Erano i mitici anni Ottanta, quando le estati non erano ancora soffocate da questo caldo africano. Ricordo mio padre che, d’estate, si ritrovava con amici e colleghi per interminabili partite di tennis. In campo sembravano usciti da un film americano: uomini in carriera che strizzavano l’occhio ai protagonisti di Wall Street, anticipando quell’immaginario degli yuppies che, di lì a poco, avrebbe conquistato anche la “Milano da bere”, magistralmente interpretati in versione comica da Massimo Boldi e Christian De Sica. Un’estetica che, a ben vedere, continua ancora oggi ad affascinare molti giovani nostalgici di quell’epoca.
E le regole di quelle partite? Rigorosamente fantozziane. Tra doppi falli, racchette lanciate con teatralità e discussioni infinite sulle righe del campo, il divertimento contava molto più del risultato. Oggi, come allora, il tennis resta lo sport elegante per eccellenza, mentre il padel, attualmente diffusissimo e spesso considerato il cugino del tennis, era uno sport che nessuno avrebbe nemmeno saputo immaginare. Ma le vere protagoniste di quei pomeriggi, almeno ai miei occhi di bambino, non erano soltanto le racchette. C’era un altro dettaglio che catturava la mia attenzione: quelle polo immancabilmente firmate Lacoste. Negli anni successivi ho iniziato a “prenderle in prestito”, anzi, per essere sincero, a rubarle di nascosto dall’armadio di mio padre, finché, quasi senza accorgermene, sono diventate le mie. Solo molto tempo dopo ho scoperto che dietro quel piccolo coccodrillo ricamato sul petto si nascondeva una delle storie più affascinanti della moda del Novecento.

Fino agli anni Trenta, i tennisti giocavano con pesanti camicie a maniche lunghe. Fu il campione francese René Lacoste a rivoluzionare l’abbigliamento sportivo progettando una maglia in cotone piqué, leggera, traspirante e con il caratteristico colletto morbido. Nel 1933 diede vita a quella che oggi conosciamo come la polo moderna.

A renderla immediatamente riconoscibile fu il piccolo coccodrillo ricamato sul petto, ispirato al soprannome che la stampa americana aveva attribuito al tennista per la sua tenacia in campo. Fu una scelta rivoluzionaria: per la prima volta un marchio veniva esibito all’esterno di un capo d’abbigliamento, trasformandosi da semplice firma del produttore a vero simbolo di stile.

Da quel momento la polo uscì dai campi da tennis e conquistò il guardaroba di milioni di persone. Negli Stati Uniti, Ralph Lauren la trasformò definitivamente in un’icona del lifestyle americano, associandola all’immaginario esclusivo del polo a cavallo e facendone uno dei capi simbolo del suo marchio. Poi arrivarono gli anni Ottanta. La polo era ovunque, nei circoli sportivi, nei campus universitari, negli uffici e nei weekend al mare. Era il perfetto equilibrio tra eleganza e informalità, il capo che permetteva di essere impeccabili senza rinunciare alla comodità. Non stupisce quindi che sia diventata una delle divise non ufficiali della “Milano da bere” e di quella generazione di professionisti che guardava con ammirazione allo stile americano.
A distanza di quasi un secolo dalla sua nascita, la polo continua a esercitare lo stesso fascino. Le Lacoste e le Ralph Lauren d’epoca sono tra i pezzi più ricercati nei mercatini vintage e sulle piattaforme di “resale”, dove gli appassionati vanno a caccia delle produzioni degli anni Ottanta e Novanta, spesso considerate più autentiche e meglio realizzate di quelle contemporanee. Nel frattempo, i grandi marchi continuano a riscrivere il linguaggio della polo attraverso capsule collection e collaborazioni che ne aggiornano l’estetica senza snaturarne l’identità. Tra gli esempi più recenti spicca la partnership tra Lacoste e Alpine, il marchio sportivo del Gruppo Renault. Una collezione che mette in dialogo moda e automobilismo, intrecciando eleganza, innovazione e performance in un racconto contemporaneo. È la dimostrazione di come un capo nato sui campi da tennis continui a trovare nuovi spazi espressivi, dal design all’universo lifestyle, confermando una straordinaria capacità di adattarsi ai linguaggi del presente.
Più che un classico del guardaroba, la polo si conferma un’icona in continua evoluzione. Cambia forma, interpreta il proprio tempo, ma resta fedele alla sua essenza.È il destino dei veri classici. Non inseguono le tendenze. Sono le tendenze che, ciclicamente, tornano a inseguire loro. Forse è proprio questo il segreto della polo. Non è mai stata soltanto un capo d’abbigliamento, ma un contenitore di stile, memoria e trasformazioni del costume. Per molti è un’icona della moda. Per me, invece, continua ad avere il profumo di quell’estate trascorsa con mio padre.
