di Luigi Vassallo
A Pian dei Corsi, sulla strada che da Calice raggiunge il Colle del Melogno, vi è una lapide che ricorda l’uccisione di undici partigiani nella notte tra l’1 e il 2 febbraio 1945, l’eccidio più sanguinoso avvenuto nella provincia di Savona. A Calice Ligure era di stanza la “Controbanda”: militari italiani fascisti addestrati a combattere e a dare la caccia ai partigiani, composta in particolare da marò della Divisione “San Marco” comandati dal tenente Lunardini. Alcuni di loro, dopo la fine della guerra, tentarono di accreditarsi come fiancheggiatori dei partigiani infiltrati nella “Controbanda”, ma furono smentiti dalle documentazioni in possesso dell’ANPI di Finale Ligure. È vero, però, che ci furono militi fascisti che passarono con i partigiani, grazie anche all’audacia di alcune patriote che, fingendosi innamorate di loro, li portarono piano piano a disertare dalla Controbanda. Del resto tra gli 11 partigiani uccisi a Pian dei Corsi ci sono alcuni giovani che provenivano da province lontane da quella di Savona.

Nel territorio erano già avvenuti dei terribili eccidi ad opera dei fascisti: il 16 novembre 1944 a Frasce furono uccisi sette partigiani; il 22 dicembre a Perti, in una retata, furono presi tre partigiani : uno riuscì a fuggire, gli altri due furono messi al muro e fucilati; il 26 gennaio 1945, pochi giorni prima degli avvenimenti di Pian dei Corsi, sempre a Perti, furono presi in un rastrellamento una ventina di antifascisti, tra cui due staffette partigiane: stavano per essere fucilati, ma in extremis furono portati al Carcere Sant’Agostino di Savona, dove parecchi di loro restarono fino al 25 aprile.

L’eccidio di Pian dei Corsi viene ricordato per la barbara ferocia con cui vennero uccisi i partigiani, quando, in quella tragica notte, due colonne della “Controbanda” di Calice Ligure aggredirono l’accampamento del distaccamento partigiano Rebagliati, che faceva parte della 4^ Brigata Garibaldi.
Il distaccamento era accampato, in una conca sotto Pian dei Corsi, in tende ricavate dai teloni di copertura sottratti dai partigiani a treni merci nella vicina Finale Ligure. Erano giorni molto freddi, con abbondante caduta di neve. La strada per raggiungere l’accampamento non era facilmente praticabile a chi non fosse esperto dei luoghi e, inoltre, quella era una notte di forte vento. Forse, proprio per questo la vigilanza delle sentinelle partigiane quella notte si era allentata. Molti dormivano sicuri senza scarpe nelle tende e, per questo, quelli che riuscirono a fuggire rischiarono il congelamento dei piedi nella neve. La “Controbanda” fascista non era esperta dei luoghi dove agivano i partigiani, aveva perciò bisogno di essere guidata da qualcuno. Le testimonianze concordano sul fatto che l’agguato del 2 febbraio 1945 fu guidato da Armando Salsi, nome di battaglia “Tarzan”, ex membro della “Controbanda” che era passato con i partigiani e si era fatto apprezzare come infermiere: “Tarzan” tradì i partigiani tornando ai suoi vecchi camerati o fu costretto da questi a guidarli? Restano versioni contrastanti. Sta di fatto che i fascisti colsero gli uomini nel sonno e spararono quasi a colpo sicuro. Rimasero sul campo 11 partigiani, fucilati e colpiti con i lanciafiamme. Si salvarono Genesio Rosolino, il comandante del distaccamento, dal nome di battaglia “Tigre”, che aveva dormito con gli stivali, e altri che a piedi nudi sfidarono il congelamento. Uno di loro era già fortunosamente scampato alla fucilazione di partigiani a Perti il 22 dicembre precedente. Il parroco di Rialto, avvertito proprio dal tenente Lunardini quasi per scherno, andò con dei volontari a recuperare i cadaveri dei partigiani che vennero trovati seminudi e mezzi bruciati. I cadaveri vennero ricomposti nell’oratorio di Rialto e provvisoriamente sepolti. Nel 1948 si svolse ad Ascoli Piceno un processo con imputati membri della “Controbanda” e lo stesso “Tarzan”, che, riconosciuto colpevole di tradimento premeditato, fu condannato a 24 anni di prigione, ma, grazie all’amnistia Togliatti, ne ebbe condonati 20 e, dopo un solo anno di carcere, tornò libero con altri membri della “Controbanda”.
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2 FEBBRAIO 1945. PIAN DEI CORSI

