La morte di un lavoratore non segna soltanto la fine di una vita, ma spesso l’inizio di una lunga battaglia giudiziaria per i familiari. Una battaglia fatta di attese, spese legali, udienze, rinvii e decisioni che non sempre restituiscono le risposte sperate. E mentre il tempo passa, il dolore rimane, insieme alla necessità di capire perché un proprio caro non sia più tornato a casa.
La costituzione di parte civile consente alle persone danneggiate dal reato di partecipare al processo penale per chiedere il risarcimento. Ma non è un obbligo e non sempre è possibile o conveniente percorrere questa strada. Ci sono famiglie che non dispongono delle risorse economiche necessarie, altre che scelgono di agire separatamente in sede civile, altre ancora che non vogliono più affrontare un procedimento che le costringe a rivivere continuamente la tragedia. Non costituirsi parte civile non significa non volere giustizia e non comporta automaticamente la rinuncia a ogni possibilità di risarcimento. Dietro una sedia vuota in tribunale può esserci una persona che non ha più la forza di affrontare un’altra udienza, che vive lontano, che non può assentarsi dal lavoro o che ha affidato la propria tutela esclusivamente al legale.
La vicenda di Luana D’Orazio è emblematica. Il 3 maggio 2021 aveva appena 22 anni, era madre di un bambino e lavorava in un’azienda tessile di Montemurlo, in provincia di Prato. Morì stritolata da un orditoio che, secondo la ricostruzione accusatoria, era stato modificato per funzionare senza un adeguato dispositivo di protezione. I titolari dell’azienda patteggiarono pene di due anni e un anno e sei mesi, con sospensione condizionale, mentre il manutentore imputato venne assolto in primo grado. La madre di Luana, Emma Marrazzo, non ha mai nascosto la propria delusione. Non chiedeva vendetta, ma una risposta proporzionata alla gravità di quanto accaduto. Nel maggio 2026 la Procura di Prato ha riaperto le indagini per verificare eventuali ulteriori responsabilità. A cinque anni dalla morte, la famiglia continua a chiedere chiarezza.
Un altro caso riguarda le Acciaierie Venete di Padova, dove nel 2018 un’esplosione e la fuoriuscita di acciaio fuso provocarono la morte di due operai. Il processo di primo grado si concluse nel 2024 con diverse condanne, tra cui una pena di quattro anni e sei mesi per un imputato. Sei anni per arrivare a una prima sentenza, senza che ciò significasse la conclusione dell’intero percorso giudiziario.
Nel 2019 Xhafer Sahitaj, operaio impegnato nei lavori del Terzo Valico, morì dopo una caduta di circa venti metri nella cava del monte Gazzo, a Genova. Soltanto nel 2024 arrivarono le richieste di condanna del pubblico ministero nei confronti di alcuni imputati. Nel 2017, invece, Dino Corocher, operaio di 49 anni, perse la vita alla Garbellotto Botti di Conegliano. Le condanne di primo grado arrivarono nel 2023.
Particolarmente dolorosa è anche la vicenda di Formia, raccontata da Avvenire attraverso la testimonianza di Debora Spagnuolo, vedova di Giuseppe, morto dopo essere precipitato da un capannone mentre lavorava all’installazione di pannelli fotovoltaici. Il procedimento attraversò trasferimenti tra uffici giudiziari e ripetuti rinvii per problemi di notifica. Le udienze arrivavano a svolgersi con una frequenza di una o due all’anno. La donna aspettava da oltre dieci anni una conclusione definitiva. Una domanda semplice e terribile accompagnava la sua attesa: quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare per sapere perché era morto suo marito?
A queste storie si aggiungono quelle di Alberto Rizzotto e Pietro Zantonini, due vicende recenti che riportano al centro il problema della tutela dei lavoratori.
