Ho completato il rito stamani: due foglie di alloro bruciate dentro il caminetto della mia casa di campagna, dentro di esse i miei desideri, le mie speranze; depositate nella cenere domani saranno disperse nel campo.
Il Cerchio è infinito.
Ho appena salito delle scale in pietra, un volto sorridente mi apre l’uscio di una casa enorme, anch’essa in pietra, che si affaccia sulla piazza di un piccolo paese nel Valdarno, fuori è freddo, un venticello pungente striscia sul selciato e mi penetra fino nelle ossa. C’è un forte odore di incenso, quasi stordente, mi piace, pungente come il venticello che striscia sul selciato, mi penetra anch’esso fino nelle ossa trapassando il pullover e i pantaloni. Mi tolgo le scarpe alla base di un’altra piccola rampa di scale in pietra: sono pronta a “viaggiare”; sposto una pesante tenda ed entro in un’ampia stanza in penombra, annuso l’aria, l’odore d’incenso è ancora più pungente, profondo. La luce della stufa rende l’atmosfera vibrante, e alcune fiammelle di candela danzano in cerchio al centro della stanza e intorno a esse, a debita distanza, una dozzina di persone le contornano. Accanto a me, da un lato, un’amica di vecchia data, all’altro, un uomo conosciuto da poco più di un’ora, il resto volti sconosciuti e poco visibili. Il mio pensiero corre a Carlos Castaneda, ai suoi libri letti una miriade di anni fa e alla mia curiosità inappagata per quasi un ventennio. Ora sono qui a formare un Cerchio sciamanico.

La sciamana mi ha purificato con l’incenso; da quel momento il Cerchio si concretizza, prendendoci per mano ci presentiamo e il rito ha inizio. Arduo descriverlo, ridurlo a parole, gesti e suoni, rischierei di svilirlo. Un rito è una cosa sacra. È una compenetrazione di energie con ciò che ci circonda, è un evento impossibile da raccontare. Il rito lo si vive.Suoniamo, tutti, chi il tamburo chi le maracas, teniamo un ritmo unico, nuovo, seppur nella sua ripetitività, ringraziamo la madre di tutti noi: Madre Terra.
Il mio respiro si fa ampio, libero, profondo. Distesi in terra su tappeti e cuscini ascoltiamo la voce della sciamana scandita dal ritmo del suo tamburo. Chiudo gli occhi. Ci invita a camminare verso una grotta, di entrare e lasciarci condurre nel mondo di “sotto”. Parla ancora pochi minuti poi il silenzio, scandito solo dal tamburo.



La grotta è davanti a me, su di un lato un albero; entro, è buio, sono in un’ampia caverna, da una galleria in pietra arriva un’anziana, mi viene incontro in silenzio, la seguo fiduciosa, mi conduce oltre, l’ultimo raggio di luce è scomparso, ora è totalmente buio, eppure vedo, vedo le pareti rocciose e la piccola anziana coperta da vesti ampie, cadenti, quasi dismesse. Non sento più il peso del mio corpo, i miei passi sembrano segnati dall’anziana, io devo solo seguire la sua scia, e così faccio.
C’è una forra obliqua, qualcuno mi dice di entrare, io scivolo lasciando la vecchia alle mie spalle. Scivolo verso l’ignoto, incontro al mistero. Mi guardo intorno, c’è una luce insolita e ovunque pietre, massi, scabrosità più o meno ruvide. Non vedo vegetazione, non vedo acqua, c’è una quasi totale assenza di colore, solo quello della pietra.
Il mio corpo inizia a ondeggiare, sto fluttuando nell’aria, provo leggerezza e un gran senso di serenità. La sento, oh sì se la sento la mia testa che ondeggia, si muove sul cuscino, e sento anche il vicino che si è addormentato, sorrido mentre continuo a viaggiare nel mondo di sotto. Il tamburo, anche quello sento, prego che duri all’infinito, che continui a cullarmi, e lui magnanimo scandisce il mio ondeggiare. E poi appare dal niente: davanti a me una coda di pesce, oscilla nell’aria, fluttua come sto fluttuando anch’io; decido di seguirlo. Non so dove mi porterà, ma la sua coda mi ipnotizza e il mio ondeggiare aumenta, non sento più le gambe, non mi stupisco, non mi servono, posso farne a meno. Non riesco a vederne il muso, e il suo colore è indefinibile, potrebbe essere bianco opaco, ma forse, mi dico, potrebbe anche essere rosso come i pesci di acquario. Alla mia destra si profila una parete rocciosa, e lo vedo: un fossile, un pesce impresso nella pietra, i contorni chiari, nitidi. Bello! E proseguo il mio fluttuare, dove? Non lo so, seguo il pesce senza più pormi la domanda di quale razza si tratti. Poi lo perdo di vista, mi distraggo. Sempre sulla mia destra un’immagine attira la mia attenzione, è un volto umano, brutto, distorto, forse uomo, forse donna, ha gli occhi assottigliati, mi guarda intensamente. Non ho paura, continuo il mio galleggiare nell’aria sempre girata sulla destra con l’animo leggero e stupito da tanta serenità; il volto si trasforma sotto i miei occhi, si allunga e prende le sembianze di una volpe, ne vedo chiaramente il muso nero e il manto fulvo, ma mentre percepisco l’immagine colorata i colori si sfumano e anche la volpe si dissolve nel niente, dietro di essa una cascata, decido di recarmici. Tutto a un tratto ricompaiono le gambe, poggio i piedi per terra e mi lascio andare sotto la cascata. Non so se sono vestita o nuda, sento l’acqua scivolare su di me. Ancora assenza di colori, anche l’acqua è trasparente, mi aggrappo ai ricordi del mondo di sopra e associo a quella cascata un color grigio chiaro. Percepisco lo scorrere del tempo e so che a breve il tamburo cesserà di scandire questo mio viaggio, sono dispiaciuta. Non ondeggio più, vorrei, ma la testa si è fermata, cerco di indurle il movimento, ci riesco, ma con scarso risultato anche se sto nuovamente fluttuando, all’improvviso alla mia sinistra un’altra cascata, color oro, questa volta il colore è deciso, netto, sono due lingue di acqua gialla che si immettono in un unico canale. Sbatto gli occhi e la cascata diventa un gigantesco cuore giallo luminescente.
Il tamburo ha cessato di scandire il tempo. Lo sapevo che si sarebbe zittito, aveva rallentato i battiti. La sciamana ci invita a tornare nel mondo di sopra dopo aver ringraziato gli animali incontrati e il mondo che ci ha accolto. Immetto aria nei polmoni dopo aver riaperto gli occhi, li sento espandersi come non mai. Il mio respiro è lungo, infinito, caldo, avvolgente e libero… libero… libero. Sto bene. Condividiamo i nostri viaggi, io stessa parlo, sento la mia voce pacata, ogni parola esce rotonda e avvolgente come il mio respiro, e in quella stanza sconosciuta in mezzo a sconosciuti assaporo il piacere della libertà del mio “essere”.
Ballo insieme agli altri per ringraziare Madre Terra e gli spiriti, poi stacco due foglie di alloro da un ramoscello che mi porge la sciamana. Una foglia in ciascuna mano. Ognuno di noi tiene nei pugni il futuro: nella destra il proprio, nella sinistra quello del mondo.
Il Cerchio non ha fine, mai.
