Parte con la doppia recensione del film di Christopher Nolan The Odissey, una nuova rubrica di Diari Toscani: Versus, opinioni a confronto, nella quale esamineremo ogni tipo di argomento da due angolazioni diverse. Il film di Nolan ha incendiato la platea social tra favorevoli e contrari. Diari Toscani offre le analisi accurate e ragionate, se pur opposte di Gianni Ammavuta e di Alessandro Fiorentino, due collaboratori storici e validissimi della nostra testata. Il nuovo viaggio nella bellezza della diversità è cominciato.
La scorsa primavera, appena visto il trailer, avevo deciso di andare a vedere il film insieme a mio figlio, studente di liceo classico. Io dell’Odissea ricordo le letture fatte in terza media con un professore di quelli che ormai non si vedono più: ad ogni lezione veniva assegnata a ognuno di noi una parte che dovevamo leggere, possibilmente interpretandola. Omero aveva la capacità di farci immaginare paesi ed avventure sconosciute, anche se era un autore con quasi tremila anni sulle spalle, in un epoca in cui ancora i video di Tik Tok e l’intelligenza artificiale non avevano saturato la nostra fantasia. Finalmente la settimana scorsa siamo andati al cinema, una di quelle sale con lo schermo grande quanto un campo da calcio e le poltrone comode anche per uno con le gambe lunghe come me.
Avevo deciso di non fare alcuna critica al fatto che Elena sia stata interpretata da un’attrice dalla pelle nera come il carbone, pure se nel testo originale viene descritta “dalle bianche braccia”, siamo in piena rivoluzione woke per cui ho fatto finta di non vedere l’evidente provocazione, o forse solo la trovata pubblicitaria.
Nelle scene iniziali si vede un cavallo di legno semi sommerso nella sabbia della spiaggia antistante Troia, che ti viene da chiedere se gli Achei avessero speso più tempo ad interrarlo piuttosto che a costruirlo sto bestione. E’ davvero difficile capire il motivo di questa cosa, poi però mi torna in mente un altro film degli anni settanta “Il pianeta delle scimmie”, dove gli astronauti tornano sulla Terra abitata da scimmie intelligenti e uomini ridotti in schiavitù ed una delle scene vede proprio la statua della libertà semi sommersa nella sabbia. Mi sono accontentato di classificarla come una citazione cinematografica, sconclusionata ai miei occhi, ma pur sempre una citazione. Ulisse, che mio figlio continua a dirmi sia più giusto chiamarlo Odìsseo, è un generale un po’ rincoglionito che dopo aver sconfitto i troiani con questo stratagemma, invece di seguire le navi di Agamennone prende una deviazione e va a sbattere nell’isola dei ciclopi. Tutti ricordano la storia di Polifemo, tutti tranne Nolan che se la reinventa senza dirci perché. Odìsseo entra con dodici uomini nella caverna, qualcuno verrà mangiato dal ciclope, ma gli altri si salveranno perché il nostro eroe lo farà ubriacare. Una volta accecato con un palo ardente Polifemo si lascia scappare i greci che nascondendosi sotto la pancia delle pecore non vengono riconosciuti e prima di darsi alla fuga c’è il celebre discorso in cui Odìsseo prima dice di chiamarsi Nessuno cosicché Polifemo possa essere preso in giro dai suoi simili e poi, una volta a distanza di sicurezza, rivela il suo nome in aperta sfida agli dei, senza considerare che poi Poseidone gliela farà pagare cara quella tracotanza.
