Tarantasio era il nome di un drago leggendario che terrorizzava gli abitanti dell’antico lago Gerundo, oggi prosciugato, nato dalle esondazioni dell’Adda e del Serie, che occupava un territorio di 200 chilometri quadrati nelle province di Lodi, Cremona e Bergamo, raggiungendo una profondità massima di 10 metri, una sorta di grande palude. Si riteneva che questo animale mitologico divorasse i bambini, che distruggesse le imbarcazioni e che il suo fiato pestilenziale ammorbasse l’aria e causasse una strana malattia denominata febbre gialla. A testimonianza della leggenda, il drago ha dato il proprio nome a una frazione di Cassano d’Adda denominata Taranta appunto. La descrizione del mostro è quella di una creatura serpentiforme, la testa enorme con grandi corna e coda e zampe palmate, sputava fuoco dalla bocca e fumo dal naso come un drago.

Sono sorte poi numerose leggende riguardo al drago, le quali sono tutte accomunate dalla concomitanza tra l’uccisione di Tarànto e il prosciugamento del lago. “Padre” della leggendaria bestia sarebbe, nientemeno che, Ezzelino da Romano. Costui era vicario imperiale e genero di Federico II di Svevia, signore di un territorio che comprendeva gran parte del Veneto e Brescia. Fu un condottiero tanto feroce che papa Innocenzo IV lo scomunicò. Il papa bandì addirittura una crociata contro di lui nel 1254, affidandone il comando ad Azzo VII d’Este. A Cassano d’Adda, nel 1259, Ezzelino fu sconfitto e ferito mortalmente. Secondo la tradizione fu sepolto proprio a Soncino. Un arciprete, vissuto in quel paese nel secolo scorso, testimonia di aver trovato sotto la chiesa un sepolcro contenente lo scheletro di un uomo gigantesco, qual era Ezzelino secondo quanto riportato dai contemporanei. Proprio in quel sepolcro, riferisce la credenza popolare, era nato il drago Tarantasio, come una specie di reincarnazione malefica del crudele signore. Alcune fonti popolari attribuiscono il prosciugamento e la bonifica del lago a San Cristoforo, che avrebbe sconfitto il drago, altre a San Colombano (famoso uccisore di draghi come per il drago dell’Eremo di San Colombano) o a Federico Barbarossa. La più suggestiva riguarda l’uccisione del drago da parte del capostipite dei Visconti, il quale avrebbe poi adottato come simbolo la creatura sconfitta, ovvero il biscione con il bambino in bocca. In realtà della leggenda del drago parla già nel 1100 il monaco Sabbio nelle sue memorie sulla città di Lodi:
«Una creatura serpentiforme, la testa enorme con grandi corna e coda e zampe palmate, sputava fuoco dalla bocca e fumo dal naso… come un drago, nuotava nelle acque del Gerondo, si nutriva soprattutto di carne di bambini e di uomini e appena vedeva una barca vi si gettava contro fracassandola. Il suo stesso fiato provocava pestilenze e faceva morire le donne di febbri»

Del drago riprese la leggenda, pur servendosi di fonti indirette, il poeta lodigiano Filiberto Villani, il quale nella sua ode “Federigo ovvero Lodi riedificata “(1650) così scriveva:
«Ove col fiato o con la spoglia tocca piante, erbe aduggia il serpe infame/Né la vorace e cavernosa bocca/Regna di larga strage ingorda fame/Triplice lingua infra gran denti scocca/Di sangue uman con sitibonde brame/E qual re de’ portenti, in su la testa/Ha fra due lunghe corna aurata cresta»

La più antica rappresentazione grafica del drago Tarantasio sarebbe da ricondurre all’XI secolo, in un mosaico conservato presso l’abbazia di San Colombano di Bobbio a Piacenza. Della medesima epoca è un affresco presente nell’Abbazia di San Pietro al Monte di Civate di Lecco che pare possa rappresentare l’uccisione della medesima creatura, raffigurato qui con sette teste, in quanto identificato con quello narrato da san Giovanni nell’Apocalisse. Un riferimento esplicito alla leggenda del drago Tarantasio si trova in un affresco del chiostro della chiesa milanese di San Marco e databile al XIII-XIV secolo, dove oltre all’animale mitologico viene raffigurato anche il lago sullo sfondo. Una raffigurazione del drago, nel contesto del celebre episodio di San Giorgio e il drago, sembrerebbe ravvisabile in un affresco della fine del XIV secolo realizzato dal “maestro del 1388” nella Chiesa di San Giorgio In Lemine ad Almenno San Salvatore a Bergamo, dove è conservata una presunta reliquia del mostro. Una delle raffigurazioni più recenti del drago Tarantasio venne realizzata da Ulisse Aldrovandi nel Cinquecento.

La leggenda vuole che “la tomba” del drago sia situata sull’isolotto Achilli, visibile alla destra del ponte sull’Adda a Lodi, dal 2016 manutenuto dall’associazione culturale “Num del Burgh“. Un tempo lo scheletro intero del drago era conservato presso la chiesa di Sant’Andrea a Lodi, dove rimase probabilmente sino al XVIII secolo. Una supposta costola del drago era conservata presso la chiesa lodigiana di San Cristoforo dove rimase sino all’epoca napoleonica quando, con l’occupazione della chiesa, se ne persero le tracce. Altre costole del drago sono oggi conservate ancora invece presso la chiesa di San Bassiano a Pizzighettone (Cr) (170 cm), presso la Chiesa di San Giorgio in Lemine di Almenno San Salvatore (Bg) (260 cm) e presso il santuario della Natività della Beata Vergine a Soìmbreno, frazione del comune di Paladina, in provincia di Bergamo (180 cm). Quest’ultima costola venne studiata particolarmente dal naturalista Enrico Caffi nel XIX secolo che la identificò come appartenente ad un mammuth.

Un’altra leggenda vede invece come uccisore del “biscione” il vescovo di Lodi Bernardino Tolentino, il quale portò in processione il drago morente facendo voto di restaurare la chiesa di San Cristoforo a Lodi. Tracce di carattere più “scientifico” erano, e sono, custodite in alcune chiese del territorio, sotto forma di ossa gigantesche. Queste ossa emersero in quelli che un tempo erano i fondali del Gerundo. Secondo Luciano Zeppegno, grande cronista delle curiosità e delle stranezze sparpagliate nelle nostre contrade, nella chiesa di Sant’Andrea di Lodi c’era addirittura uno scheletro completo di Tarantasio. Un osso gigantesco, e precisamente una costola di drago del Gerundo, è ancora oggi appesa al soffitto della sacrestia della chiesa di San Bassiano, a Pizzighettone. La costola, probabilmente, appartiene a una balena fossile o a un elefante. Gli scheletri di balene sono un ritrovamento relativamente frequente nelle Prealpi e, soprattutto, sull’Appennino che si affaccia sulla Pianura Padana. L’uccisione di un drago Tarantasio (che nell’economia del racconto indica una specie piuttosto che un singolo individuo) rappresenta l’episodio iniziale del romanzo Fantasy “Donna di spade” di Giuseppe Pederiali pubblicato nel 1991. La leggenda del drago del lago Gerundo fu fonte di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini che prese a modello Tarantasio per ideare nel 1952 l’immagine del “Cane a sei zampe” marchio simbolo dell’Agip prima e dell’Eni poi. Non è un caso se il primo stabilimento di metano dell’importante gruppo petrolifero italiano sia stato aperto a Caviaga, frazione di Cavenago d’Adda, proprio nelle zone anticamente bagnate dal Lago Gerundo.
