Il 2026 segna un doppio significativo anniversario per lo scultore Arturo Dazzi, nato a Carrara nel 1881. Ricorre infatti il sessantesimo anniversario della morte avvenuta a Pisa nel 1966 ed il centenario di una sua opera: il monumento ai caduti di Codogno, in piazza Cairoli, parco delle Rimembranze, che ricorda i 186 caduti codognesi nella prima guerra mondiale.

Il monumento riproduce la figura di un uomo nudo che sta infilando una spada nel fodero allacciato a una cintura. Il busto è leggermente girato verso sinistra e lo sguardo è rivolto verso il basso. La statua, in bronzo, è posta su un basamento di marmo. Il monumento è stato inaugurato il 4 novembre del 1926. L’opera fu oggetto di polemiche: il parroco, infatti, invitò a non partecipare alla cerimonia di inaugurazione perchè rappresentava un uomo nudo. Fu fatta anche una foglia per coprire le nudità, ma sembra che sparì prima del momento inaugurale. Comunque il bozzetto del progetto originale vinse un premio alla Biennale di Venezia.
Arturo Dazzi rimase, molto presto, orfano del padre, concessionario di cave e titolare di un laboratorio per la lavorazione del marmo. Giovanissimo cominciò a lavorare nella bottega dello zio come apprendista scalpellino sbozzatore. Il marmo sarà la materia cui rimane legato tutta la vita. Nel 1892 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Dopo il diploma, nel 1901, grazie all’acquisizione di una borsa di studio triennale, Dazzi si trasferì a Roma. Una delle sue prime opere, I costruttori, venne acquistata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, e nel 1908 viene chiamato a realizzare la statua del giurista Cardinal De Luca, che si può osservare ancora oggi nel Palazzo di Giustizia di Roma. Nel 1912 esegue il fregio della Cappella Martini nel Cimitero monumentale della Certosa di Bologna. Prende parte alle edizioni dell’Esposizione Nazionale d’Arte Giovanile di Napoli del 1912 e 1913 ed espone alla Biennale di Venezia nel 1914 e nel 1920.
Fino al 1926 vince numerosi concorsi ed esegue lavori di decorazione per l’architetto Marcello Piacentini, massimo esponente del monumentalismo di epoca fascista. Realizza inoltre numerosi Monumenti ai Caduti in diverse città d’Italia, tra cui quello di Genova, progettato con lo stesso Piacentini ed inaugurato nel 1931 e quello di Codogno. Da citare anche una serie di opere eseguite fra il 1922 e il 1930, tra cui il Cavallino, celebre scultura esposta alla Biennale di Venezia del 1928 e acquistato dalla Galleria d’arte moderna di Roma Capitale.
Negli anni 1931-32 scolpisce il colosso marmoreo di Piazza della Vittoria a Brescia, il Bigio (così come fu popolarmente chiamato, benché dovesse rappresentare l’Era fascista). Il colosso, alto 7,50 metri (nove con lo zoccolo), definito come l’apice dell’abilità espressiva dell’artista, è stato rimosso nel 1945 poiché interpretato come simbolo del regime e trasportato in un magazzino comunale.

Dazzi dimostra anche interesse alla pittura, tanto che, nel 1935, in occasione della II Quadriennale romana partecipa con una cera e diciannove dipinti ad olio. Per meriti artistici è nominato Accademico nel 1937. Nello stesso anno inizia il pro-getto della Stele Marconi da erigere nella piazza principale dell’EUR di Roma; in ce-mento, l’obelisco di piazza Marconi è rivestito da 92 pannelli in marmo di Luni, e la sua travagliata esecuzione si protrarrà dal 1939 al 1959, anno in cui l’opera viene inaugurata per i Giochi olimpici. L’opera fu commissionata nel 1939 dall’allora Mini-stero della Cultura Popolare ed è un omaggio all’antenna-radio di Marconi e, al con-tempo, il fulcro di raccordo prospettico della viabilità del quartiere. All’incombere del-la guerra su Roma, l’artista aveva approntato unicamente i primi due registri della de-corazione ad altorilievi in marmo. Alla ripresa dei lavori, nel 1951, il Ministero dei Lavori Pubblici propose addirittura di abbattere il monumento.
Nel 1953, in occasione della Mostra dell’Agricoltura che si svolse all’EUR, Dazzi si rifiutò di coprire provvisoriamente l’armatura in cemento armato del monumento con pannelli in gesso. Con l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Roma del 1960, l’occasione fu finalmente propizia per ultimare i pannelli decorativi in marmo. Dazzi riprese quanto aveva abbandonato e l’obelisco venne inaugurato il 12 dicembre del 1959. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale Dazzi lavora anche, con Gaetano Rapisardi, al progetto del Mausoleo di Ciano a Livorno. La statua di 13 metri è stata realizzata solo in parte ed è rimasta incompiuta sull’Isola Santo Stefano, nell’arcipelago della Maddalena, non giungendo mai a destinazione a causa della guerra.
Dopo la guerra fa ritorno nella sua villa di Forte dei Marmi, dove si era stabilito nel 1925. È questo per lui un periodo d’isolamento e di crisi anche a causa di motivi di salute, da cui riesce a risollevarsi tornando a disegnare scolpire e dipingere. Dal 1948 al 1950 è incaricato della cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara e svolge anche un ruolo di supervisione su tutte le branche artistiche dell’Accademia. Nel 1952, invitato alla Biennale veneziana, vi espone il ritratto ligneo di Malaparte. Nel 1958 realizza l’altorilievo per facciata della Basilica di San Giovanni Bosco al Tuscolano, a Roma, su commissione dell’architetto Rapisardi. Tra le sue ultime opere sono il Monumento a San Francesco di Vittoria Apuana (1962) ed il Dante di Mulazzo (1966).
Scompare a Pisa nel 1966.
