La morte di una donna di 36 anni, di origine colombiana, uccisa a Vergiate, in provincia di Varese, riporta al centro una questione che riguarda non soltanto la violenza contro le donne, ma anche il modo in cui il giornalismo sceglie di raccontarla. Nei giorni successivi al delitto, numerose testate hanno ricostruito la vicenda attraverso immagini della donna e del compagno accusato di averla uccisa, comprese fotografie che li ritraggono insieme in momenti felici. Una scelta che può apparire funzionale alla narrazione, ma che solleva interrogativi sul rispetto della vittima, sulla tutela dei suoi familiari e sulla responsabilità di chi informa.
Il problema non è documentare una relazione sentimentale, né mostrare una fotografia, quando esiste una reale ragione giornalistica per farlo. È chiedersi quale sia il valore informativo di quelle immagini e quali conseguenze possa produrre la loro diffusione. Quando una donna viene uccisa, le fotografie che la ritraggono sorridente accanto all’uomo accusato del delitto possono diventare parte di una narrazione che continua a legare la sua identità a quella di chi le ha tolto la vita. La sua esistenza rischia così di essere raccontata soprattutto attraverso la relazione con l’uomo, mentre rimangono sullo sfondo la sua storia personale, le sue aspirazioni, le amicizie e i legami familiari.
Il risultato è un racconto nel quale la vittima viene rappresentata attraverso il prima e il dopo della tragedia, spesso con una sequenza di immagini che ripropone la coppia come protagonista di una storia interrotta. Ma una fotografia di due persone felici non spiega le cause di un omicidio, non chiarisce la dinamica dei fatti e non costituisce, da sola, un elemento utile a comprendere la responsabilità penale. Può, invece, alimentare una rappresentazione emotiva che induce il pubblico a interrogarsi sulla relazione, sulla presunta normalità della coppia o su ciò che sarebbe accaduto tra i due, senza aggiungere informazioni verificate.
Nel caso di Vergiate, la vicenda giudiziaria deve essere ricostruita attraverso gli elementi raccolti dagli investigatori e le risultanze processuali, distinguendo le accuse dalle dichiarazioni della difesa e dalle conclusioni dell’autorità giudiziaria. Le fotografie non possono sostituire questa ricostruzione, né la presunta serenità mostrata in un’immagine può essere utilizzata per suggerire che la violenza fosse impossibile, né eventuali tensioni nella relazione possono trasformarsi in una spiegazione che attenui la responsabilità di chi ha commesso un reato.
Il diritto di cronaca è essenziale in una società democratica. Informare su un femminicidio significa rendere visibile un fenomeno che riguarda la sicurezza delle donne, il funzionamento delle istituzioni e la capacità della società di prevenire la violenza. Ma il diritto di informare non coincide con la possibilità di pubblicare qualsiasi dettaglio. La qualità del giornalismo si misura anche nella capacità di distinguere ciò che è necessario sapere, da ciò che alimenta soltanto curiosità, esposizione emotiva e consumo della tragedia.
Questa distinzione è al centro del Manifesto di Venezia, il documento delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione, presentato il 25 novembre 2017. Il Manifesto invita a evitare stereotipi, immagini lesive della dignità femminile e rappresentazioni sensazionalistiche della violenza. Richiama inoltre la necessità di non sfruttare i femminicidi per ottenere più copie, clic o ascolti e di raccontare questi delitti partendo dalla vittima, non dal punto di vista del presunto colpevole.
Il documento mette in guardia anche dall’uso di parole come «amore», «gelosia», «passione» o «raptus» quando finiscono per suggerire giustificazioni o attenuanti a crimini legati al possesso e all’annientamento della libertà altrui. Il linguaggio non è un elemento secondario della cronaca: può contribuire a chiarire la natura della violenza oppure a renderla meno riconoscibile, inserendola in una narrazione sentimentale che ne oscura la gravità. Lo stesso principio vale per le immagini. Una fotografia può documentare un fatto, ma può anche trasformare una tragedia in uno spettacolo, soprattutto quando viene riproposta senza una motivazione informativa precisa.
Dal primo giugno 2025 è in vigore il nuovo Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti l’11 dicembre 2024. Il testo ha riunito in un unico quadro di riferimento principi e indicazioni che erano stati sviluppati anche attraverso precedenti carte deontologiche.
L’articolo 13, dedicato al rispetto delle differenze di genere, stabilisce che, nei casi di femminicidio e di violenza, il giornalista deve evitare stereotipi, espressioni e immagini lesive della dignità della persona. Richiede un linguaggio rispettoso, il rispetto dell’essenzialità dell’informazione e l’assenza di spettacolarizzazioni. Vieta inoltre espressioni, termini e immagini che sminuiscano la gravità del fatto o colpevolizzino la vittima e impone una cronaca rispettosa anche dei familiari e delle altre persone coinvolte.
