foto di Silvia Meacci
Dal 1865 al 1871 Firenze fu, per soli sei anni, capitale d’Italia. Nel ‘64, quando Roma non era ancora stata annessa, il primo governo Minghetti decise infatti di trasferire la sede istituzionale in una città più centrale. Già si sapeva che si sarebbe trattato di una soluzione non definitiva. Bettino Ricasoli in una lettera all’amico Ubaldino Peruzzi espresse così le sue preoccupazioni: “la necessità di traslocare la Capitale porterà seco in principio non solo molto dispendio ma non lievi imbarazzi…il veleno che insinua negli ordini sociali di una città, la condizione d’essere una capitale provvisoria, veleno cui manca il tempo di rivolgere a segnare una qualche utilità, molto mi duole che [sia toccato] a Firenze. Parmi per questa città una grande sventura”.

Benché Vittorio Emanuele II fosse accolto a Firenze con solenni festeggiamenti, presto emerse lo scontento generale della popolazione per l’aumento dei prezzi degli affitti e dei generi alimentari. In città erano arrivati circa 30.000 torinesi, tra militari, burocrati e famiglie. Anche questi ultimi fecero fatica ad adattarsi alla nuova città. Pareva loro bizzarra per le differenti abitudini, a partire dagli orari dei pasti fino agli schiamazzi. Addirittura esisteva una “Guida pratica popolare di Firenze” che venne distribuita per farla conoscere bene.

La città inoltre cambiò volto, fu stravolta. Le mura furono abbattute e creati viali di circonvallazione sul modello dei boulevards parigini, con piazze trionfali. Con i lavori di Firenze capitale la città doveva perdere certe sue caratteristiche medievali e acquistare invece un rigore borghese. Questo fu l’incarico di “risanamento” che l’Ufficio d’Arte del comune dette a Giuseppe Poggi. L’architetto dimostrò abilità nel ridisegnare il territorio anche nel periodo successivo a Firenze capitale, tanto che l’eredità più duratura di quel periodo può ben dirsi sia stata l’urbanistica.

Giuseppe Poggi ebbe infatti il merito di progettare, tra il 1865 e il 1876, anche il viale dei Colli, quella strada alberata e fiorita che attraversa il Colle di San Miniato a mezza costa, partendo da Porta Romana fino a Piazza Ferrucci. Al di sotto, Firenze giace col suo fiume e i suoi monumenti come una bomboniera da ammirare dal Piazzale Michelangelo. Da lassù, magnifico punto panoramico, Poggi ideò delle rampe monumentali con fontane, vasche e giochi d’acqua. Si tratta di un imponente complesso inaugurato nel 1876 il cui scopo primario era quello di consolidare il terreno franoso della collina. Non secondariamente Poggi intese dare una continuità – attraverso l’elemento acqua – tra il Piazzale e il fiume. Costruì muri di contenimento del terreno, ma anche abbellì, decorò. Si evidenziano più livelli che scendono fino al fiume, all’altezza della Torre San Niccolò (1374), l’unica che non fu mai “scapitozzata” perché protetta dalla collina. Risalendo, il primo livello delle Rampe del Poggi si presenta come una muraglia in bugnato, sobria e solida. Al secondo livello spiccano le incrostature di spugne calcaree naturali e artificiali che richiamano la Grotta del Buontalenti a Palazzo Pitti. Si contano cinque grotte di bugnato martellato che assumono un aspetto più etereo fino alle mensole sbozzate, chiaro rimando a Michelangelo e il suo non finito. Il terzo livello è costituito dalla “vasca polimaterica”. La natura qui prende il sopravvento con i caratteristici ciottoli bianchi e neri, le pietre colorate, le spugne. In alto domina il giglio di Firenze. Nel 2019 tutto il complesso è stato restaurato con grande impiego di tempi e competenze. L’impianto idraulico a caduta, come lo aveva concepito Poggi, è rimasto ma riconfluisce in una grande vasca di accumulo e di riciclo incassata a valle da cui l’acqua è ripompata in alto.

Ancora oggi le Rampe permettono ai visitatori di lasciarsi alle spalle il fiume e, salendo, di intraprendere un ideale percorso in cui bellezza, natura e funzionalità si fondono armoniosamente, fino a raggiungere il Piazzale Michelangelo, da cui si apre una delle vedute più suggestive e famose al mondo.