Nolan fa sparire tutta quella scena, presenta Polifemo come un gigante simile ad un troll che ha preso una porta in faccia e con il monocolo in verticale, cosa che lo fa assomigliare più ad una vagina sconquassata piuttosto che ad un occhio tanto che alla fine della scena uno si chiede perché gli dei si debbano incazzare con l’eroe. I lestrigoni vengono descritti come degli enormi cavalieri medioevali, con tanto di corazza e scimitarra, reduci da una nottata di sbornie e risse. I lotofagi spariscono del tutto ma non il loto che invece Calypso fa trangugiare al protagonista per fargli dimenticare casa sua. Calypso, una ninfa bellissima che nella storia vera trattiene Odìsseo di notte con mezzi che ben possiamo immaginare, lasciandolo piangere per la sua patria il resto del giorno. Circe, tanto bella quanto malvagia, viene rappresentata a metà tra la gattara dei Simpson e Amelia la strega fattucchiera, arcinemica di Paperone de Paperoni, che trasforma i compagni dell’eroe in maiali, tirandogli le guance e mettendogli le mani in gola. Tra una scena e l’altra ci sono dei flashback che riportano alla guerra di Troia dove Agamennone è un mix tra Batman ne “Il cavaliere oscuro” e Darth Vader. Quando finalmente Odìsseo apre le porte della città e appare la figura scura di Agamennone con la sua armatura nera, fermo sulla soglia, mi è sembrato dai sentire un’orchestra che intona la marcia imperiale di Guerre stellari. A Itaca le cose non vanno meglio, i Proci che rappresentano la peggior gioventù nobile dell’isola, più simili ad un orda di vichinghi appena tornati da una razzia, si accampano nel palazzo di Odìsseo nella speranza che Penelope, forse l’unica che si salva in mezzo a tutto quel casino di film, ne sposi uno per dargli in dote il trono vacante. Un aedo, cioè un cantore, di chiara origine giamaicana con tanto di dreadlocks, salta da un tavolo all’altro sbattendo un bastone, che dopo la terza volta ti viene voglia di strapparglielo dalle mani e spaccarglielo sulla schiena. Telemaco viene inquadrato in una scena dal tipico sapore americano mentre viene addestrato all’arte della spada sotto la guida di Eumeo, il guardiano dei porci cieco, che non si sa perché sembra sia un maestro di scherma. Alt! Nolan starà mica citando Highlander e Blind Fury? Oppure sono io che ho visto troppi film? Vabbè continuiamo, anzi torniamo a Eumeo che nel testo originale è il primo a riconoscere l’eroe seppur trasformato in mendicante da Atena. Nella trasposizione moderna oltre che cieco è pure rincoglionito perché forse capisce chi è Odìsseo solo alla fine e dico forse perché non ne ho la certezza. L’unico che mi fa davvero pena è Argo che ad un certo punto viene scaricato in una montagna di letame e lì rimane per un tempo indeterminato fino a quando il re sotto mentite spoglie non lo riconosce, poi scodinzola un po’ e muore. Telemaco riesce ad arrivare a Sparta e viene accolto da Menelao che intanto ha sfregiato Elena forse per punirla della scappatella con Paride, naturalmente nel racconto non succede anzi, alzata la spada per ucciderla il re spartano cambia subito idea colpito dalla bellezza della ragazza ma, poteva Nolan farsi sfuggire l’occasione per rimarcare il suo disgusto per la cultura maschilista e patriarcale degli antichi greci? E allora via di cicatrice sul volto di una Elena che se potesse farebbe volentieri fuori il suo uomo che nel mentre, viene raffigurato come un troglodita con il culo di essere nato re.
Grandi assenti nella narrazione cinematografica sono gli dei, tranne Atena, che naturalmente viene raffigurata come una mezza cubana (l’aggettivo pallade non è presente ne vocabolario di Nolan), salvo poi diventare una specie di proiezione onirica dell’eroe che rivede gli incubi della guerra. Dov’è Poseidone che si lega al dito la vicenda di Polifemo? Dov’è Zeus che dopo sette anni obbliga Calypso a lasciar partire l’eroe? Dov’è Apollo al quale i superstiti mangiano una vacca di sua esclusiva proprietà? Dov’è Ermes che fa bere delle erbe magiche a Odìsseo per non cadere vittima anch’egli degli incantesimi di Circe? Dov’è Eolo che gli regala un vaso contenente tutti i venti e che i marinai aprono convinti che contenga un tesoro, facendogli perdere la rotta? Dove sono finiti i Feaci? E Nausicaa che una bottarella al naufrago vorrebbe dargliela ma lui è ancora saturo delle attenzioni di Calypso e Circe? E soprattutto, tolta la scena della battaglia finale dove Odìsseo finisce come un puntaspilli perdonando qualche usurpatore mentre nel racconto originale li ammazza tutti senza pietà, che mi sta a significare quel finale dove lui e Penelope si imbarcano insieme verso occidente per trovare un nuovo inizio?
Le stranezze, per non chiamarle porcate, qui citate sono solo alcune che mi son dovuto sorbire durante la proiezione. Nascosti sotto le poltrone io e mio figlio saremo andati a controllare almeno cento volte la correttezza della narrazione e alla fine della serata siamo usciti dalla sala con il cellulare scarico ed un senso di amarezza addosso.
Io capisco davvero tutto però, se la volontà era quella di raccontare una storia ambientata nell’antica Grecia, perché saccheggiare così impunemente un mito come quello dell’Odissea? Non potevano chiamarlo le avventure di Piercamillo da Itaca? Nessuno avrebbe potuto obiettare. In conclusione io aprirò una sottoscrizione per una legge che vieti ai registi americani di toccare quelle storie che rappresentano il cuore della narrativa occidentale e chi non firma, che faccia la fine del corvo di Circe, si avete capito bene il corvo della maga Circe, ma non andate sul testo a cercarlo perché non lo troverete.
