Oggi vi porto a San Piero in Barca, un luogo legato alla signoria dei Berardenghi e inserito fin dalle origini nella trama dei poteri medievali del territorio. Il nome deriva da Barga, termine che indicava una semplice costruzione rurale in paglia destinata a fieno e cereali, e restituisce una misura concreta del luogo. La sua presenza è attestata già nel 1074, in un documento del castello di Montaperti, dove si registra la concessione del patronato della chiesa da parte dell’arciprete Lamberto insieme ai beni annessi. Oggi, del borgo, rimangono ormai quasi solo ruderi. Ma le anime, quelle non se ne sono mai andate davvero. Lo sanno i cipressi, che continuano a crescere dritti come se qualcuno li guardasse ancora, e lo sa il vento che gira intorno all’abside scoperchiata con la familiarità di chi conosce ogni pietra, ogni crepa, ogni nome inciso nel silenzio.


Qui vivevano ventitré famiglie. Centocinquantasei persone. La donna che impastava il pane prima dell’alba. Il legnaiolo che riconosceva il legno al tatto. La sarta nell’ultima luce, con l’ago tra le dita. I bambini tra gli orti, padroni di ogni nascondiglio. Le nonne fuori dalle porte, tra voci basse e lavori continui. I giovani — Terisilio, Sabatino, Giulio, Vittorio, e tanti altri ancora — partiti per la guerra, i loro nomi incisi nella pietra, venti anni, ventitré, trentasette — che non tornarono mai. Una vita ordinaria, costruita nel tempo, che non aveva bisogno di essere raccontata perché coincideva con il vivere stesso di un borgo come tanti. Ma anche i posti più quieti hanno le loro crepe. Si narra che sotto la chiesa scorresse una sorgente. Acqua densa, carica di zolfo — e lo zolfo, si sa, è da sempre legato al Diavolo. Un contadino ci portò i suoi agnelli malati, li immerse nell’acqua, uno per uno, con quella cura lenta che si riserva alle cose fragili. Un gesto antico, concreto, necessario per guarire. Ma qualcuno lo vide. E quello che vide non fu un uomo che curava i suoi animali, ma un uomo che trattava col Diavolo. Il contadino era del tutto ignaro di quello che stava accadendo, e non sapeva che il Diavolo non avrebbe tollerato quell’intrusione. Per vendicarsi, spostò nottetempo la sorgente stessa, facendola riapparire più in basso, là dove ancora oggi sgorgano le terme dell’Acqua Borra. Per la gente del borgo non ci furono più dubbi. Quel posto era maledetto.Poi, sempre secondo la leggenda, arrivò il cane. Nessuno seppe dire da dove venisse. Era nero, di quel nero profondo che non riflette la luce. Grande, con le zampe lunghe e gli occhi color ambra, fissi, puntati su qualcosa che gli uomini non riuscivano a vedere. La gente del borgo iniziò a sussurrare che fosse Cerbero, il guardiano degli inferi, mandato dal Diavolo a sorvegliare la sua porta. Di giorno stava fermo e guardava. Di notte latrava verso la sorgente sparita, verso qualcosa di invisibile, con una voce che entrava nelle case attraverso le imposte chiuse e soprattutto nell’anima, e non lasciava dormire nessuno. Il parroco raccolse le paure e prese la sua decisione con la serenità di chi è convinto di fare la cosa giusta. Il cane fu ucciso dal parroco stesso. Se ne pentì per l’eternità. All’alba sentì abbaiare di nuovo, e più forte. Identico. Dalla stessa direzione. Con la stessa voce. Non smise mai. Per il resto dei suoi giorni quel latrato fu l’unico compagno che non lo abbandonò — la sua pena giusta, precisa, senza appello. Morì come aveva vissuto l’ultimo tempo: con quel suono dentro, e nessuna preghiera abbastanza lunga da salvarlo dal tormento.

Ma San Piero in Barca non è un luogo tetro. Non lo è mai stato. È un luogo vivo, di quella vitalità ostinata, che appartiene ai posti che hanno custodito la vita per generazioni. Quella quotidiana e silenziosa, fatta di gesti ripetuti mille volte fino a diventare eterni. Quella vita che qui ancora si sente nell’aia in festa, nel vocio delle donne che si chiamano da una porta all’altra, nelle risate dei bambini che rincorrono i pulcini tra le siepi. Le loro vite si muovono ancora nei bucati stesi al sole di marzo che gonfiano nel vento come vele, nelle ortensie che tornano a fiorire ogni anno senza che nessuno le abbia piantate di nuovo, nel rumore lontano del trattore che al tramonto torna lungo il viale di cipressi con quella lentezza soddisfatta di chi ha finito il lavoro del giorno. Questa è la fragranza vera di San Piero in Barca — non la leggenda, non il Diavolo, non il parroco e il suo tormento. La vita. Quella che chiede a noi, a voi, di tornare. Di salire fino a qui con un bicchiere di vino, di fermarsi, di guardare, di ascoltare attenti quello che resta prima che l’oblio lo cancelli inesorabilmente.
Il vino: I Sistri Chardonnay Fèlsina

Sono seduta davanti all’abside della Chiesa e tengo il bicchiere tra le dita. Come la sorgente che secondo la leggenda ha trovato la strada più in basso, anche questo Chardonnay ha trovato la sua — lontano dalla Francia, dentro una terra che non era la sua, e che lo ha restituito migliore. La sua storia inizia negli anni Ottanta, quando piantarlo qui era quasi una dichiarazione di intenti. Guardo il colore. Nel bicchiere è un giallo pieno, carico, attraversato da riflessi dorati che si muovono lenti quando lo inclino, come la luce di marzo quando scivola sulla terra appena rivoltata. Un colore che già racconta struttura, presenza. Dice subito che qui c’è corpo. Lo porto al naso. Arriva una frutta matura, ampia, che si apre senza fretta: ananas morbido, più polpa che succo, mango caldo, avvolgente, e una pesca gialla che avvolge tutto insieme. Poi sotto si muove una spezia fine, quella nota di vaniglia che viene dal passaggio in barrique, composta, integrata, mai invadente. Bevo. È pieno, cremoso, entra largo e si distende bene, con quella consistenza tipica dello Chardonnay lavorato sulle fecce fini. Poi arriva la freschezza, che lo tiene in equilibrio, insieme a una sapidità che allunga il sorso e lo rende persistente quanto basta per volerne un altro bicchiere ancora.
L’abbinamento

Baccelli e pecorino. Su questo non vi racconto niente. Solo l’immagine che mi si presenta alla mente mentre sono qui. È marzo, adesso. La luce è ancora bassa e l’aria ha quel freddo gentile che non spaventa più. Nell’orto dietro quello che resta del borgo, un uomo si china sui filari e raccoglie le fave, le prime, quelle giovani e dolci che non hanno ancora imparato ad essere amare. Accanto a lui un cane gira tra le zolle, annusa, si ferma, riparte, con quella libertà distratta e felice che hanno i cani quando sanno di essere al sicuro.
Ecco le coordinate 43.35354059540852, 11.453223625275166
Nota a margine, scritta con convinzione: la peste a chi tormenta gli animali. Senza appello. 🐾