L’articolo 20, sull’uso delle immagini, richiede che le fotografie siano rispettose dei diritti e della dignità delle persone rappresentate, che i soggetti siano contestualizzati correttamente e che non vengano diffuse immagini capaci di spettacolarizzare la violenza. L’articolo 25, dedicato alla tutela dell’identità delle vittime, dei condannati e dei congiunti, stabilisce inoltre la tutela dell’anonimato di chi ha subito violenze fisiche e psicologiche, salvo una richiesta della stessa vittima maggiorenne, e prevede cautele per proteggere i familiari delle persone coinvolte nella cronaca.
Queste disposizioni non costituiscono un divieto generale di pubblicare il nome o il volto di ogni donna uccisa. La loro applicazione richiede una valutazione dell’interesse pubblico, dell’essenzialità della notizia e delle circostanze del caso. Nel femminicidio di Vergiate, come in altre vicende analoghe, la questione non può quindi essere risolta affermando che tutte le immagini siano inappropriate. Occorre chiedersi se la loro pubblicazione sia necessaria, se aggiunga informazioni rilevanti e se il modo in cui vengono accostate rispetti la dignità della vittima.
Il punto è particolarmente delicato quando vengono mostrate fotografie della donna insieme all’uomo accusato del delitto, scattate durante momenti felici della relazione. Quelle immagini appartengono a una vita privata che la vittima non può più proteggere né contestualizzare. Possono essere state pubblicate originariamente sui social per condividere un ricordo con amici e familiari, non per diventare materiale di una narrazione mediatica dopo la morte. La disponibilità di una fotografia online non elimina la responsabilità editoriale di valutarne l’opportunità di diffusione.
C’è poi una questione che riguarda direttamente chi resta. Per i familiari, vedere ripetutamente il volto della persona amata accanto a quello dell’uomo accusato di averla uccisa può significare incontrare, nel proprio spazio quotidiano, una rappresentazione della tragedia che non hanno scelto. Una fotografia che per loro custodiva un ricordo privato può essere trasformata in un’immagine pubblica, ripresa da testate diverse, condivisa sui social e accompagnata da commenti di estranei.
Non è possibile stabilire in astratto che cosa provi ogni familiare. Il lutto è un’esperienza personale e non tutti reagiscono allo stesso modo. È però ragionevole riconoscere che l’esposizione ripetuta a immagini legate alla morte può rendere più difficile proteggere uno spazio di dolore, soprattutto quando la vicenda è ancora oggetto di indagine e la famiglia non ha avuto il tempo di elaborare quanto accaduto. Lo stesso vale per gli amici, i colleghi e le persone che hanno condiviso con la vittima momenti di vita che non dovrebbero essere ridotti a materiale illustrativo del delitto.
La sofferenza non nasce soltanto dalle fotografie. Può essere alimentata dalla ripetizione di dettagli, dalle ricostruzioni speculative, dai commenti che giudicano la relazione e dalle domande che sembrano cercare nella condotta della donna una spiegazione della violenza subita. Quando il racconto pubblico si concentra su come si vestiva, su chi frequentava, su quanto apparisse innamorata o su ciò che avrebbe fatto nella relazione, la responsabilità rischia di spostarsi dall’autore del reato alla vita della vittima.
È in questo contesto che si parla di vittimizzazione secondaria: il danno ulteriore che una persona può subire dopo la violenza a causa delle reazioni delle istituzioni, dell’ambiente sociale o della rappresentazione pubblica della vicenda. Il termine viene utilizzato soprattutto per descrivere esperienze in cui chi ha subito un abuso incontra incredulità, colpevolizzazione, stereotipi o procedure che aggravano la sofferenza. Nel caso di una donna uccisa, la vittima non può più raccontare la propria esperienza, ma il modo in cui viene rappresentata può incidere sulla dignità della sua memoria e sul dolore delle persone che le erano vicine.
La vittimizzazione secondaria non coincide automaticamente con ogni pubblicazione di una fotografia o con qualsiasi forma di cronaca insistente. Per valutarla occorre considerare il contenuto, il contesto, la ripetizione, l’eventuale invasione della sfera privata e l’effetto sulle persone coinvolte. Tuttavia, il rischio deve essere preso sul serio: la libertà di informazione non richiede di esporre ogni aspetto della vita della vittima, né autorizza a trasformare il suo dolore e quello dei familiari in un prodotto da consumare.
