Era il 14 marzo 1847 quando, al Teatro della Pergola di Firenze, andò in scena per la prima volta Macbeth, grazie ad Alessandro Lanari, impresario che commissionò al giovane Verdi una nuova opera per la stagione di Carnevale. Brama di potere, follia, alienazione e morte animano i quattro atti di questo dramma fantastico in cui streghe e spettri affiancano il sovrano e la sua malvagia sposa come coprotagonisti. Negli ultimi cinquant’anni è stato rappresentato a Firenze solo quattro volte. Domenica 12 ottobre ritorna nella Sala Grande del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

A Mario Martone è stata affidata la regia. Non è il suo primo Macbeth: ne ha diretto una bellissima versione a Parigi dieci anni fa. Le scene sono firmate da Mimmo Paladino. Su richiesta del regista stesso, che aveva in passato conversato proprio a Firenze di streghe e figure magiche con l’artista sannita, è nato uno straordinario sipario dipinto su legno. Ispirata a “Il Trionfo della morte” di Palazzo Abatellis a Palermo, l’opera d’arte rimarrà al Maggio Musicale Fiorentino, rinnovando così una tradizione secolare di collaborazione con artisti figurativi italiani e stranieri.
Le luci sono sostanzialmente parti integranti di questo Macbeth, spettacolo cupo, eppure luminoso, calato nella realtà ma anche sospeso nel tempo. “Macbeth si svolge all’interno del Palazzo, luogo chiuso e claustrofobico, come il sovrano e la consorte. Solo grazie a cantanti di questo calibro è possibile descrivere i meandri di queste menti”, ha detto Martone in conferenza stampa, “Verdi fa un lavoro di scavo psichico, contrapponendo l’aspetto interiore a quello sociale e politico. Le streghe, interpretate dal coro, sono le forze esterne e interne che orientano e che, in menti ambiziose, divengono foriere di grande pericolo. Nell’unica scena al di fuori del palazzo risuona il dolore dei profughi per il paese caduto in mano all’usurpatore. In “Patria oppressa” parole e musica sono amaramente attuali e non si può non pensare all’attuale condizione del popolo palestinese. Verdi ci parla e noi, realizzando lo spettacolo, cerchiamo di metterci al suo servizio”. Martone ha aggiunto che Macbeth è quasi un “manuale” sul tema della smania di potere ed è inevitabile trovare paralleli con l’instabilità psichica di certi governanti, nella vita reale. Ha ricordato, come esempio, la residenza in cui vivevano il dittatore Ceaușescu e la moglie, il Palazzo Primaverii, agghiacciante per l’opulenza e stridente con la povertà del popolo.
Il Macbeth di Verdi è un’opera centrale all’interno del cartellone del Maggio Musicale Fiorentino e necessita di essere trattata con riguardo e attenzione. A dirigerla, per i quattro spettacoli previsti, il 12, il 14, il 17 e il 19 ottobre, sarà Alexander Soddy. “Io sono cresciuto con i lavori di Shakespeare e Macbeth è la tragedia più potente dello scrittore”, ha detto il maestro di origine inglese. Soddy si è detto felice di poter lavorare con artisti eccellenti: Vanessa Goikoetxea ( Lady Macbeth, ruolo per il quale Verdi richiedeva una voce che avesse del diabolico ), il coro femminile diretto da Lorenzo Fratini, e in particolare Luca Salsi, tra le più importanti voci verdiane e il più grande baritono del mondo, che ha vestito i panni di Macbeth per circa 150 volte nella sua carriera. “Amo moltissimo questo personaggio, una parte davvero complessa sia sul piano vocale, sia che su quello recitativo: in questa produzione sono però aiutato molto da Mario Martone. Ha sempre idee briose e mai banali e approfondisce lo studio dei personaggi”, ha affermato Salsi, “E poi, ogni volta che apro lo spartito, trovo cose nuove. Le indicazioni di Verdi, “sottovoce”, “voce strascinata”, “voce soffocata”, sono sempre una sfida”.

Ecco cosa scrisse Giuseppe Verdi il 20 febbraio 1871 al senatore Giuseppe Piroli: “Pel cantante vorrei: estesa conoscenza della musica; esercizi sull’emissione della voce; studi lunghissimi di solfeggio come in passato; esercizi di voce e parola con pronunzia chiara e perfetta. Poi, senza che un maestro di perfezionamento gli insegnasse le affettazioni del canto, vorrei che il giovane forte in musica e con la gola esercitata e pieghevole cantasse guidato solo dal proprio sentimento. Non sarebbe un canto di scuola, ma d’ispirazione. L’artista sarebbe un’individualità; sarebbe lui, o meglio ancora, sarebbe — nel melodramma — il personaggio che dovrebbe rappresentare”.
