Ci vuole coraggio a vivere. E Alessandra Cinque lo sa. È nata con una disabilità: non vede e non cammina. Eppure, quando danza, sembra volare. Il suo corpo, che agli occhi degli altri potrebbe apparire come un limite, diventa linguaggio, ritmo, possibilità. Diventa libertà. Prosegue il suo cammino senza arrendersi alle avversità, trasformando ogni ostacolo in movimento. Con determinazione, ironia e una forza silenziosa, porta avanti i suoi sogni intrecciando danza, scrittura, viaggi e nuovi progetti. Non ama essere definita un esempio, ma la sua storia parla di autenticità, visione e di quella rara capacità di restare fedeli a sé stessi anche quando il mondo ti guarda solo per ciò che crede tu non possa fare. In punta di ruote è molto più di un libro: è un atto di verità, un gesto di coraggio, un invito a non smettere di sognare.

“In punta di ruote” nasce da un’urgenza personale: quando ha capito che questa storia doveva diventare un libro?
Sono sempre stata una ragazza — e poi una donna — con un’urgenza di vita addosso. Non un’urgenza di dimostrare qualcosa agli altri, ma di non sprecare tempo. Di sentire che ogni giorno potesse essere vissuto fino in fondo. Scrivere non è stato un colpo di fulmine. È arrivato piano. All’inizio era solo un modo per mettere ordine dentro di me. Poi ho capito che mi faceva respirare. Questo libro è nato quando ho sentito che quella parte artistica della mia vita — insieme a quella sportiva e culturale — meritava di essere raccontata. Non per mettermi su un piedistallo, ma per condividere.

Nel libro parli di corpo, disabilità, arte e trasformazione: come si intrecciano nella sua quotidianità?
La disabilità non dovrebbe essere il centro della vita, ma purtroppo è una compagna di viaggio. Nel mio caso sono due, anche piuttosto scomode. Non posso ignorarle. La quotidianità è fatta di ostacoli concreti e di sfide interiori. L’arte è stata il mio modo di andare oltre: prima psicologicamente, poi concretamente. Quando danzo o ascolto musica non sono più solo il mio corpo. Sono molto di più di ciò che si vede.

Scrivere una storia vera e intima significa esporsi: ha avuto paura?
Ho molte paure, sarei falsa a negarlo. Ho paura di non farcela, di non essere all’altezza, di non riuscire a realizzarmi. Ma non ho paura di mostrarmi autenticamente. I giudizi fanno male, certo. Però fanno parte della vita. E raccontarsi è già un atto pubblico. La voglia di condividere è sempre stata più forte del timore.

Che ruolo ha avuto l’arte nel suo percorso di trasformazione?
L’arte è stata la mia salvezza. È stata quel “di più” che mi permetteva di sentirmi oltre. Quando parte la musica accade qualcosa di preciso: una magia. Non è che la disabilità scompaia, ma smette di essere il centro. La danza è un varco, uno spazio in cui la rigidità si scioglie e ciò che sembra limite diventa espressione. Nessuna magia nasce da sola: servono coraggio, occasioni e incontri. Io ho avuto la fortuna di trovare persone capaci di vedere oltre.

Il titolo è molto evocativo: cosa rappresenta per lei “stare in punta di ruote”?
Stare sulle punte è l’immaginario della danza classica, il sogno di leggerezza assoluta. Per me è un gioco di parole, ma anche un desiderio.Forse nella prossima vita riuscirò a stare davvero sulle punte. Intanto ho scelto di stare “in punta di ruote”: con delicatezza, con eleganza, con determinazione. Nell’arte quasi tutto è permesso, soprattutto i sogni.

A chi sente di voler parlare con questo libro?
A chi pensa di non essere abbastanza. A chi ha smesso di sognare perché si è convinto di essere “meno”.Ma anche agli addetti ai lavori, a chi ancora vede la disabilità prima della persona. Nel mondo dell’arte siamo spesso tollerati, raramente riconosciuti davvero.Non mi interessa un’inclusione proclamata a parole. Mi interessa un cambiamento reale. Il concetto che sento più mio è quello di universal design: creare un mondo pensato fin dall’inizio per tutti.

Ha scelto il crowdfunding: perché?
Il mondo dell’editoria non è semplice. Ho avuto esperienze non sempre positive. Questa modalità mi sembra lo specchio del presente: se si raggiunge un obiettivo di preordini, il libro viene pubblicato ufficialmente. È un modo diverso di fare editoria. Non so come andrà, ma credo che sia una strada coerente con i tempi.

Cosa significa chiedere ai lettori di partecipare prima ancora che il libro esista?
Per tutta la vita sono stata costretta a chiedere aiuto. Non è una cosa che mi è mai piaciuta. Ma oggi provo a guardarla diversamente. Chiedere può essere anche un gesto di fiducia. Può trasformarsi in condivisione. Non la chiamerei richiesta: la chiamerei gratitudine. Spero di avere tante persone a cui essere grata.

Dopo aver scritto questa storia, cosa guarda con occhi diversi?
Forse guardo me stessa con maggiore consapevolezza. Non voglio dimenticare ciò che sono stata, nel bene e nel male. E soprattutto voglio riconoscere le persone belle che hanno fatto parte del mio percorso. Questo libro è anche un modo per dire loro grazie.

Se qualcuno leggesse il suo libro in un momento fragile, cosa vorrebbe lasciargli?
Vorrei lasciargli ironia e autoironia. Sono le due qualità che mi hanno salvato la vita. E poi il coraggio di sognare. Perché se smettiamo di sognare, smettiamo di vivere davvero. I sogni non sono cose da bambini: sono la materia di cui siamo fatti.
