Ha già registrato un’affluenza eccezionale di visitatori, più di cinquemila, nel primo fine settimana di apertura. La Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko, indiscusso maestro dell’arte moderna, il cui potere mistico e intimo si esprime con colori, luci e geometrie. Tre i luoghi in cui si snoda la mostra: Palazzo Strozzi, la Biblioteca Laurenziana e il Museo di San Marco dove l’accostamento dei quadri più delicati di Rothko agli affreschi di Beato Angelico risulta un’intuizione audace, che ha il grande merito di amplificare lo stato emotivo di chi si appresta a entrare nelle celle del Savonarola. Gli affreschi sono di per sé un capolavoro di geometrie e colori e offrono una visione spirituale da leggersi su due piani: in alcuni, Beato Angelico mostra figure in preghiera e, allo stesso tempo, sullo sfondo, realizza un’immagine ascetica, oniricamente ispirata alla pratica meditativa. Grazie ai quadri di Rothko, inseriti in cinque cappelle, il visitatore contemporaneo può ancor più immaginare cosa esperissero i monaci domenicani, già propensi all’esercizio intellettuale e meditativo, varcando le soglie delle celle e permanendovi. Con le tele di Rothko si raggiunge un ulteriore livello di esperienza spirituale, per stratificazione di significati e accostamenti cromatici sorprendenti. Eppure l’artista americano realizzò le opere scelte dai curatori per le celle ben prima della sua visita in Italia negli anni cinquanta: è come se i due artisti, a distanza di secoli e secoli, dialogassero, forti di una stessa visione.

Parimenti, le opere in mostra a Palazzo Strozzi riescono a catturare i visitatori che vogliano fermarsi e lasciarsi rapire. È come quando si osserva un cielo notturno in aperta campagna: a poco a poco si svelano dei chiarori, emergono le stelle e le variazioni del nero. Allo stesso modo, i colori di Rothko, in campiture mai separate da linee, bensì da bordi sfumati, veri territori di rivelazione, inglobano l’osservatore. Fermarsi e stare significa esporsi a un’esperienza quasi mistica favorita da una luce volutamente attenuata. Le tele provengono da collezioni private e da musei come il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi. L’artista, di origine russa, arrivato con la sua famiglia negli Stati Uniti all’età di dieci anni, soffrì costantemente del suo non essere americano, cadendo in stati depressivi e cedendo all’alcol. Molto malato, si suicidò nel 1970 nel suo studio a New York. Aveva in odio il consumismo: rifiutò un lavoro remunerativo per la decorazione dell’elegante ristorante newyorkese del Four Seasons e invece realizzò quattordici tele (corrispondenti alle stazioni della Via Crucis) per la Rothko Chapel, dietro commissione dei mecenati Dominique e John de Menil. Dopo venti anni di arte figurativa, in cui si era evidenziato il suo amore per la mitologia greca, l’arte primitiva e la psicoanalisi (anni trenta e quaranta), aveva abolito le figure nelle sue opere, approdando all’uso del colore e delle geometrie (anni cinquanta e sessanta) per suggerire trascendenza e una percezione quasi mistica dello spazio a chi fosse disposto a entrare nel vortice delle sue opere. La sua pratica è marcata dalla scelta cromatica, sempre capace di suscitare emozioni universali. I suoi colori pulsano.
Anche nel Vestibolo della Biblioteca Laurenziana, spazio progettato da Michelangelo Buonarroti, due sue opere esprimono con forza l’esigenza di misticismo propria dell’artista. La mostra, curata da Christopher Rothko e Elena Geuna, sarà visitabile fino al 23 agosto 2026.
