C’è stato un tempo in cui andare a cena fuori iniziava molto prima di sedersi a tavola. Si apriva l’armadio, si sceglieva una giacca, si lucidavano le scarpe e magari si metteva al polso quell’orologio che durante il giorno restava nel cassetto. Non serviva un ristorante stellato, uscire era già un’occasione.
Oggi possiamo prenotare un tavolo in uno dei ristoranti più esclusivi e presentarci in sneakers, felpa e cappellino. Nessuno ci caccerà. Probabilmente. A meno che il maître non sia l’ex fidanzato di una ragazza con cui avete avuto un flirt dopo di lui e che, per ragioni del tutto incomprensibili, non nutra una particolare simpatia nei vostri confronti. In quel caso, più che del dress code, preoccupatevi della posizione del tavolo. Tranquilli, è una storia che mi hanno raccontato… almeno credo.
Un tempo anche il dress code era più semplice. Black tie significava smoking e papillon, il cocktail attire concedeva qualcosa in più. Poi sono arrivati smart casual e soprattutto casual chic, definizione che oggi può significare quasi tutto. Compresa quella costosissima T-shirt bianca che, agli occhi di vostra madre, continuerà comunque a sembrare una maglietta della salute. La moda ha abbattuto molti codici e il luxury contemporaneo ama le contaminazioni. Una sneaker può costare più di una scarpa fatta a mano e una T-shirt avere un prezzo capace di compromettere la digestione prima ancora dell’antipasto.
Pensate al cinema, a Marcello Mastroianni ne La dolce vita, a Cary Grant con i suoi completi impeccabili o, facendo un salto in avanti, a The Gentlemen. Il ristorante, il bar dell’hotel, il cocktail prima di cena erano scenografie e l’abito faceva parte del racconto. Non sto invocando il ritorno obbligatorio di giacca e cravatta, perché lo stile non è una divisa.
Ed è qui che entra in gioco il vintage. Una vecchia giacca sartoriale con un denim perfetto, un mocassino vissuto, un foulard trovato in un mercatino di Parigi, un orologio che ha attraversato qualche decennio. Il vero luxury non è necessariamente indossare l’ultima collezione, ma saper mescolare un capo importante con qualcosa trovato vent’anni fa, un pezzo firmato con uno che magari non possiede nemmeno più un’etichetta.
Perché il vintage autentico ha qualcosa che nessuna nuova collezione può mettere in vendita, il tempo. E parlando di tempo penso a In Time, il film con Justin Timberlake in cui il tempo diventa moneta. Chi ne possiede tanto è ricco, chi ne ha poco conta i minuti. Senza arrivare alla fantascienza, nel lusso forse funziona un po’ così. Alcuni oggetti valgono anche per il tempo che hanno attraversato e possiedono qualcosa che il nuovo non può ancora avere, una storia.
Forse abbiamo guadagnato libertà perdendo qualche rituale e non sono sicuro sia stato sempre un buon affare. Quindi no, non vi dirò che per andare a cena dovete indossare la giacca. Ma ogni tanto aprite l’armadio, scegliete qualcosa con cura e vestitevi come se quella cena meritasse di essere ricordata.
Male che vada, avrete ordinato il vino vestiti bene. Sempre che il maître non sia quello di prima.
