Donald Trump torna a far discutere con una delle sue ormai abituali provocazioni sui social. Il 7 settembre il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato su Truth Social una mappa nella quale Cuba, insieme a Canada, Messico, Groenlandia e ad altri territori delle Americhe, appare ricoperta dai colori della bandiera statunitense. Nessuna spiegazione, nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna indicazione precisa sulle intenzioni che hanno accompagnato la pubblicazione. Soltanto l’immagine, lasciata lì a produrre reazioni, polemiche e titoli sui giornali. Naturalmente, un post sui social non modifica i confini internazionali e non rappresenta un atto formale di annessione. Ma il problema è proprio il messaggio politico e simbolico che un presidente degli Stati Uniti sceglie di diffondere. Perché rappresentare Cuba, un Paese sovrano e indipendente, come se fosse parte degli Stati Uniti? Perché raffigurare un’intera porzione del continente americano come se fosse una proprietà sulla quale Washington potesse apporre la propria bandiera?
Nel caso di Cuba, questa provocazione arriva inoltre in un momento particolarmente delicato. L’amministrazione Trump ha adottato nel 2026 una politica estremamente dura nei confronti dell’isola, rafforzando le pressioni economiche e le misure contro il settore energetico cubano. A gennaio la Casa Bianca ha dichiarato un’emergenza nazionale relativa a Cuba e ha previsto la possibilità di imporre tariffe ai paesi che forniscono petrolio all’isola. Successivamente sono state rafforzate le sanzioni contro soggetti e settori dell’economia cubana. Non sarebbe però corretto affermare, come fatto accertato, che Trump si sia semplicemente “intascato il petrolio cubano”. Le informazioni disponibili documentano piuttosto una politica di pressione e di controllo dell’approvvigionamento energetico dell’isola. Ma proprio questa politica rende ancora più pesante il significato della nuova immagine: prima si esercita una pressione economica su Cuba, anche attraverso l’energia, e poi la si raffigura sotto la bandiera americana.
Cuba non è una proprietà degli Stati Uniti. La sua indipendenza non è una concessione che Washington può ritirare e la sua sovranità non può essere trasformata in una casella di una mappa soltanto perché un presidente americano decide di colorarla di rosso, bianco e blu. La stessa logica espansionista si è già manifestata con il Canada e la Groenlandia. Trump ha più volte parlato del Canada come possibile 51º Stato americano e ha insistito sulle ambizioni statunitensi nei confronti della Groenlandia. La nuova mappa sembra inserirsi in questa più ampia rappresentazione di un continente nel quale gli Stati Uniti vengono raffigurati come il centro dominante, quasi che i territori degli altri Paesi fossero semplicemente disponibili per essere incorporati. Ma c’è un altro aspetto della vicenda che merita attenzione: il metodo comunicativo. Trump ha costruito una parte enorme della propria forza politica sulla capacità di trasformare ogni giornata in una successione di immagini, dichiarazioni, provocazioni e controversie. Non sempre il contenuto pubblicato è accompagnato da una spiegazione precisa e non tutto ciò che appare sui suoi social corrisponde a una proposta politica concreta. Eppure ogni immagine produce una notizia, ogni provocazione genera una reazione e ogni reazione alimenta una nuova ondata di attenzione.
Il risultato è un flusso continuo nel quale diventa sempre più difficile distinguere ciò che è realmente importante da ciò che è soltanto spettacolo politico. Ed è impossibile, parlando di questo metodo, non ricordare Steve Bannon, uno dei principali strateghi del movimento MAGA e già collaboratore di Trump alla Casa Bianca. Nel 2018, parlando con il giornalista Michael Lewis, Bannon spiegò in termini estremamente espliciti una filosofia comunicativa basata sul sovraccaricare il sistema mediatico. La formula che utilizzò divenne famosa: “flood the zone with shit”, cioè “inondare la zona di merda”. L’idea era quella di produrre continuamente nuovi contenuti, dichiarazioni e controversie, impedendo ai media di avere il tempo necessario per fermarsi, analizzare e concentrarsi su una singola questione. Non significa che ogni post di Trump sia necessariamente falso. Significa che una quantità incessante di contenuti può avere un effetto molto preciso: spostare continuamente l’attenzione. I giornalisti devono verificare l’ultima dichiarazione, i governi devono reagire all’ultima provocazione, gli oppositori devono rispondere all’ultima uscita e il pubblico viene trascinato da una polemica all’altra.
