“Moglie e figli in vacanza, marito al lavoro in città”. Questa situazione, tipicamente estiva, era ormai tanto diffusa da sembrare quasi un assioma per milioni di persone. Molte inchieste giornalistiche denunciavano il fatto che il marito, solo e libero in città, adottasse la tecnica del “Occhio non vede, cuore non duole”, scatenandosi alla ricerca di avventure e facili conquiste. Non era questo il mio caso. Da tempo, infatti, avevo programmato di trascorrere le mie serate solitarie in uno di quei lavori che, pur essendo indiscutibilmente utili, si rimandano con scuse varie, tra cui la mancanza di tempo, fino all’infinito: la sistemazione del solaio. Questo luogo definito in famiglia “Refugium peccatorum” era andato nel tempo intasandosi, tanto da diventare una sorta di discarica famigliare, una giungla in cui era difficile avventurarsi e, alla bisogna, rintracciare qualcosa. Da decenni, ormai, era prassi, anzichè buttare cose inutili, mezze rotte e cianfrusaglie varie, sostenere la tesi” Mettilo in solaio, non si sa mai che un domani possa servire”. Da qui, il mio fermo proposito estivo di una sistemazione, una archiviazione, una cataloghizzazione di quanto stipato nel solaio. Non avevo degnato di uno sguardo i sorrisi di scherno di moglie e figli, ben consci della mia inettitudine fisiologica in qualsiasi forma di lavoro manuale, quando li avevo messi a parte del mio progetto. Avrei dimostrato con i fatti che si sbagliavano. Così, terminato l’orario d’ufficio eccomi di volata a casa pronto all’ardua impresa. Certo: tra il dire e il mare.., c’era di mezzo altro che il mare! Da dove cominciare? Mah. Il disordine in quel solaio era enorme. Ecco laggiù persino una vecchia cassapanca. A quel punto scattò in me la molla della curiosità. Chi dice che sia solo una componente femminile? Il mio primo pensiero fu di aprirla per vedere il contenuto, alla ricerca, chissà, di un fantomatico vecchio tesoro. Ahimè che delusione! Niente duploni o sesterzi, niente marenghi d’oro, solo cianfrusaglie e carte ingiallite dal tempo su cui a malapena si riusciva a decifrare ciò che c’era scritto. Con mia grande sorpresa, tuttavia, mi accorsi che si trattava di poesie forse scritte ed affidate al tempo da qualche mio progenitore. Mi sedetti su una vecchia ed impolverata poltrona ed iniziai la lettura mentre mille sensazioni si affacciavano alla mia mente. Dapprima scetticismo, misto a curiosità e, perchè no, un minimo di vergogna per questa furtiva intromissione negli altrui pensieri. Poi rimasi sempre più attirato, coinvolto in questi versi scarni, ma incisivi, brevi, ma intensi. Li rilessi avidamente.
LA SEMINA
Rigonfia la nuda terra smossa di fresco,
vomeri d’acciaio la violentano,
le calde zolle si aprono attendendo il seme dell’amore,
umide di antichi umori, bramano la nuova vita.
Il ritmico passo del contadino cadenza il fantastico amplesso.

IL RACCOLTO
Balena l’acciaio della falce sulle spighe dorate.
Papaveri avvizziti sembrano sputi di sangue
di una terra che soffre.
Covoni ammonticchiati
rendono i campi simili a scacchiere.
Al calar della sera
mentre si levano i richiami delle madri,
l’occhio avido del fattore quantifica il lavoro.
IL PRIMO TRATTORE
Il cappello ben calato sulla testa
Per proteggersi dai raggi del sole,
la fronte bagnata dal sudore,
la schiena curva sul badile,
all’ombra di una pianta, sull’argine,
una bottiglia di acqua in fresco.
Ti fermi un attimo per riprendere fiato,
ti sputi sulle mani, ricominci,
sei solo, in un grande campo, solo con i tuoi pensieri, nessun rumore,
lontano ma lieve il cinguettio di qualche uccello, che pace, che silenzio, forse il paradiso terrestre era così!
Improvviso un rumore!
Interrompe il corso dei tuoi pensieri,
dà il là ad un volo di uccelli,
deve essere quella macchina infernale che ha comprato il tuo vicino.
Come si chiama? Ah si! Adesso ricordo:si chiama trattore.
Ed il bello è che dice che lo aiuterà nel lavoro nei campi.
Povero illuso!
Mi piacevano moltissimo. Sembravano essere permeate da una struggente nota di malinconia nel ricordo di un mondo che fu, di un modo di vivere, di esistere, diverso, lontano dal nostro, ma ugualmente bello. Erano contraddistinte dal grande amore di chi le aveva scritte nei confronti della terra, di quella terra che era vita, ma anche fatica, sudore e morte, di quella terra che era madre, compagna ed amica, ma anche meretrice e schiava del tempo e delle stagioni, che dava gioia e dolori, che aveva corpo e anima e vita forse più di una persona umana. Avevo trovato qualcosa che per me valeva molto più dell’oro, una storia, un documento d’amore di chi aveva vissuto in prima persona uno stupendo rapporto con la sua dolce-amara compagna terra.
