I termini marinari mi hanno sempre fatto impazzire:”Isobara”, “Pescaggio”, “Sbandare”, “Rizzare”, “Sgottare”, “Aggottare”, “Cazzare”, “Abbisciare”, “Abbriviare”, “Addugliare”, “Afforcare”, “Allascare”, “Lascare”, “Abbordare”. Un vero e proprio microcosmo, con una lingua tutta sua, di cui, qualora elencassimo tutti i vocaboli, non basterebbero millemila paginate di caratteri per enumerarli al completo. C’è, tuttavia, un termine che mi sembra particolarmente calzante, vista la tematica di questa rubrica.
Osservate questa incisione che potete rinvenire accanto al Civico 3 dei Vicoli dell’Arancio a Carrara. A suo modo, senza tema di smentita, essa è un’opera. Un’opera raffigurante una barca a vela. Ebbene, sapevate che, in una barca a vela, “opera” è quella componente che si divide in “opera viva” (o carena) e “opera morta”, rispettivamente la parte immersa nell’acqua e quella non immersa? Ed infatti, l’ignoto autore ha voluto immergere e far veleggiare la propria “opera morta”, ovverosia la barchetta in tutta la tipicità del proprio famigliare design (le forme esterne che ne definiscono lo stile e l’estetica), in un’ opera viva, ovverosia il marmo dello stipite che la accoglie. Marmo che, si sa, è da sempre definito “Pietra Viva”, per la sua storia geologica unica, le sue venature non uniformi e il modo in cui interagisce con l’ambiente circostante: una roccia metamorfica, formatasi milioni di anni fa, di cui ogni lastra è un pezzo unico e non ne esistono due pezzi identici.
E, finchè la barca va, lasciala andare, direi.
Fin che la barca va…
