
Parafrasando il celebre incipit del Manifesto Comunista di Marx e Engels del 1848, c’è un nuovo spettro che si aggira per i paesi di mezzo mondo, e che toglie il sonno ai loro governanti: è lo spettro della denatalità. Non ci sono divisioni ideologiche o letture contrapposte riguardo questo fenomeno. Nessuno schieramento politico può rivendicarne la rappresentanza. Insieme al cambiamento climatico, il calo della natalità è l’altro grande problema globale che riguarda la sopravvivenza della civiltà umana, almeno nella forma che conosciamo oggi. Se la tendenza a depauperare le risorse di un luogo per poi spostarsi e cercarne di nuove, è una peculiarità che, dalla rivoluzione industriale in poi, condividiamo infelicemente con i parassiti e alcuni insetti particolarmente repellenti, quello di non dare priorità alla sopravvivenza della propria stessa specie, invece, è un tratto esclusivamente umano, che si è originato, sviluppato e diffuso in tempi recenti e in modo rapidissimo. Un numero su tutti: 2,1.
È la soglia di sostituzione generazionale. Vale a dire, il numero di figli che ogni donna in età fertile dovrebbe partorire affinché la popolazione mondiale rimanga stabile nel tempo. Al di sotto di tale soglia, si avvia un processo di invecchiamento che porta inevitabilmente all’estinzione. Questa valore è stato computato considerando opportunamente le differenze tra paese e paese in termini di economia, sanità, sicurezza e cultura. La media mondiale si attesta, attualmente, a 2,3 figli per donna. Quindi siamo estremamente, e pericolosamente, vicini al punto di non ritorno. Di 200 stati sovrani e 37 territori dipendenti analizzati, solo la metà staziona sopra la soglia minima, con la stragrande maggioranza degli stati africani che si attesta a più di 3 figlia per donna (il Ciad arriva quasi a 6). Quasi tutti i paesi cosiddetti sviluppati e ad alto reddito, invece, presentano tassi di natalità di molto inferiori a 1,5. Solo lo sbilanciamento fra paesi ricchi e paesi poveri consente all’indice mondiale di stazionare sopra la soglia minima. Il benessere, quindi, ha stravolto gli equilibri sociali e la tradizionale concezione della prole come ricchezza, ha lasciato il posto a considerazioni di tutt’altro tipo rispetto alla volontà di avere figli o meno.
Va detto che molti paesi occidentali sono alle prese con questo problema da molto tempo, ma il dato che si differenzia rispetto alla tendenza in corso da mezzo secolo è la dimensione del decremento registrato negli ultimi anni, unitamente al fatto che si sia diffuso rapidamente — quasi improvvisamente, sarebbe meglio dire — anche fra i paesi a medio reddito che solo fino a poco tempo fa non erano interessati dal fenomeno, o lo erano in misura molto marginale.
E dunque, cosa ha provocato questa situazione?
Fino ad oggi le motivazioni di tipo economico sono state alla base delle misure adottate dai governi nel tentativo di frenare la denatalità. È stato dimostrato che i vari sistemi individuati — incentivazione sugli affitti, accesso agevolato ai mutui residenziali, assegni per i figli nati e così via — possono essere efficaci solo se molto cospicui e costanti nella loro erogazione. Ma un’azione di questo tipo, massiccia e prolungata, è insostenibile per qualunque paese. Ecco perché queste misure hanno sortito ben pochi effetti. Alla luce di alcune nuove ricerche, insistere su di esse potrebbe non avere alcun senso, oltre a essere quasi del tutto inutile, come lo è stato fino a adesso.
Due ricercatori statunitensi hanno provato a correlare il tasso di natalità a quello della diffusione degli smarphones e della rete 4G nel Regno Unito e negli USA. Il sorprendente risultato è stato che il numero di nascite è crollato più rapidamente nelle aree che hanno ottenuto una connessione mobile stabile e veloce prima delle altre. Il drammatico calo della natalità nel mondo, quindi, sembra essere influenzato da un fattore del tutto nuovo e non riconducibile alle tradizionali interpretazioni: un’oggettiva situazione di maggiore solitudine e isolamento che interessa i giovani adulti, sviluppatasi e consolidatasi nel giro di pochi anni, e che li porta ad allontanarsi dal mondo reale per soggiornare sempre più lungo in quello digitale. In questo modo gli incontri si diradano e diventa più difficile conoscere la persona giusta con cui poter pensare di creare una famiglia e avere uno o più figli. Una difficoltà, quest’ultima, aggravata dal fatto che le aspettative nei confronti di un potenziale partner vengono puntualmente disattese, in quanto distorte dai riferimenti estetici incarnati dalla moltitudine di coetanei seminudi che affollano Instagram, TikTok (per tacere di OnlyFans).
