Parte con la doppia recensione del film di Christopher Nolan The Odissey, una nuova rubrica di Diari Toscani: Versus, opinioni a confronto, nella quale esamineremo ogni tipo di argomento da due angolazioni diverse. Il film di Nolan ha incendiato la platea social tra favorevoli e contrari. Diari Toscani offre le analisi accurate e ragionate, se pur opposte di Gianni Ammavuta e di Alessandro Fiorentino, due collaboratori storici e validissimi della nostra testata. Il nuovo viaggio nella bellezza della diversità è cominciato.
Probabilmente, né l’uno né l’altra. Perché è la domanda ad essere sbagliata. L’unica che ci si dovrebbe porre sempre, a maggior ragione davanti ad un’opera come questa, è la seguente: quando un film si può definire bello? Ci sono dei parametri oggettivi, in qualche modo misurabili, che aiutano a rispondere, ma il resto del giudizio lo fanno le correnti di pensiero a cui si appartiene e le preferenze personali. In quest’ottica, partirei col dire che l’ultimo lavoro di Nolan è un film tecnicamente impeccabile e all’altezza delle aspettative, nonché del budget monstre di cui è accreditato.
La pellicola, infatti, è piena di inquadrature splendidamente costruite e la tecnica narrativa del flashback è padroneggiata con grande maestria. E non è un dettaglio da poco, perché ciò fa sì che in quasi tre ore di proiezione non ci si annoi mai. Le scene “en plaine air”, caratterizzate tutte da una luce baluginante, e quelle invece in cui regna un atmosfera cupa, tetra, quasi soffocante, si alternano quasi in modo matematico, esaltando il lavoro del fedele direttore della fotografia del regista, Hoyte van Hoytema, e dando ritmo al film. I costumi sono perfetti, accuratissimi ma non invadenti, e l’armatura di Agamennone è già iconica. La sceneggiatura è solida, piena di dialoghi e monologhi che ogni attore vorrebbe recitare.
Il resto del film lo fa il cast, naturalmente. Riuscire a accogliere intorno a sé un cast tanto importante, pur non riservando a tutti questi grandi attori e attrici un minutaggio particolarmente importante, è un punto di forza del film e, soprattutto, del suo regista, non una debolezza. Nessuna di tutte queste star sembra fuori posto, o messa lì per fare cassa. E anche se così fosse, ammirare persone fantastiche su uno schermo di 15 x 7 metri, non è forse uno dei piaceri e dei privilegi riservati a chi ama il cinema? Tanto per fare un esempio: quando Charlize Theron, nei panni di una splendida e malinconica Calypso, entra per la prima volta nell’inquadratura, camminando verso la cinepresa, sulla spiaggia inondata di luce, sembra veramente una dea che fluttua a 10 centimetri dal suolo, e ci fa desiderare disperatamente di naufragare su un’isola deserta.
Ma allora, se tutto questo è vero — e mi pare difficile confutare la veridicità di ognuno degli aspetti elencati — perché la pellicola è stata così tanto criticata, se non addirittura etichettata, appunto, come spazzatura?
I puristi dell’Odissea sostengono che, in linea di principio, non hanno niente contro chi vuole reinterpretare l’opera omerica, ma accusano Nolan di averne distorto l’essenza, introducendo e mettendo al centro della narrazione alcuni temi completamente assenti nel testo originale, quali l’orrore della guerra e il rimorso di Ulisse. È certamente vero. Ma non è forse anche questa nient’altro che un’interpretazione? Tra interpretazione e distorsione non esiste un confine oggettivo, ma solo una gradazione di significati. Per questo la questione mi sembra più filologica che artistica. E quindi, in questo contesto, perde completamente di significato.
Io credo, invece, che il regista inglese abbia trovato un modo convincente per rendere l’Odissea — che è, ricordiamolo, un opera mitologica — una storia moderna e, soprattutto, credibile per il grande pubblico.
I luoghi e i personaggi fantastici che Ulisse incontra durante il suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca, sono solo il contorno visionario al vero messaggio del film.
