da poter trovare in una fiera. Nulla che non si trovi nei supermercati o su internet, nulla che non sia in tutti i mercati, mercatini, feste della castagna, della cioccolata, della primavera, dell’estate e di qualunque altra dicitura si voglia scegliere che muta solo l’etichetta allo stesso, abusato, prodotto.

Bancarelle, tutte uguali, di torrone, croccante e brigidini, food truck con la porchetta e le griglie per wurstel e salsicce (ma gli hot dog e i panini con la salsiccia, ormai, li fanno ovunque), empori di ciarpame vario rigorosamente made in China. Questo è la fiera di Sant’Andrea oggi. Se ci aggiungi che – inevitabilmente- il numero dei banchi è drasticamente diminuito rispetto anche solo a una decina di anni fa (dicono che molti ambulanti non abbiano interesse a partecipare a questa fiera, o forse, che in tanti abbiano chiuso le tende del furgoncino) e la distribuzione a macchia di leopardo dei banchi sopravvissuti, il quadro che ne emerge è assai desolante: un mercato del lunedì venuto male, uno dei duecento appuntamenti tutti uguali con cui ci si ostina a tentare di rianimare il centro della città, ma senza gonfiabili per i bimbi, uno scoordinato percorso che lascia vedere troppi vuoti. Ma la gente, alla fiera, viene lo stesso. Vero. Il ricordo di una tradizione è ben più saldo della tradizione stessa e, comunque, in una città spopolata di gente, di uffici, di scuole e di attività commerciali, da anni in stato di coma assitito, ogni occasione è buona per segnare una piccola curva in alto nell’elettrocardiogramma. Nulla a che vedere coi picchi veri, ma il segno di un battito, che ancora c’è. E questo è un bene e un male, allo stesso tempo: ridà un po’ di vita, rinnova i ricordi e, forse, anche qualche speranza, ma abbassa completamente il livello degli eventi, li omologa al minimo, appunto, per sopravvivere: il terribile, devastante “meglio che niente”. Non so…a volte, davvero, penso: meglio niente. Per quanto la fiera di Sant’Andrea sia, anche per me, un ricordo molto caro, penso che dovrebbe rimanere tale: un ricordo bellissimo, non più ripetibile, piuttosto che arrivare a darne una tale brutta copia da far preferire che non ci sia più. Le fiere con le bancarelle, tutte, hanno fatto il loro tempo. Forse dovrebbero restare là, in quel tempo in cui facevano spalancare gli occhi per la meraviglia, invece di far nascere espressioni di noia e di indifferenza. Là dove le loro luci avevano un senso e non qui accanto ai pacchi Amazon che le superano costantemente per distacco. Ma il niente, tuttavia, non è mai il meglio e se le fiere sono superate, si dovrebbero concentrare le forze per creare nuovi appuntamenti, nuove tradizioni, nuovi momenti di aggregazione, figli di quel passato, ma calati e vivi nel presente.

