foto di Silvia Meacci
Si chiama Ernesto il nuovo cocktail pronto da bere made in Florence, creato dall’americana Coral Sisk, sommelier e gourmet blogger. “Ernest” e “earnest” (serio, franco), in inglese, si pronunciano allo stesso modo. “Ernest” è il nome sempre amato dalla madre di Coral, “earnest” descrive bene l’affidabilità, la sincerità e la schiettezza delle erbe alla base del drink, così come le persone coinvolte in questo nuovo progetto.

Ernesto è stato presentato a Firenze, alla stampa e al pubblico, giovedì 4 giugno. Coral ha suonato il campanellino della buchetta dell’Odeon Bistro ed è stata la prima a berne un bicchiere. Il cocktail ha solo 13,5 gradi, circa la metà del tasso alcolico di un Negroni, a cui si ispira. Ne è infatti una reinterpretazione leggera e pronta da gustare. Contiene gin a basso contenuto alcolico, bitter distillato non alcolico e vermouth dolce. Elegante, ben bilanciato, floreale, è uno scrigno di circa trenta botaniche tra cui l’arancio amaro, il cardamomo, l’artemisia, il rabarbaro, la radice dell’iris, oltre al ginepro, naturalmente.
Coral, approdata in Italia tanti anni fa, ha spiegato di essere rimasta affascinata dalla cultura dell’aperitivo nostrano, occasione spensierata di aggregazione purtroppo non diffusa negli Stati Uniti. In particolare è stata ammaliata dal Negroni: amarezza e dolcezza che si fondono ed erbe, un tempo usate a scopi curativi, che diventano protagoniste di un drink ricreativo di cui è interessante ricostruire la storia. Nell’Ottocento era stato creato un cocktail, il Milano-Torino, che univa in parti uguali solo due ingredienti: il bitter Campari (inventato nel 1860 dal liquorista Gaspare Campari) e il vermouth rosso (ideato nel 1786 a Torino da Antonio Benedetto Carpano). Con l’aggiunta di sèltz e ghiaccio al Mi-To, si ottenne l’Americano, considerato successivamente il padre del Negroni. Secondo le versioni più accreditate, un conte fiorentino, viaggiatore e conoscitore dei paesi anglosassoni, chiese infatti al bartender Fosco Scarselli di modificare l’Americano, pregandolo di metterci il gin, invece della soda. Nacque un nuovo cocktail inizialmente chiamato “Americano alla moda del conte Negroni”. Era intorno al 1920. “Il Negroni giunse in un contesto postbellico, ma anche ricco di nuovi movimenti artistici”, ci dice Coral, “il mio Ernesto, imbottigliato meno di un mese fa, arriva oltre 100 anni dopo, comunque in un periodo di forti conflitti internazionali, ma spero anche foriero di creatività”. Coral ammette che per trovare l’equilibrio tra dolce, amaro, corposità e leggerezza, ci sono voluti parecchi tentativi. “Volendo, vi si può aggiungere del gin, per ottenere una gradazione più forte”, afferma, “ma è bilanciato e ha corpo”.

Ernesto ha tutte le carte per divenire iconico, sia per il contenuto, sia per il packaging retro, accattivante, nuovo, sì, ma radicato nella tradizione. È imbottigliato in più formati. Quello piccolo, da due bevute, è facilmente trasportabile e si adatta perfettamente a mille occasioni: picnic, viaggi, sorprese, dichiarazioni d’amore e momenti di coccole.
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