Certe persone hanno nel DNA lo spirito e l’anima socialista, la coerenza di stare dalla parte dei più deboli, anche a scapito della carriera e spesso della stessa esistenza. Lo è stato certamente Antonio Giolitti, nipote dello statista liberale Giovanni. Nacque a Roma il 12 febbraio 1915 e dopo la laurea in legge nel 1940, si iscrisse al Partito Comunista d’Italia, che in quegli anni era in clandestinità. Antonio Giolitti fu arrestato nel 1941 con l’accusa di attività eversiva, fu assolto nel 1943 per insufficienza di prove, in quel periodo bastava poco per essere colpevole agli occhi del regime fascista. Antonio Giolitti partecipò attivamente alla lotta partigiana, anzi fondò le brigate Garibaldi, insieme a Gian Carlo Pajetta. Antonio Giolitti fu gravemente ferito nel 1944, si fece curare in Francia e rientrò in Italia nel 1945, giusto in tempo per la cacciata dei nazi-fascisti. Dopo la Liberazione, Antonio Giolitti continuò il suo impegno nel Partito Comunista Italiano e fu eletto come membro dell’Assemblea costituente nel 1946. Venne nominato sottosegretario agli esteri, anche perché parlava correntemente molte lingue straniere, non come quelli odierni che riescono a malapena con la lingua madre. Il 1957 fu un anno spartiacque per Antonio Giolitti e il Partito Comunista Italiano. La rivolta ungherese del 1956 aveva portato un notevole disagio nei ranghi del partito, il Manifesto dei 101, il documento redatto a casa di Luciano Cafagna, portò una rottura all’interno del Partito Comunista, forse l’inizio della sua fine. Tornando al 1957, durante il Congresso del PCI, Antonio Giolitti pronunciò un discorso durissimo riguardante i valori etici che ogni politico dovrebbe comunque mantenere. Antonio Giolitti abbandonò il Partito Comunista Italiano, lasciando il ricordo di uno sconsolato Palmiro Togliatti, mentre ascoltava il suo discorso. Antonio Giolitti aderì al Partito Socialista Italiano e fu eletto deputato alle elezioni del 1958. E’ stato ministro del Bilancio nel 1963, come esponente della corrente lombardiana, poi si rifiutò di far parte del successivo governo, a causa dell’ostilità della corrente dorotea della DC nei suoi confronti. Possiamo senza dubbio confermare la sua coerenza di principi. Antonio Giolitti è stato contrario all’unificazione socialista e durante il congresso di Roma del PSI dell’ottobre 1968, uscì dalla corrente lombardiana, insieme a Norberto Bobbio, Tristano Codignola, Loris Fortuna, Roberto Guiducci ed Eugenio Scalfari, per formare la corrente “Impegno socialista”. Dopo aver ricomposto lo strappo, Antonio Giolitti divenne presidente del partito nell’agosto 1969. Nei primi anni settanta dello scorso secolo, Giolitti ricoprì il ruolo di ministro del Bilancio e della Programmazione economica nei governi guidati da Mariano Rumor ed Emilio Colombo. Antonio Giolitti è stato un europeista convinto e in quanto tale, ricoprì il ruolo di commissario presso la Comunità economica europea, con la responsabilità della politica regionale europea dal 1977 al 1985. In quegli anni strinse un legame molto stretto e diretto con il socialista Felipe Gonzalez, l’allora primo ministro spagnolo. Gli anni settanta furono anni difficili per il nostro paese, il terrorismo, le stragi e il rapimento e uccisione di Aldo Moro, la guerra del Kippur e il ricatto petrolifero, l’Italia aveva bisogno di stabilità e di un presidente che fosse rappresentativo. Nel 1978, a seguito delle dimissioni di Giovanni Leone, iniziarono gli scrutini per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Il segretario del PSI Bettino Craxi propose Antonio Giolitti per la carica presidenziale. Il Partito Comunista Italiano si mostrò disponibile con i propri voti parlamentari, arrivarono i dissensi della Democrazia Cristiana e del Partito Repubblicano Italiano di Ugo La Malfa. Dopo varie votazioni, la convergenza dei maggiori partiti fu trovata nel nome di quello che ancora oggi ha ottenuto la più ampia maggioranza in una votazione presidenziale, Sandro Pertini, un altro interprete della resistenza, un altro socialista di ferro. Antonio Giolitti si fece da parte, come nel suo stile con grande eleganza e lo fece anche nel 1985, quando abbandonò il PSI per divergenze con Bettino Craxi, alla luce dei fatti, aveva previsto quanto sarebbe accaduto ai socialisti. Antonio Giolitti venne rieletto senatore come indipendente nell’area del Partito Comunista Italiano nel 1987, fino a ritirarsi completamente dalla scena politica nel 1992. Antonio Giolitti partecipò da osservatore alla vita politica, spettatore di un cambiamento epocale del nostro paese. Antonio Giolitti morì l’8 febbraio 2010, pochi giorni prima del compimento dei 95 anni, sempre vissuti con grande coerenza dalla parte di chi aveva più bisogno, nel nome di un socialismo di cui si sono perse le tracce.
Antonio Giolitti: sangue socialista