Rizzotto, 40 anni, dipendente della società La Linea, era alla guida del pullman elettrico precipitato da un cavalcavia a Mestre il 3 ottobre 2023. Morirono 21 passeggeri e lo stesso conducente. Le perizie hanno individuato nella rottura di un bullone dello sterzo la causa dell’incidente, mentre il guardrail non a norma, mancante nel punto della caduta, avrebbe avuto un ruolo importante. Sette dipendenti coinvolti a vario titolo hanno patteggiato pene inferiori ai due anni, senza un ordinario dibattimento sulle responsabilità. La Procura ha archiviato la posizione dell’amministratore delegato di La Linea. Restano interrogativi sulla provenienza dei componenti meccanici e sulle condizioni del cavalcavia. Allianz ha risarcito le famiglie dei passeggeri con circa venti milioni di euro, mentre i familiari di Alberto non avrebbero ancora ricevuto il risarcimento da Unipol, assicurazione chiamata a rispondere per il lavoratore. Ai genitori e al fratello resta la strada della causa civile.
Pietro Zantonini, vigilante di 55 anni, è morto l’8 gennaio 2026 mentre lavorava nei cantieri delle Olimpiadi Milano-Cortina. Durante il turno notturno doveva uscire da un container riscaldato da una stufetta portatile per effettuare i controlli, con temperature che raggiungevano i 16 gradi sottozero. Si sentì male e chiese aiuto a un collega, ma i soccorsi furono inutili. La Procura di Belluno ha chiesto l’archiviazione dell’indagine nei confronti del legale rappresentante della società di vigilanza SS Security & Bodyguard. Secondo la valutazione medico-legale non sarebbe emerso un nesso causale tra la morte e le condizioni lavorative. La moglie e il fratello contestano questa ricostruzione e intendono opporsi, ricordando le denunce del lavoratore sulle difficili condizioni del servizio. Anche in questo caso la richiesta di archiviazione non è una sentenza definitiva.
In tutte queste vicende è fondamentale distinguere tra archiviazione, prescrizione, patteggiamento e assoluzione. La prescrizione estingue il reato per il decorso del tempo previsto dalla legge e non equivale a una dichiarazione che il fatto non sia accaduto. La formula «il fatto non sussiste» indica invece un’assoluzione perché non risultano provati gli elementi essenziali dell’accusa. Il patteggiamento è un accordo sulla pena sottoposto al giudice e non comporta un dibattimento ordinario. L’archiviazione interviene nella fase delle indagini preliminari e non equivale a una sentenza di assoluzione.
Le famiglie non chiedono processi sommari, condanne preventive o sentenze dettate dall’emozione, chiedono indagini complete, prove raccolte tempestivamente, processi celebrati in tempi ragionevoli e udienze organizzate nel rispetto di chi ha perso una persona cara. Chiedono che le responsabilità siano esaminate a tutti i livelli dell’organizzazione del lavoro, quando emergono elementi che lo giustificano, e non soltanto nell’ultimo anello della catena produttiva.
Servono uffici giudiziari adeguatamente organizzati, personale, una gestione efficiente dei calendari e un monitoraggio trasparente dei procedimenti relativi alle morti sul lavoro. È necessario garantire comunicazioni tempestive alle persone offese e ai familiari, evitando che debbano scoprire all’ultimo momento che l’udienza attesa da mesi non si svolgerà.
Sul piano legislativo, occorre discutere l’introduzione di specifiche fattispecie di omicidio sul lavoro e lesioni gravissime sul lavoro, senza dimenticare che nessuna nuova norma potrà sostituire prevenzione, controlli, formazione e investimenti nella sicurezza.
La vita di un lavoratore non può essere considerata una variabile economica. Il dolore dei familiari non può diventare un problema organizzativo secondario. Dietro ogni processo rinviato c’è qualcuno che aspetta; dietro ogni prescrizione c’è una famiglia che sperava in una sentenza; dietro ogni archiviazione c’è qualcuno che vorrebbe comprendere perché il proprio caro non è tornato a casa.
La giustizia deve essere uguale per tutti, ma anche concretamente accessibile a tutti, non soltanto a chi dispone di denaro, tempo e risorse per sostenere una lunga battaglia legale.
Un processo che si trascina non restituisce la vita a chi è morto, ma un procedimento che non arriva a una risposta, o che costringe i familiari a vivere continui rinvii e incertezze, rischia di aggravare una sofferenza già enorme.
Morire lavorando non può significare essere dimenticati due volte: prima nel luogo di lavoro, poi nelle aule di giustizia. Perché la giustizia non dovrebbe chiedere alle famiglie di dimostrare per anni di meritare attenzione. Dovrebbe essere il sistema stesso a dimostrare, con i fatti, di essere all’altezza della loro richiesta di verità.
