foto di Silvia Meacci
Per celebrare l’anniversario della nascita di Carlo Lorenzini (Collodi), l’Associazione “I libri di Mompracem” ha avviato, già da giugno, il percorso “Fo Collodi 2026”. Nel novembre di duecento anni fa nasceva Carlo Lorenzini; nel marzo di cent’anni dopo sarebbe nato Dario Fo. Due epoche e due lingue espressive diverse, ma senz’altro due intellettuali che hanno saputo unire cultura alta e cultura bassa, rappresentare una sorta di coscienza morale collettiva e usare sapientemente la satira. Nucleo centrale dell’iniziativa “Fo Collodi” è la mostra allestita a Firenze nello spazio Itaca e visitabile ancora fino al 23 agosto: “Questo è Pinocchio” presenta cinquanta opere firmate da illustratori come Roberto Innocenti, Lido Contemori e Andrea Rauch. Per commemorare Lorenzini sono state anche organizzate presentazioni di libri e passeggiate letterarie per scoprire il territorio di Pinocchio, ma anche i luoghi biografici dell’autore. Lorenzini era nato a Firenze in via Taddea 21, i suoi genitori andavano a servizio dai marchesi Ginori, cuoco lui e sarta e dama della marchesina Marianna Garzoni, lei. Nell’opera di Collodi emerge una costante dicotomia tra alto e basso. Affiora la vita del popolo che fatica ma che ha comunque accesso a dimore grandiose dell’alta società. Lorenzini respirò questa atmosfera. Nel personaggio di Geppetto ci sono forse tracce del Granduca Leopoldo II che a fine giornata amava mettersi il grembiale e lavorare al tornio nella bottega di falegname in via Maggio? Il libro di Lorenzini è fantasioso ma anche diretto, crudo, spietato. Pinocchio, nella prima stesura scritta a puntate su un giornale, muore impiccato dal gatto e dalla volpe. Furono i giovani lettori a sollecitare la redazione e a insistere perché il burattino vivesse e la narrazione continuasse. Se Pinocchio è il libro italiano più tradotto al mondo, è perché rappresenta una storia di formazione e di trasformazione in cui tutti si rispecchiano: da burattini a bambini, da ribelli a ragazzini modello. È la narrazione della vita che molti studiosi continuano a filtrare e analizzare attraverso varie lenti. Pinocchio non vuole e non può esaurirsi nella versione edulcorata di Disney con un burattino in abiti tirolesi e una fatina dolce ed eterea. Lorenzini, giornalista satirico nel periodo a cavallo tra Granducato e Regno d’Italia, disilluso dagli eventi e dai politici menzogneri nella Firenze post capitale, si inventò un burattino, il cui naso si allungava quando voleva far passare una bugia per verità. Non a caso lo scrittore creò il paese degli Acchiappacitrulli, luogo metafora in cui gli sciocchi vengono gabbati, da molti identificato con la città di Firenze.

Nel libro “Il segreto di Pinocchio. La storia della ‘vera’ Fatina e dei luoghi del burattino”, presentato a Firenze martedì 4 agosto, per la rassegna “Fo Collodi 2026”, si scava nel groviglio di misteri che Pinocchio non ha ancora finito di rivelarci. L’autrice Anna Soldani ha parlato di luoghi come Peretola, Sesto Fiorentino e soprattutto Castello che, rappresentando la quintessenza della Toscana, con grandissima probabilità hanno ispirato lo scrittore per ambientare le sue avventure. Lorenzini frequentava quei luoghi e in molti ritengono che abbia attinto alla realtà circostante per costruire ambienti e personaggi. D’altra parte, pare che alcuni abitanti si siano davvero riconosciuti nei protagonisti del racconto, come Mangiafuoco e la Fatina. Leggendo il libro della Soldani si viene infatti a sapere che nel 1958 il giornalista Giorgio Batini scoprì chi aveva ispirato il personaggio della Fata Turchina. “Ti metterò nel libro”, aveva detto Lorenzini alla piccola. Si chiamava Giovanna Ragionieri e da bambina portava il cibo nella Villa “Il Bel Riposo” di Castello dove lo scrittore amava rifugiarsi, ospite del fratello. Negli anni sessanta si scatenò un vero interesse al riguardo, e, dopo che la notizia fu data dai giornali, i bambini di tutta Italia sommersero Giovanna Ragionieri con le loro letterine piene di affetto.

4 Dicembre ’58
Cara e gentile Fatina,
io pensavo che i personaggi descritti nel libro di Pinocchio fossero immaginari, invece ho letto sul giornale una piccola storia su un personaggio che vive ancora. (…) Sono lieta al sapere che la bella bambina dai capelli turchini vive ancora. Desidero che mi scriva e che mi racconti come era Pinocchio, come era Mastro Ciliegia e tante altre cose.
Io le auguro di cuore Buon Natale e che trascorra la sua vita serena e contenta.
Elda
La pantalonaia Giovanna Ragionieri morì nel 1962, ma nei quattro anni precedenti, a Castello, era successa una magia, una vera fiaba nella fiaba. Lei, ormai anziana, rispondeva alle lettere ricevute e alle domande degli intervistatori, degli scrittori, delle troupe televisive.
Dalle sue memorie pare che anche il Grillo Parlante avrebbe avuto un modello reale: un impiegato del dazio noto per dispensare consigli non richiesti.