Altre ricerche hanno portato a risultati simili. Con una sequenza che è andata esattamente di pari passo con l’introduzione nei vari mercati del mondo della connettività e dei social, ogni paese ha visto diminuire repentinamente le nascite, indipendentemente dalla tendenza precedente. In Ghana, Nigeria e Senegal, per esempio, quello che era stato un declino costante è diventato un vero e proprio crollo tra il 2013 e il 2015. La sfida dei governi attuali, e di quelli futuri, quindi, è quella di strappare le nuove generazioni all’inganno dei social e ricondurle alla bellezza della realtà, pur con i suoi inestetismi e le sue problematiche.
Tra i paesi più attivi in tal senso troviamo la Corea del Sud. Qui la socializzazione dal vivo tra i giovani adulti è dimezzata nell’arco di soli due decenni, e il tasso di natalità è fra i più bassi del mondo (0,8). Facendo apparentemente proprie queste nuove dinamiche sociali, l’azione dello stato ha preso una direzione che, sebbene strappi un sorriso ironico, risulta essere del tutto nuova. Da qualche tempo, infatti, governo e autorità locali organizzano o sponsorizzano eventi di incontri per single su larga scala. Nella maggioranza dei casi — non molto diversamente dai reality show —si tratta di raduni che prevedono un qualche tipo di gioco o gara per i quali si devono formare delle coppie, per poi sperare che questo abbia un seguito, sfociando nel matrimonio e nella nascita di un figlio.
La stringente necessità che una coppia funzioni al punto di sposarsi e generare figli, ha fatto sì che questi incontri non servano solo ad avvicinare persone emotivamente e sentimentalmente affini, come nelle intenzioni delle vecchie agenzie matrimoniali. Lo scopo ultimo di questi eventi è quello di far conoscere individui con la massima compatibilità possibile sotto ogni aspetto. Chi partecipa è stato accuratamente selezionato in base ad un certo grado di vicinanza reciproca per quanto riguarda alcune credenziali sociali misurabili e ritenute desiderabili. Più le persone condividono tratti sociali quali istruzione, possibilità di carriera, impiego stabile, background familiare e provenienza geografica, più alta è la possibilità che si possa formare una coppia stabile e potenzialmente in grado di formare una famiglia. Per cui gli incontri sono organizzati non solo per cercare la famosa “anima gemella” dal punto di vista dell’amore in senso lato, ma soprattutto per far incontrare persone che trovino risposte rassicuranti riguardo le ansie sociali che ruotano intorno al matrimonio e alla famiglia, soprattutto in una società ancora fortemente tradizionalista come quella sudcoreana.
Il grande seguito che stanno avendo queste iniziative va letto, quindi, da un duplice punto di vista. Da un lato esso evidenzia il forte desiderio da parte dei giovani adulti di dare vita ad incontri veri, certificando per abduzione che l’isolamento delle nuove generazioni è un problema reale. Dall’altro mette in luce come siano l’insicurezza e le forti pressioni a livello sociale il vero, grande ostacolo alla creazione di nuclei familiari con due o più figli. L’organizzazione degli incontri da parte delle autorità viene percepita come una garanzia, una sorta di attestato di idoneità sociale che queste ultime rilasciano indirettamente a chi partecipa, con conseguente aumento delle probabilità di trovare la persona giusta sotto tutti i punti di vista, soprattutto quelli che hanno ben poco a che fare con il sentimento amoroso.
Questo inedito mix fra desiderio represso di socialità e selezione elettiva sembra aver contribuito all’aumento delle nascite fatto registrare dal paese asiatico nel 2025 — 6,8 per cento in più rispetto all’anno precedente — facendo avanzare il paese dall’ultimo al terz’ultimo posto nella classifica dei paesi in base al tasso di natalità. Ma per quanto coraggiosa e originale, non può essere certo questa la risposta al problema della denatalità in Corea del Sud, come in tutti i paesi del mondo interessati dal fenomeno. Il vero punto è che la crisi demografica, così come quella ambientale, esigono l’adozione di misure assai più drastiche. La sfida non sarà soltanto trovarle, ma convincere le persone dei paesi più ricchi che ciò richiederà inevitabilmente una revisione del loro attuale stile di vita. Prima ancora delle politiche, allora, sarà decisiva la capacità di costruire una narrazione credibile e desiderabile di un futuro alternativo a questo presente dai giorni contati.
Chi riuscirà in questo, potrà dire di aver salvato il mondo.