Il peso dell’aver infranto ogni limite e di essere andato oltre la stessa natura umana, porta Ulisse a non desiderare intimamente di tornare, come se l’orrore che ha contribuito a generare con la presa di Troia e il massacro che ne è seguito, gli avesse tolto la dignità e reso non meritevole di un ritorno da eroe sul trono del suo regno e tra le braccia dell’amata Penelope.
In questa Odissea non c’è spazio per osannare la furbizia e la scaltrezza di Ulisse. Non c’è niente di eroico nella sua sopravvivenza a tutte le peripezie. La sua decisione di non seguire Agamennone sulla rotta del ritorno è dettata dalla paura e dal senso di colpa, e conduce tutto il suo equipaggio alla morte. Lo stesso espediente del cavallo è raccontato dal protagonista come un atto di viltà di cui vergognarsi.
Non è il racconto di un viaggio, quindi, bensì quello di una dilaniante presa di coscienza dei propri errori, e di quanto intollerabile possa diventare portarne il peso, al punto di voler dimenticare chi sei.
Per il protagonista non c’è felicità né pace nemmeno nel ricongiungimento con Penelope. Ulisse, infatti, lascia il regno tanto faticosamente riconquisto al figlio — un convincente Tom Holland — e riprende subito il mare, con Penelope, per raggiungere un luogo non ben definito dove rendere omaggio a compagni non sepolti e concludere, così, questo suo lungo percorso di espiazione.
L’ultima frase del film, profetica e attualissima, è un’amara riflessione sulla storia che si ripete e sugli errori che saranno dimenticati per poi essere commessi nuovamente.
Ebbene, questa amarezza non appartiene solo al finale. Essa pervade tutta la storia e tutti i personaggi principali del film — persino Polifemo sembra afflitto da una mestizia profonda e induce tenerezza, più che terrore.
Forse è questo l’aspetto più moderno del film, e il suo messaggio più incisivo.
Chi vuole cogliere nel massacro di Troia un riferimento politico e una presa di posizione contro Trump e Israele, è libero di farlo, naturalmente, ma mi sembra una banalizzazione che il film non merita, e non vedo come questo, comunque, possa inficiarne il giudizio puramente tecnico ed estetico. Se lo scopo dichiarato del regista fosse stato quello di girare un lungometraggio di divulgazione che volesse far conoscere l’Odissea nella sua forma e nella sua essenza originali, allora le ire dei puristi sarebbero più che giustificate. Ma questa, in fondo, è un’opera di intrattenimento. Nient’altro. E anche se fosse vero che, in ultima analisi, si tratta di un film contro la guerra, che ci sarebbe di male? Non è il primo e, di certo, non sarà l’ultimo. In tal senso, abbiamo visto di molto peggio.
Posso sforzarmi di capire e accettare chi storce il naso davanti a una rivisitazione tanto ardita di uno dei testi fondanti della nostra cultura, ma la tendenza in atto va ben oltre e sfocia in un esercizio di disprezzo profondo nei confronti del film e del regista — come se la sua Odissea fosse qualcosa di cui Nolan si dovrebbe vergognare o un atto di lesa maestà nei confronti di Omero — che non mi sento di condividere.
Perché, in definitiva, si tratta di una bella storia, superbamente narrata, con immagini e dialoghi che restano, che coniuga momenti di intimismo a scene spettacolari e ricche di pathos, con tutti gli attori perfettamente a loro agio e in grande spolvero, con una colonna sonora potente ma non banale, e con un messaggio universale comprensibile anche a chi non sa niente di Omero, di Ulisse e del suo mitico viaggio verso casa.
Può bastare questo per definire un film bello?
Scena cult: le porte di Troia si aprono, e sulla soglia, in campo medio, nel buio appena rischiarato dalle torce, s’intravede, per un secondo, la sola figura di Agamennone, imponente nella sua armatura nera che ricorda quella di Batman, prima che scompaia inghiottita dai soldati greci urlanti che si riversano all’interno della città.
