Salire verso Pacina produce una sensazione curiosa: il paesaggio cambia poco alla volta. Le vigne diventano più ordinate, le colline si fanno più raccolte e il crinale smette di confondersi con gli altri. A un certo punto emerge con una presenza diversa, come se proprio lì l’orizzonte avesse trovato il suo punto di quiete. Il nome viene da lontano. Gli Etruschi chiamavano questo posto Pachna, il Dio del vino conosciuto anche come Fufluns, il Bacco dei Romani. Forse qui sorgeva un tempio dedicato a questa divinità.Questo significa che, molto prima che la viticoltura diventasse economia o tradizione, qualcuno aveva già riconosciuto in queste colline una vocazione. Il vino, qui, non è arrivato dopo la storia, ma ne è stato uno dei primi linguaggi. Poi arrivò il cristianesimo e fece propri quei luoghi sacri, cambiandone il significato ma lasciandone intatta la forma. Così, sotto la pieve di Santa Maria in Pacina, gli studiosi hanno ipotizzato l’esistenza di un antico battistero paleocristiano. Non la piccola conca delle chiese moderne, ma una vera vasca di immersione. Si entrava come in una soglia: si scendeva nell’acqua e poi si risaliva. Una morte breve e simbolica, seguita da una rinascita. Quando, tra l’alto Medioevo e l’XI secolo, la pieve assunse la forma che ancora oggi vediamo, quell’acqua rimase sotto la pietra, come un livello più profondo della storia presente. Invisibile, ma ancora lì. E poi c’è il campanile, che per chi conosce la Toscana romanica fa alzare gli occhi due volte. È tondo. Non quadrato come quasi tutti gli altri, ma cilindrico, continuo, senza angoli. Una forma che appartiene a una tradizione più antica, forse ravennate, forse longobarda, comunque altra, comunque rara. In mezzo a un paesaggio che ha scelto la geometria dell’ortogonale, questo campanile ha conservato la curva. Come una parola arcaica sopravvissuta in una lingua che nel frattempo è cambiata: non stonata, ma diversa. E proprio per questo, impossibile da ignorare.

Il Vino – LaMalena Rosso Toscana IGT – Fattoria di Pācina

Prende il nome dal Malena, un torrente piccolo che queste colline quasi dimenticano tra l’erba e la pietra. Eppure è lì, come un filo d’acqua che ricorda alla terra la propria direzione. La vigna è minuta: Ciliegiolo per la parte maggiore, Syrah per il resto. Le radici scendono nel tufo senese, dove sabbia e argilla si mescolano come due memorie della stessa collina. Il vino nasce senza forzature: fermentazione spontanea in cemento. Un anno in barrique usate, altri mesi in bottiglia. Non filtrato, solforosa minima. Il resto è attesa. Nel bicchiere il colore ha la profondità delle ciliegie mature quando la luce le attraversa. Il Ciliegiolo porta il primo movimento — ciliegia, lampone, ribes — qualcosa di chiaro, quasi immediato. Poi lentamente cambia registro: una violetta appena percettibile, la mentuccia selvatica che cresce ai bordi dei sentieri, una traccia di spezia. È il Syrah che si fa avanti, discreto, come un pensiero che entra nella stanza senza interrompere la conversazione.In bocca il vino ha una tensione viva. Il tannino e l’acidità si tengono come due correnti dello stesso fiume. Il sorso resta, si distende, continua. E mentre continua emergono altre immagini: sottobosco, foglia secca, un tabacco leggero. Biologico. La parola esiste, nei documenti, nei certificati. Ma a Pacina viene prima la pratica, poi la parola. Generazioni che hanno lavorato questa terra senza chiedersi se esistesse un termine per definire quello che facevano. La cura non aveva bisogno di essere dichiarata: era il metodo, l’unico conosciuto, trasmesso senza enfasi nel solo modo che conta — con l’esempio.
L’abbinamento Insalata di farro, primosale e mandorle tostate

Questo piatto sembra nascere dalla stessa terra che avete davanti. Il farro è antico. Gli Etruschi lo coltivavano già su queste colline, molto prima che avessero un nome. È un chicco sobrio, fedele alla terra, con quella consistenza piena che conserva la memoria dei campi. Il primosale porta la dolcezza del latte giovane, una morbidezza semplice che appartiene alle tavole di campagna ed a marzo stesso. Le mandorle tostate aggiungono il calore del sole: una nota asciutta e luminosa, come il tepore che resta sospeso tra le vigne e le pietre. Insieme compongono qualcosa che somiglia a questo luogo: pochi ingredienti veri, lasciati nella loro forma primordiale.Seduti qui, tra queste colline, il farro tiene la terra, il formaggio addolcisce il sorso, le mandorle lasciano nell’aria una traccia calda. E il piatto, senza sforzo, diventa compagno silenzioso di meditazione e ascolto, parte dello stesso paesaggio che lentamente si lascia comprendere.
La Prescrizione:
Andate alla Pieve di Pacina. Fermatevi qualche minuto davanti al campanile. Guardatelo. Rimane lì con la sua curva, leggermente fuori misura rispetto a tutto ciò che lo circonda. Ed è proprio questo a renderlo così bello, il suo ribellarsi ad una geometria che rassicura. Lasciate che il vino si muova nel bicchiere mentre il paesaggio prende il suo ritmo. Poi fate un pensiero semplice. Viviamo in un tempo che ama le forme uguali. Uguali le opinioni, uguali i gesti, uguali perfino le imperfezioni che cerchiamo di nascondere.
È più facile restare dentro una figura che non disturba.
Più facile non emergere troppo, non esporsi troppo, non sembrare fuori posto. Eppure la bellezza, quasi sempre, nasce proprio lì: nel punto in cui qualcosa non coincide con ciò che lo circonda. Una ruga che racconta il tempo e le battaglie vinte o perse. Un colore indossato anche se tutti gli altri hanno scelto il grigio. Il campanile di Pacina è rimasto tondo mentre tutto intorno diventava quadrato.
Non per ribellione. Per fedeltà alla propria forma.
Seduti qui, con un bicchiere di Malena ed un piatto semplice tra le mani, provate a chiedervi quale sia la vostra. E se per caso scopriste che è diversa da quella degli altri, non abbiate fretta di correggerla.
