foto di Selenia Erye
Quando si ha una passione, seguirla non è una scelta ma una necessità. In fondo, l’essenza stessa della vita sta tutta qui. La storia di Antonia Nicoletti, stilista e artigiana di fama nazionale, racchiude profondamente questo significato. Spinta da un bisogno autentico di esprimere sé stessa, Antonia ha trovato nel fare artigianale la sua forma più vera di linguaggio. Un percorso di consapevolezza e coraggio che l’ha portata a credere nelle proprie capacità, a mettersi in discussione e a costruire, passo dopo passo, una visione personale e riconoscibile. È proprio in questa scelta che risiede la differenza. Donna di carattere, di gusto e di innate capacità artistiche, Antonia dimostra con i fatti che i sogni possono prendere forma. Le sue creazioni — abiti e accessori originali — raccontano un’eleganza viva, fatta di energia, classe e identità. I colori diventano parte integrante della narrazione estetica, mentre la pelle, finemente lavorata, rappresenta un valore aggiunto che parla di tempo, cura e autenticità. Questa intervista è un viaggio nel suo mondo: dalle origini alla visione, dalla materia all’anima.
Quando ha capito che la moda sarebbe stata una vocazione e non solo un interesse
È successo nel momento in cui ho dovuto reinventarmi. La nascita di mio figlio non mi permetteva più di viaggiare spesso all’estero, come il lavoro che svolgevo richiedeva. In quel momento ho scelto di ascoltare il cuore e di fare ciò che davvero mi avrebbe resa felice. Ho iniziato da zero, mettendomi fortemente in discussione, ma con la consapevolezza che stavo finalmente seguendo la mia strada.
C’è un ricordo della sua infanzia o della sua famiglia che ha acceso la passione per il fare artigianale?
Senza dubbio lo stile di mia madre, sempre impeccabile, amante della moda. E poi la storia di mio padre e di mio nonno, che partendo dal nulla hanno creato un’azienda di laterizi, dando lavoro a tutta la comunità – un paese di mille anime in provincia di Cosenza, Joggi, il paese di Brunori Sas. Da loro ho imparato il valore del lavoro, della visione e della responsabilità verso ciò che si costruisce.
Quali sono state le sue prime creazioni? Ricorda l’emozione del primo capo?
Ero al liceo quando decisi di smontare l’abito da sposo di mio padre per riutilizzarlo e cucire un vestito per me. Da lì non mi sono più fermata: cucivo ogni volta che vedevo un pezzo di stoffa, ricamavo, lavoravo a maglia, all’uncinetto, al chiacchierino, con il telaio. Facevo di tutto. Creare era naturale, necessario.






Quali sono state le sfide più grandi del suo percorso?
Una delle più difficili è stata un’esperienza iniziale con altri operatori del settore, per comprendere il mondo artigianale. Dopo pochi mesi ho dovuto sganciarmi: chiedevo di creare prodotti miei e mi veniva negato. È stato traumatico, ma fondamentale. Ho deciso di partire da zero, disegnando e producendo in poco tempo una linea completa di giacche, borse e scarpe. Il successo immediato mi ha restituito fiducia in me stessa.
Da dove nasce la sua ispirazione? È istinto o ricerca?
Tocco la pelle, osservo le sfumature dei colori e vedo già il prodotto finito. La natura è una fonte inesauribile: colori, forme, dettagli. Ho creato scarpe ispirandomi al piumaggio di alcuni uccellini visti a una fiera. Viaggio molto, frequento gallerie d’arte, eventi di settore. Tutto contribuisce a nutrire la mente: bisogna restare sempre aperti a nuovi stimoli.
Che ruolo hanno il fare, il tempo e la materia nel suo lavoro quotidiano?
Il fare e il toccare la materia prima sono fondamentali per capire come creare. Il tempo è un fattore essenziale: serve nella fase di creazione, per la precisione, ma anche dopo. Un capo ben fatto invecchia, acquista valore e bellezza con il passare del tempo. È una relazione che cresce, non qualcosa che si consuma.
Esiste una “donna ideale” per cui lei crea?
Non esiste una donna ideale. Creo per corpi diversi, adattandomi alla fisicità delle persone. Osservo sempre chi ho davanti per suggerire il capo giusto. Le persone per cui creo – donne e uomini – sono attente all’unicità. Spesso realizzo capi su misura, rispondendo a esigenze specifiche.
Quanto conta il rapporto umano con chi indossa le sue creazioni?
È fondamentale. Parlo sempre con il cliente per capire chi è e cosa lo porta a scegliere un mio capo, quando me lo consente. Spesso il cliente diventa un amico o ritorna non solo per l’oggetto acquistato, ma per l’esperienza vissuta.
Nel tempo il suo stile è cambiato?
L’esperienza ti cambia. In bene, perché impari a evitare certi errori e migliori. In male, perché a volte rischi di arrenderti alla normalità richiesta dal mercato e di osare meno, sentendoti dire “non fa per me in questo momento”. È una tensione continua tra identità e compromesso.







C’è un capo o una collezione che sente più sua?
Tanti, per non dire tutti. Alcuni nascono da richieste specifiche, ma ognuno porta con sé una parte di me.
Cosa significa oggi scegliere l’artigianato in un mondo dominato dalla velocità?
Significa distinguersi. E scegliere la qualità.
Cosa la emoziona ancora, dopo tutto questo percorso?
L’idea che finalmente qualcuno amerà quel capo. È un pensiero che non smette mai di commuovermi.
Che consiglio darebbe alla Antonia degli inizi?
Fai quello che il cuore ti dice di fare.
E guardando al futuro, quali sogni custodisce?
È la domanda più complessa. Non so se le condizioni di mercato lo permetteranno, ma il sogno è replicare la presenza in altre città, mantenendo intatta l’artigianalità.
Se i suoi abiti e accessori potessero parlare, cosa racconterebbero di lei?
Che sono coerente. Che amo il mio lavoro. E che credo di rispondere a una richiesta di mercato che, anche se limitata, valorizza l’autenticità e l’artigianalità del Made in Italy, qualcosa di unico al mondo.