C’era tanta neve e faceva freddo, ma ancora discutevano provando a disegnare l’Italia democratica per la quale stavano combattendo. Alcuni di loro sarebbero morti tra poche ore. Non lo sapevano. Sentivano dire, invece, che la vittoria era a portata di mano, che i sacrifici sarebbero stati tra poco ricompensati, che vent’anni di dittatura fascista e gli ultimi anni di asservimento ai nazisti, sarebbero stati cancellati e consegnati per sempre al passato.
SOGNAVANO un’Italia democratica che fosse fondata sul lavoro. Non sui privilegi, sul lavoro. Perché è il lavoro, il lavoro di tutti, che costruisce la ricchezza di una società.
SI AUGURAVANO una Repubblica che garantisse i diritti inviolabili di ogni uomo, non solo dei potenti, non solo dei ricchi, e, al tempo stesso, richiedesse ad ognuno l’adempimento inderogabile dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale. Perché nessun uomo è un’isola compiuta in se stessa, ma ogni uomo è un frammento del continente, una parte del tutto.
VOLEVANO che non ci fossero tra i cittadini discriminazioni fondate sul sesso, fondate sul concetto di razza, o sulla base della lingua o della religione.
VOLEVANO che non ci fossero discriminazioni in base alle opinioni politiche.
VOLEVANO VIVERE in un’Italia che fosse per sempre contro la guerra. Perché la guerra non la decidono mai i popoli, ma sono i popoli che la fanno: la fanno coi loro figli mandati a morire sui campi di battaglia; la fanno con le donne,i vecchi e i bambini che restano nelle città a tremare a ogni allarme di bombardamento.
MA SAPEVANO che non sarebbe bastato proclamare il principio dell’uguaglianza tra i cittadini. Doveva essere compito della Repubblica rimuovere questi ostacoli, queste disuguaglianze, che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. E uno degli strumenti più importanti che la Repubblica avrebbe potuto usare per attuare questo suo compito sarebbe stato la scuola pubblica, aperta a tutti. Una scuola in cui le differenze culturali delle famiglie si fondessero nella cultura democratica della Costituzione, una scuola a cui don Lorenzo Milani, vent’anni dopo il 1945, avrebbe chiesto di farsi carico della emancipazione dei figli del proletariato.
Questi pensieri, queste speranze, queste preoccupazioni galleggiavano nell’aria quella notte. Poi il silenzio fu squarciato dalle bombe e dalle mitraglie. I fascisti erano venuti per uccidere e uccisero, incuranti di stare – per scelta o per caso – dalla parte sbagliata che era ormai alla fine della sua storia. A terra rimasero i corpi maciullati di
SIRI Giuseppe, 23 anni ;
BENOLI Renzo, 30 anni;
DEL MONTE Giobatta, 20 anni;
BUSSOLATI Camillo 20 anni;
VARISCO Franco, 20 anni;
RISPOSI Cesare, 21 anni;
BARSOTTI Renzo, 26 anni;
STELLA Pietro, 19 anni;
NOCETO Davide, 20 anni;
BIAGI Ivo, 19 anni;
ISNARDI Giobatta, 20 anni.
Ogni anno ci ritroviamo per ricordarli e per ascoltarli. Cos’altro vuole essere, infatti, questa nostra commemorazione se non un ascolto rispettoso della loro testimonianza, della testimonianza di questi martiri e di tutti i martiri che ci hanno aperto la strada alla libertà e alla democrazia, consegnandoci la responsabilità – certo non facile – di continuare a tenere aperta questa strada per noi stessi e per le generazioni future?
Sono qui, i martiri di Pian dei Corsi, a testimoniare che in questa resistenza al fascismo e al nazismo, pagata spesso col carcere o con la vita, prima e durante la lotta armata, in questa resistenza si ritrovarono uomini e donne, adulti e giovani, laici e religiosi, militari e non militari, intellettuali e persone senza istruzione, insomma la nuova Italia, quella che ricuciva le differenze individuali nella comune appartenenza a una coscienza democratica e nella piena cittadinanza di tutti e di ognuno. E questa testimonianza non può essere cancellata da nessun tentativo di negazionismo o di riduzionismo o di appello a dimenticare il passato in nome di chi “ ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Questa testimonianza resta scolpita per sempre nella nostra coscienza. E tutti coloro che ogni anno si ritrovano per commemorare hanno il dovere di trasmettere agli altri, ai più giovani in primo luogo, questa testimonianza, sfidando la tentazione della stanchezza, la voglia di dimenticare, l’indifferenza crescente per fatti che – a tanti anni di distanza – sembrano non riguardare chi vive nel XXI secolo. Ma quale Italia per chi crede che i valori dell’antifascismo, i valori della Costituzione, i valori della solidarietà democratica non appartengono a un tempo che fu, ma sono il sale del nostro presente e il fondamento del nostro futuro?
Ecco, dunque, il nostro dovere: assicurare ai più giovani la trasmissione delle conoscenze e dei valori della nostra società, trasmissione che non può essere compiuta se non diamo voce alle testimonianze autentiche di tutti coloro che hanno contribuito a fondare questa società. Tra questi fondatori rientrano a pieno titolo i martiri di Pian dei Corsi. Noi ci ritroviamo ogni anno per ricordarli. E ogni anno i loro occhi ci scrutano dagli abissi del tempo e della storia per chiederci conto di quale Italia stiamo contribuendo a costruire. Cosa rispondiamo a questi martiri, a tutti i martiri, che ci chiedono conto di come onoriamo nella nostra vita quotidiana i loro sogni e il loro sacrificio?
E allora quello che era, ed è, un nostro dovere, ricordare e trasmettere il ricordo, diventa anche un nostro diritto. Il diritto a sentirci e a essere italiani, eredi del Risorgimento e della Resistenza, senza dover nascondere l’orgoglio per questa eredità. Insomma il diritto (e insieme il dovere) di essere ogni giorno, nella nostra vita quotidiana, fieri di essere concittadini dei martiri di Pian dei Corsi.
Il professor Luigi Vassallo, di Nola, è ex Dirigente scolastico e coordinatore del Centro Studi Costituzione e Democrazia di Finale Ligure.