Per questo è importante distinguere tra dare un’identità alla vittima e renderla identificabile senza una ragione sufficiente. Restituire identità significa riconoscere che quella donna era una persona, con una storia che non coincide con il modo in cui è morta. Significa raccontare, quando vi siano fonti affidabili e ragioni di interesse pubblico, il suo percorso di vita, le sue relazioni, il suo lavoro e ciò che rappresentava per la comunità. Non significa necessariamente pubblicarne ogni dato personale o diffondere immagini private. Il rispetto può richiedere, in determinate circostanze, proprio la scelta di non mostrare il volto o di non rendere pubblici dettagli che non contribuiscono alla comprensione dei fatti.
Anche la decisione di non indicare il nome e il cognome della donna in questo articolo risponde a una scelta editoriale: concentrare l’attenzione sul trattamento giornalistico della vicenda, evitando che la riflessione si trasformi in un’ulteriore esposizione della sua identità. Non è una regola universale, ma un modo per ricordare che la persona non deve diventare riconoscibile soltanto perché la sua morte ha attirato l’attenzione dei media.
La responsabilità non riguarda esclusivamente le redazioni. I social moltiplicano la circolazione delle immagini e prolungano la vita dei contenuti anche quando un articolo viene aggiornato o rimosso. Gli utenti possono contribuire alla diffusione di fotografie private, rilanciare ricostruzioni non verificate o formulare giudizi sulla vittima senza conoscere la vicenda. La condivisione non è un gesto neutro: amplia il pubblico di un contenuto e può esporre nuovamente i familiari a immagini e commenti che non hanno scelto di incontrare.
Un’informazione rispettosa non significa nascondere i fatti né attenuare la gravità di un femminicidio. Significa raccontarlo con precisione, distinguere le accuse dalle decisioni giudiziarie, non trasformare le dichiarazioni delle parti in verità definitive e non utilizzare la vita sentimentale della vittima come chiave interpretativa automatica del delitto. Significa anche evitare che la narrazione sia dominata dal volto dell’uomo accusato, dalla sua versione dei fatti o dalla ricostruzione della sua vita, mentre la donna resta sullo sfondo.
La prevenzione della violenza, inoltre, non può essere affidata soltanto alle istituzioni o ai mezzi d’informazione. Le scuole devono promuovere il rispetto, il consenso e l’uguaglianza; i servizi sanitari e sociali possono contribuire a individuare situazioni di rischio; le forze dell’ordine e la magistratura devono garantire interventi adeguati; le associazioni possono offrire ascolto e accompagnamento. Perché questa rete funzioni, sono necessari formazione, risorse e procedure capaci di assicurare continuità agli interventi.
Anche la comunità ha una responsabilità. Minimizzare le minacce, giustificare il controllo del partner o considerare gli abusi una questione privata contribuisce a isolare chi subisce violenza. Ascoltare senza giudicare e prendere sul serio le richieste di aiuto può invece favorire l’accesso alla protezione. La stessa responsabilità vale per il linguaggio pubblico: evitare la colpevolizzazione delle vittime e contrastare gli stereotipi significa impedire che la violenza venga normalizzata anche dopo il delitto.
Il Manifesto di Venezia e il nuovo Codice deontologico non chiedono al giornalismo di rinunciare alla cronaca, ma di esercitarla con consapevolezza. La libertà di informazione è un diritto fondamentale e proprio per questo richiede accuratezza, proporzione e rispetto della dignità umana. Non tutto ciò che è pubblicabile è necessariamente utile da pubblicare. Non tutto ciò che suscita emozione aiuta a comprendere un fatto. E non ogni fotografia disponibile deve diventare parte di una storia di cronaca.
Nel raccontare la morte di una donna, il giornalismo ha una responsabilità che va oltre la ricostruzione dell’evento: deve evitare che la vittima venga ricordata soltanto attraverso il reato e che i familiari siano costretti a ritrovare continuamente il proprio dolore nelle immagini diffuse al pubblico. Il rispetto non si misura dalla quantità di fotografie pubblicate, ma dalla capacità di scegliere quelle realmente necessarie e di raccontare la persona senza ridurla alla tragedia.
Una donna uccisa non è un’immagine da affiancare a quella dell’uomo accusato del delitto. Non è un volto da riproporre per rendere più coinvolgente una notizia. È una persona la cui vita è stata interrotta e la cui dignità deve continuare a essere tutelata anche dopo la morte. Il dovere dell’informazione è raccontare ciò che è accaduto, cercare la verità e mantenere alta l’attenzione pubblica sulla violenza di genere, ma deve farlo senza infliggere, attraverso parole e immagini, un ulteriore dolore a chi resta.
