prima parte
In occasione di Horta, la festa della biodiversità che si è tenuta il 14 giugno a L’Avamposto di Badia a Coltibuono, Diari Toscani ha incontrato il fotografo Mario Lanini per parlare della sua mostra ‘Intrecci’, un focus sulla vita dei pastori e sulla pastorizia.
Mario Lanini, da quanto sei fotografo?
La fotografia per me è sempre stata una passione, vengo dall’analogico, quindi sono veramente tanti anni che faccio fotografie, poi, per un periodo ho interrotto per dedicarmi alla musica, altra mia passione, e iniziai a fare il musicista. Nel frattempo trovai un lavoro che mi assorbiva particolarmente perciò abbandonai, ma alle passioni non si può mettere, e non si deve mettere, un freno… mi riavvicinai alla fotografia che unii a un’altra mia passione: i viaggi, e questo mi ha permesso di coltivarle entrambe.
Tu ti definisci ‘racconta storie’ perché?
Perché, secondo me, se le foto non raccontano qualcosa non hanno granché senso: la fotografia è un’arte che paragono alla scrittura, alla pittura e a tutte le altre forme di espressione artistica, e l’arte racconta.

Dove vai a trovare le storie da raccontare?
La mia curiosità e Internet aiutano tanto, inoltre, sono un amante dell’Asia, che ho girato quasi tutta: mi piace sotto tutti gli aspetti.
Dall’Asia andiamo in Abruzzo, dove è nata l’idea di ‘Intrecci’. In verità dovremmo dire che partiamo da San Giovanni Valdarno la città dove vivi…
Sono capitato in Abruzzo per caso, solo in seguito ho avuto desiderio di fare un servizio sulla pastorizia. Tutto è iniziato quando sono andato la prima volta a Cocullo per la festa dei serpari. È una festa che si tiene ogni anno il 1° maggio, per la quale, settimane prima dell’inizio, i serpari catturano i rettili, ovviamente non velenosi, e li custodiscono con cura. Poi, sotto il controllo veterinario, vengono anche applicati loro dei microchip e dopo, a conclusione della festa, vengono rimessi in libertà.
E’ una festa religiosa?
Sì, è in onore di San Domenico Abate, protettore contro i morsi dei serpenti e contro il mal di denti. I serpari fanno sfilare in processione la statua del Santo sulla quale vengono poggiati i serpenti.
E questo come lo colleghiamo alla pastorizia?
Per puro caso! Dato che in quei giorni c’è una grande affluenza di persone, non ero riuscito a trovare da dormire a Cocullo, e quindi ho alloggiato nei pressi, in un agriturismo, ‘La porta dei parchi’, che ha oltre mille e cinquecento capi tra pecore e capre. Da lì mi sono innamorato dell’idea di documentare fotograficamente la vita dei pastori.
Perciò sei tornato a San Giovanni Valdarno con questo proposito, e come lo hai messo a punto?
Ne ho parlato con Fabio Franchi, assessore alla cultura di San Giovanni Valdarno, e insieme abbiamo pensato che avrebbe potuto essere un progetto interessante.
A questo punto non restava che partire nuovamente attrezzato di macchina fotografica e obiettivi e tornare in Abruzzo, dove hai alloggiato? Sempre nello stesso agriturismo?
Sì, sono tornato lì e ci sono rimasto cinque giorni.
Come erano articolate le tue giornate?
Le giornate le ho trascorse interamente con i pastori durante le loro attività quotidiane. In una giornata di pascolo ho conosciuto Qasim, pastore pakistano, che mi ha raccontato quanto amasse il suo lavoro che ha iniziato a fare da giovane, nel suo paese. Parlare e stare con lui, mi ha fatto capire che non è una vita semplice quella della pastorizia. Nello scorrere delle giornate ho assistito inoltre alle varie fasi di lavorazione del latte, dalla mungitura in poi.

In Abruzzo c’è ancora la transumanza?
Sì, la fanno anche loro, anche se il pastore con il quale ho parlato mi ha detto che con le capre non la fanno. Portano il bestiame al pascolo in montagna, ma il tutto si svolge nella giornata.
Come ‘parte’ lo scatto? Cos’è che attira la tua attenzione?
In genere faccio dei progetti che sono lunghissimi, ovvero hanno durata di anni, in questo caso è stato un progetto corto: cinque giorni. Io ho bisogno di tempo, ho bisogno di parlare e di vedere senza scattare. Ti racconto di un progetto su un orto sociale che ho fatto e che rende bene l’idea di come lavoro. Questo orto veniva coltivato da persone che sono in una comunità di recupero per svariati motivi: disabilità, tossicodipendenza, ludopatia, oppure che dovevano scontare una pena. Il progetto è durato tre anni, ma non è terminato del tutto. Dopo dieci anni che ho iniziato, ho ancora occasione di frequentare quell’ambiente perché con alcuni ho legato amicizia. Per rispondere alla tua domanda: in quell’occasione sono stato circa due mesi, forse un po’ di più senza fare alcun scatto.
Perché?
Innanzitutto per me è una questione di rispetto e di etica. Non posso arrivare in un luogo, come poteva essere l’orto sociale e iniziare a fare foto senza prima essere entrato in ‘contatto’ con la realtà del posto e aver instaurato un rapporto con le persone. A mio avviso non si possono avere dei buoni scatti se prima non entriamo in relazione con le persone, ci deve essere reciprocità d’intenti per avere un buon risultato.
Quando termina un progetto?
Ti sembrerà assurdo, ma è il progetto stesso a dirmelo e mi dice anche se c’è bisogno di riguardare, rivalutare, insomma lavorarci ancora, se manca qualcosa, e questo comporta tempi lunghi.
Il progetto sulla pastorizia che cosa ti ha comunicato?
Be’, che c’è bisogno di tornare là e lavorarci ancora.
Quindi non è concluso?
No, non lo è, e mi viene da dirti anche che, più che un progetto, questo lo potremmo definire un documentario. Ho cercato di raccontare scegliendo 20 foto, ma ancora non credo di aver raccontato bene, o perlomeno in maniera soddisfacente per come sono abituato a raccontare.

continua…
