Quando alcuni “homeni da Pisogni” gli affidarono l’incarico di decorare il santuario di Santa Maria della Neve di Pisogne sul Lago d’Iseo, Girolamo Romani detto il Romanino, arrivava da Trento, dove fino all’estate del 1532 era stato impegnato negli affreschi del Palazzo Magno del principe vescovo Bernardo Clesio.

Lo accompagnava un garzone, Daniele Mori, che lo seguirà anche a Bienno, e che il maestro autorizzerà a riscuotere delle somme di denaro dai sindaci dei comuni, che non erano stati puntuali pagatori delle opere eseguite e, tra questi, c’erano anche gli “homeni di Pisogne”. Nella polizza d’estimo, infatti, del 1534 il pittore, che in tutta la sua vita fu assai poco abile ad incassare il frutto del suo lavoro, dichiarò un credito di 150 lire planete nei confronti dei suoi committenti pisognesi, per cui, a quella data, dunque, l’opera era terminata. Per la verità il Romanino non aspettò la fine dei lavori ma, con una certa frequenza, presentò degli “stati di avanzamento”, con relative richieste di danari, ma la risposta che riceveva era sempre un “Pota Rumanì” accompagnata da una contrazione delle spalle verso il basso a figurare una certa difficoltà, simulando l’impossibilità di farlo, anche se lo si vorrebbe. Questa situazione, di difficile fuoriuscita, e il ripetersi di quel “Pota Rumanì” avevano esasperato non poco l’artista, che tendeva a “trasmettere” questo suo malumore dalla tavolozza all’opera in realizzazione: il ciclo di affreschi “La passione di Cristo” nella Chiesa di Santa Maria della Neve, tanto da esprimersi in modo quasi grottesco nella rappresentazione dei personaggi della sua opera, che, in certi casi, appaiono con volti e corpi robusti e sgraziati, un po’ contadini o montanari, quasi caricature di alcuni residenti. In questo senso va vista la figura tozza della Maddalena che domina la scena nella sua ‘boteriana’ possanza, oppure quella eccessivamente robusta del soldato nella Salita al Calvario.

Ancor peggio, le cose andavano, quando il Romanino incontrava a cena, dopo una giornata di lavoro il pittore lodigiano Callisto Piazza, con cui aveva uno studio pittorico in comune, oltre ad essergli subentrato nel 1530 nella canonica di San Lorenzo a Brescia e con il quale eseguirà l’olio su tela “Annunciazione” nella chiesa parrocchiale di Urago Mella. Benché il Callisto Piazza fosse fortemente influenzato dal tratto artistico del Romanino, come dice il detto popolare che accompagnava quelli della sua terra, egli si mostrava “Larg de buca e strett de man” cioè vantava la propria arte, attività e guadagni, ma all’atto pratico era molto restio a togliersi danari da tasca. “Ho ciapad amò di laurà a Erbanno, Esine, Borno e Breno. I me pagun ben per fa dei quadri con la Madona e i Santi. Pota Rumanì. Tì si che te ve ben. Un laurà sicur e tante planete” cosi il Piazza, falsamente contrito, e che aveva ormai assunto delle espressioni dialettali del luogo, esaltava l’opera del Romanino e puntualmente sosteneva: “Ah! che bela mangiada e bevuda, pota Rumanì , paga ti l’ost, dopu te do i soldi”. Soldi, che ovviamente il Romanino non vedeva mai.

Il Romanino tornava quindi al suo lavoro ancor più arrabbiato, tanto che cominciò a girare la leggenda che lo sguardo furioso di Adamo che esce dal Limbo sia una sorta di autoritratto dello stato d’animo dell’artista.

Forse oggi al Romanino farebbe piacere sapere che la sua opera a Pisogne è diventata un punto fermo della storia dell’arte, tanto che lo scrittore e critico d’arte Giovanni Testori la battezzò suggestivamente con il nome di “Cappella Sistina dei poveri” e che si è dichiarato gran ammiratore delle opere del Romanino il critico d’arte Vittorio Sgarbi, che ne scoprì lo stile – come spiegò lui stesso – “quando ero ancora ragazzino, quando mio zio, negli anni ’60 era commissario agli esami a Iseo e mi portava a visitare proprio la chiesa di Santa Maria della Neve”. Nei confronti dell’opera di Callisto Piazza, invece, la critica successiva non fu certo benevola sottolineando sempre che nel complesso della sua opera, si evidenzia un “utilizzo ripetitivo e costante degli stessi modelli fisiognomici”.