La mappa di Cuba sotto la bandiera americana è perfetta per questo meccanismo. È semplice, provocatoria, immediatamente comprensibile e soprattutto altamente condivisibile. Non servono pagine di spiegazioni: basta un’immagine per generare migliaia di commenti e trasformarsi in una notizia internazionale. E mentre tutti discutono se Trump voglia davvero annettere Cuba, la questione più concreta rimane quella delle politiche che sono già state adottate: la pressione economica, le sanzioni, l’energia e il confronto politico con L’Avana. Il 7 settembre il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha denunciato ancora una volta la politica statunitense e le conseguenze delle restrizioni energetiche sull’isola, mentre ha escluso che siano in corso negoziati con Washington. Rodríguez ha inoltre evocato il rischio di un “vero bagno di sangue” nel caso di un eventuale intervento militare statunitense. Tuttavia, è necessario essere prudenti sulla cronologia: non è sufficientemente documentato che questa dichiarazione sia stata pronunciata poche ore prima della pubblicazione della mappa di Trump, come sostiene il testo originario. Il riferimento al “bagno di sangue” è invece riconducibile a dichiarazioni cubane rese nel contesto delle crescenti tensioni con Washington.
Ed è proprio questa distinzione tra realtà e propaganda che diventa fondamentale. Una comunicazione politica fondata sulla provocazione può facilmente trasformare un’immagine in una presunta notizia, un’ipotesi in una certezza e una possibilità in un fatto. Il rischio è che, nel tentativo di seguire ogni provocazione, si finisca per perdere di vista ciò che realmente accade. Trump sa perfettamente quanto sia potente questo meccanismo. Un’immagine pubblicata senza spiegazioni può occupare per ore il dibattito pubblico. I media la riprendono, i social la amplificano, gli avversari la denunciano e i sostenitori la celebrano. Nel frattempo, l’attenzione collettiva si sposta ancora una volta verso il prossimo post.
È questa la vera forza della politica dello spettacolo: non necessariamente convincere tutti, ma impedire che il pubblico abbia il tempo di fermarsi abbastanza a lungo su una singola questione. E allora forse la domanda più importante non è se Donald Trump abbia intenzione, domani mattina, di annettere Cuba. Non esiste oggi alcuna base per affermare che quella mappa rappresenti un formale progetto di annessione. La domanda è piuttosto perché un presidente americano scelga di rappresentare un paese sovrano come se fosse già parte degli Stati Uniti e perché continui a utilizzare immagini territoriali ed espansioniste come strumenti della propria comunicazione politica.
Cuba può essere criticata. Il governo cubano può essere contestato e giudicato. La sua politica può essere duramente messa in discussione. Ma la sovranità di Cuba appartiene al popolo cubano e non alla Casa Bianca. Nessuna pressione economica, nessuna sanzione, nessuna provocazione sui social e nessuna mappa colorata con la bandiera americana possono cancellare questo principio. Perché il vero problema non è soltanto una fotografia pubblicata da Donald Trump. Il vero problema è quando la provocazione diventa metodo, quando il rumore sostituisce l’informazione e quando la propaganda riesce a trasformare persino l’indipendenza di un Paese in un’immagine da pubblicare sui social. Cuba non è una proprietà degli Stati Uniti e nessuna mappa pubblicata su Truth Social può trasformarla in tale.
