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Una vecchia patente di tantissimi anni fa diventa la porta che si spalanca su un passaggio storico tristemente celebre e anche l’occasione per ritrovare una vicenda umana straordinaria e pur comune a molti. Un percorso nella memoria sulla strada degli affetti. A raccontare a Diari Toscani la storia di suo padre è una grandissima memoria storica carrarese: Pietro Di Pierro

L’8 Settembre del 1943, mio padre si trovava ad Albenga, caporal maggiore del 29° reggimento di artiglieria, dopo aver combattuto sul fronte greco-albanese, rimediando due ferite e una malattia alle vie respiratorie che lo tormentò per tutta la vita. Alla notizia dell’armistizio, come avvenne gran parte dei reparti militari italiani, senza ordini precisi il reggimento si sbandò. Mio padre, dopo aver cercato inutilmente di convincere i suoi commilitoni a non fidarsi dei tedeschi, mentre il reggimento veniva catturato al primo contatto, si diede alla macchia. Vendette ciò che si era portato con sè, la divisa, due paia di scarponi e la macchina da scrivere della fureria, in cambio di abiti civili, denaro e cibo per intraprendere il viaggio verso casa. Naturalmente a piedi ed evitando le strade principali per non incappare in posti di blocco.
Camuffò maldestramente la sua patente di guida, cancellando le mostrine della divisa dalla foto; si invecchiò cambiando la data di nascita dal 1920 al 1913 per apparire “fuori leva” e cancellò perfino la dicitura del reggimento che gli aveva dato l’abilitazione per farla sembrare un documento civile. Quando arrivò alla Spezia era sfinito. Si apprestava a passare la notte nella stazione di Spezia-Migliarina, quando una carta d’Italia alla parete lo convinse a cambiare i suoi piani. Dopo giorni e giorni di cammino era ancora in Liguria. Quanti passi avrebbe dovuto fare ancora per arrivare in Basilicata? Un treno merci di passaggio era un’opportunità e vi saltò sopra. Ma fece pochi chilometri perché il convoglio fu fermato alla stazione di Carrara-Avenza da un rastrellamento tedesco. Tentò la fuga nella penombra verso l’imbarcadero merci, tra sacchi di carbone ma, scoperto, fu bersagliato da una raffica che, perforati i sacchi, gli versò la polvere nera addosso. Non gli restava che arrendersi ed avvicinarsi ai tedeschi con le mani alzate. Fu accolto da un colpo sul costato inferto col calcio del fucile, mentre rantolava a terra fu costretto a calci ad alzarsi e, incolonnato con altri sciagurati, fu condotto all’ex colonia Vercelli di Marina di Carrara, usata come campo di concentramento per la deportazione in Germania. Ma i lucani sono testardi. Non gli andava giù di avere fatto tanti chilometri per finire così. Studiò immediatamente una via di fuga. Subito fuori della recinzione della ex colonia c’era un campo di granturco (dove oggi c’è la chiesa dell’Annunziata e la IMM) che poteva offrirgli copertura, ma due sentinelle si incrociavano nel percorso di ronda. Calcolò il tempo in cui le guardie si davano le spalle prima del retro front e, in quegli attimi, raggiunse il reticolato, lo saltò infilandosi in un campo di granturco, inseguito dai proiettili, ma riuscì ad arrivare ad un fosso e vi entrò. Al buio non sapeva dov’era e dove sarebbe finito. La mattina dopo fu trovato febbricitante in via Bigioni (una delle traverse di campagna tra la Covetta e Marina) da una famiglia di contadini, i coniugi Pilade e Dalinda Botti. Questi avevano un figlio disperso in Russia e pensarono bene di fare a quello sconosciuto quello che avrebbero desiderato fosse fatto al loro figlio, malgrado i rischi. Infatti ospitare un soldato sbandato equivaleva ad aiutare un disertore e, poco lontano, abitava un fascista che avrebbe potuto fare la spia. Ma la febbre aumentava e non potevano certo portarlo all’ospedale; sarebbe stato arrestato e anche loro avrebbero passato dei guai. Si rivolsero al professor Mario Vatteroni, uno dei pochi medici ritenuti affidabili. Il medico non poteva esporsi, così agì con cautela. Avrebbe mandato una persona di fiducia col calesse a prenderlo dopo il tramonto e, avvolto in coperte, l’avrebbe portato “a casa dell’Armida”, dietro al suo villino di Avenza e lì lo avrebbe raggiunto, senza destare sospetti, dal cancelletto dell’orto. Tutto andò secondo i piani. Quando lo liberarono dalle coperte, tra i volti sconosciuti vide una giovane bionda con le lentiggini. La ragazza, in seguito, organizzò una catena di solidarietà per aiutare con cibo e medicinali l’infermo e la famiglia ospitante. Per farla breve: l’Armida era mia nonna, la giovane bionda era mia madre e sette anni dopo quel periodo di convalescenza di mio padre, nacqui io.
