Predicare bene e razzolare male è lo sport più antico del mondo, quindi, poco dovrebbe esserci da indignarsi per il mood più frequente di tutti coloro che amano salire in cattedra. Ma quando su quella cattedra ci si è per lavoro, e quindi per scelta, e, spesso pagati, il troppo svalutato collegamento tra bocca e cervello bisognerebbe essere certi che funzioni bene. Aggiungerei, anche, nella fattispecie che, specialmente quando gli adulti decidono di redarguire i giovani per un loro, vero o presunto, comportamento sbagliato, dovrebbero assicurarsi di non commettere, loro, esattamente gli stessi errori che imputano ai ragazzi. Succede (è successo) in una classe di una facoltà dell’Università di Pisa, che un professore decide di fermare la lezione per rimproverare un ragazzo intento a guardare il cellulare. E già qui partiamo male, perché l’università non è la scuola dell’obbligo e se uno studente, a lezione – magari perché l’eloquio o la capacità di interessare del docente sono a livello Taffazzi – decide di non ascoltarlo e di guardare il suo cellulare, è libero di farlo, ovviamente a suo eventuale danno, nel senso che non ascolta una spiegazione che potrebbe servirgli. Di certo, il professore non può costringerlo ad ascoltare. Quel che uno studente universitario non può fare è disturbare la lezione, ma se resta in silenzio e si fa i fatti suoi è un problema solo suo e nessun docente può redarguirlo per questo. Il professore in questione rimprovera lo studente col cellulare e poi rivela il vero motivo della sua irritazione: fa l’appello, chiedendo a ogni studente di presentarsi per verificare quelli veramente presenti e contare i furbetti del QR code, cioè quelli che sono assenti, ma si sono fatti mandare il codice da un compagno di corso per scannerizzarlo e risultare presenti, essendo quel corso con obbligo di frequenza. E qui – devo dirlo – ben vi sta! La tecnologia – come tutto nella vita- ha i suoi pro e i suoi contro: se aveste continuato a chiedere semplicemente le firme di chi è presente, sarebbe stato meno facile fregarvi. Ma su questo, la rabbia del professore è giustificata e giusta. Fingere di essere presente alle lezioni quando si è da tutt’altra parte è sbagliato, è un’altra delle cose che uno studente non deve fare e per la quale deve essere rimproverato ed anche punito (tipo: hai finto di essere a lezione? Perfetto: l’esame lo dai quando avrai seguito tutto il corso). E, quindi, il nostro professore aveva anche un motivo valido per dare insegnamenti dalla sua cattedra non attinenti alla materia che insegna. Ma, forse, il delirio del pulpito gli ha disinnescato il circuito e in un attimo è passato dal poter insegnare una cosa giusta a dimostrare perfettamente che il primo a comportarsi male era proprio lui. Nell’enfasi del “Dovete smetterla di credervi furbi fingendo di venire a lezione. Ci vuole rispetto verso i professori”, il solito professore nota un ragazzo che per un secondo si gira e dice una parola a un compagno e quindi inveisce. Pur avendo appena sentito il nome del ragazzo che si è girato, lo chiama con il nome di un noto campione sportivo a cui il ragazzo assomiglia molto, con chiaro intento sarcastico, del tipo “campioncino de’ noaltri” e ottiene esattamente quello che vuole: tutta la classe si mette a ridere. Il ragazzo si scusa subito educatamente, ma il professore ha trovato il capro espiatorio e continuando a chiamarlo in tono dispregiativo col nome del campione, lo attacca senza riguardo tirando ballo i suoi genitori che pagano per farlo studiare (manco li conoscesse), la sua spiegazione che lui non avrebbe ascoltato, la maleducazione e ancora, ancora, la mancanza di rispetto. Il ragazzo tace – lui sì – per rispetto, ma si sente profondamente e ingiustamente umiliato. Come quasi sempre accade, il ragazzo attaccato dal professore è, in realtà, quello che meno si avvicina ai soggetti che il professore voleva colpire: corretto, educato e sempre presente a lezione. Ma questo, ovviamente il prof non può saperlo. Che è anche uno dei pochissimi di quella classe perfettamente in pari con tutti gli esami e con voti più che onorevoli, però, può saperlo, visto che ha verificato il suo nome, anche se ha continuato a chiamarlo ironicamente in un altro modo. Se gli avesse fatto domande su quanto aveva appena spiegato – che sarebbe stato assolutamente nel suo diritto e, forse, anche, il mezzo migliore per vedere chi lo stava davvero seguendo e chi no – avrebbe anche scoperto che il ragazzo poteva ripetergli tutta la lezione e quindi avrebbe capito di aver preso il bersaglio sbagliato. Ma le cattedre – quelle morali, assai più di quelle universitarie- sono talmente esaltanti per chi è convinto di starci sopra, che si può finire a rimproverare qualcuno di mancanza di rispetto, mancandogli di rispetto contestualmente. Un professore, a ogni livello scolastico, non può prendere in giro uno studente affibbiandogli un soprannome e sollecitando ripetutamente l’ilarità del resto degli studenti. Questa è una mancanza di rispetto, tanto più grave perché in ambiente universitario, dove gli studenti sono, per lo più, sì, giovani, ma giuridicamente adulti. Dove finisce la credibilità di un professore che si comporta così? Perché mai uno studente dovrebbe portare a lui rispetto, visto che lui non lo porta a loro? “Fate come vi dico, non fate come faccio” – tanto per chiudere con i proverbi, come abbiamo aperto – è il più pericoloso dei comportamenti: innesca rabbia, disillusione, disprezzo e, purtroppo, imitazione e azzera ogni possibilità di venire ancora ascoltati. E questo è il male peggiore, perché – io credo- i giovani avranno sempre bisogno dell’insegnamento dei “vecchi” e i “vecchi” hanno l’obbligo imprescindibile di dare esempi di coerenza.
Cattedre come pulpiti e pessimi esempi
